Andrés Barba. Agosto, ottobre

Tomàs è in vacanza con la famiglia al mare, il suo sarà un agosto torrido e complicato, fatto di nuove amicizie e brutali violenze, paure e improvvise fughe verso un’età adulta quale ultimo rifugio possibile. Nel tentativo di quietare le continue eccitazioni sessuali alternate a repentini sensi di colpa, Tomàs vive uno sdoppiamento tra la propria vita individuale complicata e ricca di sensazioni e la propria vita sociale pulsionale e inconsapevole: un nuovo gruppo di amici, la prima esperienza sessuale e l’appartenenza ad un branco come segno di una conquistata virilità.

 

Andrés Barba (Agosto, ottobre, Mondadori, 129 p., € 10,00, trad. di Matteo Colombo) delinea i caratteri di un adolescente contemporaneo con la consapevolezza che poco lo separa dagli adolescenti del passato. Una dichiarazione in tal senso è la forte somiglianza di Tomàs con il padre più volte ribadita nel testo, una somiglianza che lo imbarazza, ma anche lo rassicura come una strada già tracciata. La durezza della vicenda narrata tramite un uso puntuale e raffinato della lingua catapulta il lettore direttamente nei grandi romanzi di formazione di inizio Novecento, senza tuttavia mai lasciare la sgradevole sensazione dell’opera costruita a tavolino e sostanzialmente artificiale. La misura del racconto lungo permette all’autore di concentrarsi quasi totalmente sul protagonista, attorno a cui ruotano poco più che dei comprimari appena accennati: una sorta di dramma classico in allestimento moderno.

 

Andrés Barba fa ampio uso del flusso di coscienza che si traduce nella parte finale della vicenda in un vero e proprio secondo racconto le cui fondamenta poggiano sulla sensazione di un ricordo, quasi che l’autore si mettesse a fianco del lettore provando a restituire anche a se stesso uno sguardo vergine su quanto accaduto nelle precedenti cento pagine. Uno stratagemma che rifiuta la facilità evocativa della violenza per scavare nella leggerezza adolescenziale: un amore assoluto per un protagonista ricco di idiosincrasie nevrotiche quanto di commoventi delicatezze, un gusto per il racconto mai fine a se stesso, ma anzi carico del dramma esistenziale tipico dell’adolescenza. Raccontare l’adolescenza con tale spudoratezza richiede necessariamente ingenuità, intesa quale libertà di sguardo capace di raccogliere il senso di un’età inquieta trasformandolo in letteratura. Barba fa del linguaggio trasbordante e spesso volgare dei ragazzi un aguzzo pensiero. Svela l’infantilismo che affiora proprio quando si va verso l’età adulta.

 

Oltre viene la rabbia dell’azione, un corpo a corpo in cui la l’unica scelta possibile è tra un protagonismo violento e carnefice o una rinuncia vigliacca e codarda. Stretto in questa angosciante morsa Tomàs si farà colpevole ma non aguzzino. Espulso dall’infanzia, è ormai un uomo adulto nei rimpianti e nei ricordi che seppure remoti delineano come in uno specchio la propria posizione nel mondo. Un piccolo libro, un omaggio ad un’età tanto rimpianta quanto detestabile in cui la realtà e il sogno s’incrociano perdutamente portando a riva un tempo dell’azione e un tempo del ricordo quali resti di un’infanzia per sempre perduta. Andrés Barba non sconta nulla ad un protagonista tanto delicato e inquieto quanto disperatamente perso: la colpa non cerca consolazione, ma un argine sì.

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