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Vergine giurata

Scena uno: montagne neve foreste e corsi d’acqua incontaminati compongono un paesaggio arcaico dove la natura è padrona. Scena due: case grattacieli negozi dove la realtà luccica mentre va in scena la performance dei corpi e nelle case «ci sono tutte le cose». Dalle Montagne maledette del profondo nord albanese all’Italia, dai riti di una tradizione che aggioga animali e donne, a una contemporaneità dove il corpo si fa bello, e il tatuaggio è il suo emblema. A far da ponte tra i due mondi è una figura ibrida, sembra un ragazzo precocemente invecchiato che si presenta come Mark, ma poi si scoprirà che il suo vero nome è Hana – le spalle incurvate dipendono dalla fascia che nasconde i seni, segni della sua femminilità. Donna uomo-uomo donna, Hana-Mark compie un viaggio tra i sessi e i secoli alla ricerca di un’identità che conduca a se stessi.

 

Vergine giurata, presentato in concorso all’ultima Berlinale, esordio nel lungometraggio di Laura Bispuri, finora regista di corti, racconta, al ritmo di flashback, la storia di una figura femminile (Alba Rohrwacher) rimasta orfana e cresciuta in una baita isolata con la famiglia dello zio. Hana ha una cugina, Lila, che per lei è come una sorella, ma lei nel mondo in cui è costretta a vivere scalpita, fa il maschiaccio, impara a sparare, si tempra nelle spedizioni con il pater familias. Entrambe a modo loro, Hana e Lila sono insofferenti alle regole della vita sociale ancora segnata dal Kanun, l’antico codice di norme e comportamenti che si tramanda oralmente e impregna il senso comune. Lila si innamora, non accetta il matrimonio che le hanno combinato, e scappa. Hana, invece, rimane, e per essere libera e indipendente decide la trasformazione in vergine giurata, donna che fa voto di castità, rinuncia al matrimonio e ai figli. Si fa uomo come prevede la tradizione con un rito – il taglio dei capelli, la vestizione – davanti agli uomini del villaggio. Quando tutti i parenti saranno morti e l’unica compagnia rimastale sarà la potenza del paesaggio, Hana decide di partire alla ricerca della cugina che vive in Italia con il marito e la figlia.

 

 

Sarà proprio la nipote ragazzina, inquietata da quello strano cugino arrivato dal nulla che l’accompagna in piscina per le esibizioni di nuoto sincronizzato, a provocare l’identità di vergine giurata di Hana, a guidarla nel disseppellire il proprio corpo di donna. E la macchina da presa partecipa a questo lento svelamento, incalzando la fisicità androgina di Alba Rohrwacher nel suo avanzare pudico, nei suoi gesti basilari, alla scoperta di creme, reggiseni, di un’impensata libertà femminile.

 

Il film, che si ispira liberamente a Vergine giurata (Feltrinelli, 2007) di Elvira Dones, prende spunto da una tradizione storicamente e geograficamente localizzata per sviluppare un discorso universale e poetico, aperto a molte e diverse letture, sull’identità e sul genere. La sua forza sta nel suo procedere doppio: tra le immagini di luoghi e tempi diversi, tra le due lingue, in dialoghi asciutti, come il mondo essenziale dal quale Hana proviene, resi ancora più potenti dalla scelta di mantenere sempre l’albanese e di alternarlo poi con l’italiano. La debolezza, forse, stato in un eccesso didascalico che evoca pellicole degli anni Sessanta quando l’est Europa era Est.

 

La tradizione delle vergini giurate, che prevede per una donna rimasta sola e in particolari condizioni di povertà la possibilità di farsi uomo, di assumere il ruolo di capofamiglia, è praticata soprattutto nel nord dell’Albania, vicino al confine con il Kosovo, ed è prevista dal Kanun, il codice consuetudinario che dal ’500 in poi ha regolato la vita sociale albanese ed è poi sopravvissuto all’impero ottomano, avversato dal regime comunista e mai completamente scomparso dalla mentalità collettiva.

 

Elvira Dones, scrittrice albanese che a queste figure mitiche, dalla vita durissima, circondate da sempre dal mistero, ha dedicato anni di ricerche e un documentario, a Tirana ha ricevuto molte critiche per aver dato visibilità mediatica a un fenomeno poco noto, come se il solo parlarne potesse esporlo al turismo esotico. In realtà, il dissenso riguarda la figura stessa dell’autrice (cinquantacinque anni, originaria di Durazzo, laureata in letteratura albanese e inglese), che ben si inserisce nella genealogia delle donne albanesi ribelli. Nel libro Senza bagagli (Besa Editrice, 1997), Elvira Dones ha raccontato la sua storia personale, la fuga dall’Albania comunista per amore, l’abbandono di un figlio e la condanna all’inseparabile coazione della nostalgia: una vicenda qualunque – l’esperienza di una giovane donna indipendente e colta che divorzia nella Tirana isolata ai tempi del cortina di ferro – che assume però la forma di una tragedia greca. Tradotto in patria, il libro ha suscitato parecchi malumori e tremori, anche se lo scandalo vero sarebbe arrivato con Sole bruciato, (Feltrinelli, 2001), che attraverso i monologhi interiori delle vittime protagoniste parla della condizione di schiavitù post-moderna delle giovani albanesi, spesso minorenni, rapite, brutalizzate.

 

Destini di ragazze cresciute sotto il puritanesimo socialista, in un ambiente ancora ingenuamente pre-capitalista; ragazze che con inganni e violenze vengono letteralmente strappate alle famiglie e gettate in pasto agli efferati magnaccia connazionali: Sole bruciato registra con strazio la metamorfosi di un intero paese, il «paese laggiù», l’Albania dove non c’era niente di niente, non c’era acqua né benzina, non c’era burro né carne. Il «paese quassù», invece, è l’Italia, che offre deodoranti e idromassaggi, omogeneizzati e pannolini, auto luminose e strade senza fango, uomini profumati e poliziotti comprensivi. Anche la lenta trasformazione di Mark in Hana, in fondo, è il simbolo di questa mutazione collettiva.

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