Allen Ginsberg. Bloodsong

“Sono troppo poeta per essere un amante! Sono troppo artista per trovare soddisfazione nel tuo letto. L’eco del desiderio per me è l’unica realtà. (…) Se non puoi mettere in salvo la realtà dal desiderio, lascia che la mia solitudine sia il tuo amante!” Il libro Bloodsong di Allen Ginsberg, uscito di recente dal Saggiatore, è ciò che lo stesso autore definirebbe una “accozzaglia di contraddizioni”.

 

È il tentativo operato da James Grauerholz - noto per essere il curatore delle opere di William Burroughs - di fare ordine nelle scritture private di Allen Ginsberg che risalgono ai difficili mesi del 1944 (non si tratta di carte inedite, bensì tratte dal volume che raccoglie i diari e le poesie giovanili, The Book of Martyrdom and Artifice: First Journals and Poems, 1937-1952, New York, Da Capo Press, 2006). Erano quelli i tempi in cui i membri del Circolo dei libertini della Columbia University, cerchia così battezzata dallo stesso Allen Ginsberg, si ritrovarono a fare i conti per la prima volta con quella commistione di violenza, arte, scrittura e dolore della propria vita, che sarà peculiare della loro ricerca successiva.

 

 

William Burroughs, Jack Kerouac e Allen Ginsberg, da lì a pochi anni avrebbero dato vita ad uno dei movimenti letterari più trasgressivi del ‘900, la Beat Generation. Droghe, alcool e sesso erano gli ingredienti complementari a letture (fra tutti Whitman, Baudelaire e Rimbaud) e ai primi tentativi di scrittura. I bar di Chelsea e del Greenwich Village, i più malfamati e più sporchi, frequentati da puttane e marinai, erano la cornice prediletta delle loro sbronze e al tempo stesso il palcoscenico di accesi dibattiti culturali: in quelle notti di alcool la discussione si poteva concentrare sulla “differenza tra umanità e tenerezza umana in Shakespeare” o trasformarsi in una rissa con qualche avventore disturbato dagli “intellettuali comunisti”.

 

Tra loro esisteva una figura che fungeva da collante: era Lucien Carr forse il più geniale ma anche il più fragile di tutti, che aveva unito persone che forse altrimenti non si sarebbero mai incontrate, l’unico che in seguito agli eventi del ‘44 non scrisse mai più una riga. Il 14 agosto finì in galera con l’accusa di omicidio e con un’ammissione di colpevolezza. David Kammer, un altro frequentatore della stretta cerchia, innamorato e ossessionato da Lucien, era stato ucciso con un coltellino svizzero e buttato nel fiume Hudson con le tasche piene di pietre. Ma fin qui nulla di nuovo per chi abbia letto almeno una riga sulla Beat Generation, il fatto tragico e scabroso è ben noto.

 

 

La novità del volume e del lavoro di James Grauerholz sta nel tentativo di leggere quei mesi attraverso la testimonianza diretta di Ginsberg, il tentativo di respirare quella stessa atmosfera attraverso le sue annotazioni autobiografiche: brani estrapolati dai diari, lettere, primi tentativi di tradurre in prosa i tragici eventi vissuti, appunti di amori e odi, le prime poesie. “Plonger au fond de gouffre, enfer ou Ciel, qu’importe?”, i versi baudelariani erano tra i motti del Circolo dei libertini, e tra gli adepti ci fu chi vide l’inferno e il cielo in un solo momento.

 

Il protagonista assoluto di queste pagine è Lucien Carr, le discussioni più accese riportate sono tra lui e chi scrive, e anche nei brani in cui non viene direttamente citato si sente l’eco degli stessi tormenti. L’oggetto più a lungo indagato è anche il più controverso: l’arte. E sono proprio queste le pagine più interessanti del volume. “Non riesco a creare. Ho paura di creare”, è questa la confessione urlata da Lucien a cui Ginsberg reagisce con irritazione mista ad ammirazione. Che cos’è l’arte? Che cos’è l’arte in confronto alla vita, alla realtà? Come fare ad aggirare l’ingombrante Io? Se l’Io non fosse egocentrico creerebbe ugualmente? “Il piacere dell’artista è sociale, l’artista ama il riconoscimento. (…) La creazione è riducibile alla comunicazione. L’arte è comunicativa per natura. L’Io è il produttore, l’esperienza e l’anima sono la materia prima, l’arte il prodotto, l’intellettuale il consumatore.”

 

 

Carr appare agli occhi di Ginsberg uno spreco, un genio senza ali. C’è un capitolo intitolato Saggio di analisi caratteriale: Lucien Carr dove Ginsberg riversa tutta la nausea che prova per il suo amico, così come tutto il suo affetto e la sua stima. È anche qui una “accozzaglia di contraddizioni”, profondissime. Lucien parla, inorridito dai capricci della “Cultura Borghese Moderna”: “Quella era spazzatura, disgustosa e banale spazzatura. Nessuna forma di poesia mi soddisfa più. Ci deve essere qualche nuovo modo, qualche nuovo metodo visionario per trattare l’arte e la bellezza. Devo trovare questo metodo sconosciuto, altrimenti abbandonerò del tutto l’arte e proverò con la vita”. Inquietudine questa che non troverà sfogo in una forma d’arte perché i fatti di cui Lucien sarà protagonista la priveranno di qualsiasi respiro di speranza.

 

Queste pagine scarne, perché solo scarne possono essere le pagine di un dolore così recente - la perdita di due amici, uno ammazzato e l’altro in prigione per aver ammazzato - sono cariche di un tormentato confronto con i concetti di vita, di morte e di arte. In Ginsberg essi sono inseparabili: se crei arte hai bisogno della vita, te ne nutri; l’arte è fatta di vita e deve tornare alla vita, deve essere comunicativa e sociale. Ma dall’altra essa deve spingersi fino al limite della morte: “ama, ridi fino alle lacrime, oppure piangi, crea e, forse, perisci. Che cosa è meglio? Sferzato dai venti silenziosi è l’artista! Deve fluttuare con la tempesta bruta, o resisterle?”.

 

È questa la cupa atmosfera della Beat Generation del 1944, in cui: “All’improvviso, con passione, Jean alzò lo sguardo verso le stelle cadenti che rovinavano un cielo malinconico. Le fissò una alla volta e poi fece scorrere intensamente lo sguardo sull’intera volta celeste. Poi chiuse gli occhi… le stelle continuarono a brillare per tutta la notte”.

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