Aimee Bender. La ragazza con la gonna in fiamme

È sempre una bella sorpresa scoprire uno scrittore che intrattiene un rapporto con la realtà così libero e pieno di possibilità come quello che appare nei libri di Aimee Bender. Si viene attratti dai suoi curiosi titoli e si entra immediatamente nel novero di quei volgarissimi lettori che vorrebbero saperne di più dello scrittore che amano, e magari andarci anche a cena. Ipotizzo – ma è del tutto probabile che la mia reazione dipenda da una sorta di riconoscimento personale, del tutto soggettivo, del mondo di Bender come particolarmente familiare – che più la voce narrante sembra allontanarsi a volo d’aquila dalla realtà trattandola come una sostanza sconosciuta e misteriosa, più il lettore possa essersi portato a chiedersi che storia personale abbia la sua fantasia, e come abbia fatto ad arrivare così lontano. E queste, si sa, non sono domande a cui è facile rispondere.

 

Ad accrescere l’ammirazione è il modo fulmineo e sconcertante con cui Bender salta tutti i passaggi logici e presenta al lettore un mondo immaginifico e sconcertante in cui le fanciulle parlano ai cespugli, le sirene flirtano con i folletti, i padri si svegliano un bel mattino con un buco nella pancia, i soldati tornano dalla guerra senza labbra, gli anelli di rubino arrossano il mare, i bambini aprono le serrature con le dita, e certi orfani hanno il dono di ritrovare le cose perdute. Non è un mondo che si è trasformato: come nelle fiabe, è sempre stato lì, e i suoi contorni surreali raccontano la vera natura delle nostre relazioni, traducono in immagini il dolore della perdita e il desiderio di essere amati, mentre le metamorfosi animali dicono tutte le volte che diventiamo veramente noi stessi, le trasformazioni corporee raccontano tutte le volte che il nostro corpo soffre o gioisce di concerto con il mondo, o cercando di adattarsi ai suoi contorni.

 

In questa raccolta di racconti, La ragazza con la gonna in fiamme (Minimum fax, 2012, traduzione di Martina Testa), la forma breve possiede una grazia lenta e meditativa, diversa dal ritmo accelerato di certi racconti di Creature ostinate, la precedente raccolta. Qui, è come se i corpi dei personaggi aspettassero da sempre il loro momento di rivelazione, la metamorfosi magica che li fa tralucere e diventare chiari ai loro stessi occhi. È un momento supremamente sensoriale, eppure la luce che spesso li investe in quell’attimo, come accade alla ragazza che parla con il roseto, non li annichilisce, li fa solo sprofondare sempre di più nelle loro tane e nei loro burroni, insegnandogli – forse – nuovi modi di viverci dentro:

  

Nella sua stanzetta si spogliò e si mise a letto. […] Quella notte, a letto, sentendo il  fruscio degli alberi venuti da altri posti, percepì la loro confusione. Qui non c’è neve. Non piove mica tanto. Ma dove sono? Cos’ha che non va questo terreno?

Incrociò le braccia al petto e si prese le spalle. Concentrati bene, pensò. Dove sei? Tutto diventò vuoto e silenzioso. Non sentiva forze che lo tirassero da nessuna parte. Chiuse gli occhi strizzandoli forte e lasciò ribollire la domanda: Dove siete andati? Venite a cercarmi. Sono qui. Venite a cercarmi.

Se ascoltava abbastanza attentamente, gli pareva di sentire le onde infrangersi sulla spiaggia.  

 

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11 Dicembre 2012