Walesa, l'uomo della speranza

Un film di Andrzej Wajda

 All’ultima Biennale del cinema di Venezia è stato presentato in anteprima un film polacco molto atteso, del quale tutti in Polonia hanno poi animatamente discusso: Człowiek z nadziej (L’uomo della speranza). È film che il grande regista Andrzej Wajda ha dedicato al fondatore di “Solidarność” Lech Wałęsa. Un film molto bello, niente affatto retorico, a volte persino assai ironico, basato su un sapiente montaggio di spezzoni documentari d’epoca e ricostruzioni girate oggi con gli stessi personaggi. L’ossatura del film ruota attorno all’intervista che Oriana Fallaci fece, recandosi apposta a Danzica, a Wałęsa, pochi giorni prima del colpo di stato militare del 12 dicembre 1981 (il testo si trova in O. Fallaci, Intervista con il potere, Rizzoli, Milano 2009).

 

 

Inizialmente tra la giornalista (interpretata nel film dall’intensa Maria Rosario Omaggio) e il capo operaio furono scintille, tanto che la Fallaci disse: “…lei ha uno stile autoritario, tipicamente dittatoriale, e siccome ce l’ho anch’io, qui si pone un problema. Il problema di trovare un modus vivendi, venire a patti insomma. Facciamo un accordo: d’ora innanzi io sarò gentile con lei, lei sarà gentile con me. Sennò ci si sbrana, va bene?”.  Incalzato dalle domande, anche molto irriverenti, Wałęsa finì con l’aprirsi e, come nel film (la sceneggiatura è dello scrittore Janusz Głowacki), mostrò anche lati più privati della sua figura. Il ritratto che ne vien fuori, e in parallelo la storia della lotta dei polacchi per la libertà e la democrazia fino alla vittoria, è molto interessante e farà riflettere, soprattutto coloro che quella vicenda non l’hanno vissuta e quelli che, fermandosi alla storia più recente, hanno dimenticato cosa rappresentarono, per la Polonia e l’Europa, Wałęsa e “Solidarność”.

 

 

 Wałęsa è stato un formidabile capopopolo, politicamente furbo ma anche molto saggio. Risulta ancor oggi sorprendente la sua ostinazione nel rifiutare sempre la violenza e sfuggire a qualsiasi provocazione (il massacro degli operai durante le manifestazioni a Danzica nel 1970 fu una dolorosa ferita e una lezione sempre presente in lui e nei suoi compagni) e, soprattutto, la costante fiducia nel dialogo, nella possibilità (anche quando, come dopo il colpo di stato, ad opera del recentemente scomparso generale Jaruzelski, tutto sembrava irrimediabilmente perduto) di trovare un compromesso accettabile per tutti. Wałęsa, come si vede bene anche nel film, fu uno che subì violenze fisiche, umiliazioni e ricatti (Wajda non tace nemmeno sul controverso episodio di quando, agli inizi, richiuso per l’ennesima volta in prigione, Wałęsa accettò di firmare un foglio che lo chiamava a collaborare con la polizia), ma mantenne sempre la schiena dritta, aiutato da una solida fede religiosa e dall’ostinata convinzione che, avendo ragione, prima o poi lui e i suoi operai avrebbero vinto. Spicca nel film la forte figura di sua moglie Danuta, madre di sei figli, disperata per la loro situazione economica e famigliare, ma sempre accanto a lui, anche quando non lo capiva.

 

 

Il racconto si ferma al 1989: il momento della vittoria, quando il regime comunista accettò di discutere del futuro della Polonia attorno a una “tavola rotonda” (della quale ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario). Nel film non si vede la fase successiva dove Wałęsa, divenuto addirittura Presidente della Repubblica polacca, non si dimostrò del tutto capace di coprire quel ruolo istituzionale così diverso e lontano da quello che aveva interpretato nei Cantieri di Danzica. Ma averlo visto oggi, anziano ma sempre baldanzoso, piangere di commozione mentre salutava il pubblico della Biennale di Venezia, gli restituisce, come era nelle intenzioni del film, la sua umanità e un indiscusso posto tra i grandi della storia.

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