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Bernard Quiriny. La biblioteca di Gould

Un odioso rompicapo affligge il lettore dell'ultimo libro di Bernard Quiriny La biblioteca di Gould (traduzione di L. Di Lella e G. Girimonti Greco, L'orma 2013) che voglia cimentarsi in accaniti smontaggi e rimontaggi dei racconti matrioska punteggiati di Borges, Perec, Queneau, Calvino, Bolaño e chi più ne sa più ne metta, in una vertiginosa parabola di attraversamenti letterari: “i libri (soprattutto quelli che non sono mai stati scritti) possono diventare metafore assai duttili per parlare del mondo sfuggendo all’assillo del realismo e confessando l’origine cartacea della propria intelligenza” (Carlo Mazza Galanti su Alias, poi in minima&moralia).

 


Quiriny sembra sfidarci a duello con un'operazione che ricorda per certi versi quella di Gonçalo M. Tavares in Lor signori (2002, rist. 2014 nottetempo). Ma se là Calvino, Kraus, Walser e Valéry sono personaggi reali che si muovono in un quartiere (“o barrio utópico”), qui ci sono i fantasmi, che se pure evocati rimangono sulla soglia, dove il signor Gould (un bibliotecario di Babele?), racconta a uno scrittore (o aspirante: desideroso di un impero, non già imperatore come Kublai Khan) le meraviglie del regno, catalogate in tre nuclei tematici ovvero rubriche, cardo decumano e mura: una collezione molto particolare (storie di libri); la nostra epoca (storie bizzarre di improbabili eventi); dieci città.

Il volume si apre con il racconto La scrittura e l'oblio (la rubrica “la città e la memoria” era in prima posizione in Calvino): non è solo incipit di sezione, ma soprattutto dichiarazione di intenti che fa da cornice alla macrostruttura. Il titolo riconduce a una serie di conferenze sulla scrittura e l'oblio tenute da Gould, che inizia sempre i suoi incontri con l'aneddoto Martelain. Coinvolto in un incidente che gli causa danni alla memoria, ogni mattina il signor Martelain dimentica ciò che ha scritto il giorno prima, in un processo continuo di cancellazione: come Penelope di notte disfa la tela, così Martelain, detto “il Pesce” dagli altri malati del sanatorio, cancella il textus, il tessuto, la trama.

Quiriny è dunque a caccia di Calvino nella costruzione della collezione di Gould, che possiamo semplificare con questo schema (ogni racconto è qui numerato in ordine di apparizione, e suddiviso orizzontalmente nelle tre rubriche; verticalmente, con numero romano, nella successione interna della rubrica):

 


 

I brevi racconti sono infatti strutturati secondo una combinazione delle tre sezioni il cui ordine rappresenta la prima sfida al lettore. Se per le Città invisibili le 11 rubriche sono organizzate secondo uno schema logico e rigoroso, e i tarocchi del Castello dei destini incrociati sono disposti sul tavolo in maniera chiara (e chiare le infrazioni), Quiriny moltiplica la difficoltà per il lettore di oggi rendendo lo schema più complesso, e forse è lecito dubitare che ci sia una logica, un quadrato latino, un motore primo dell'universo di Gould, che magari gira semplicemente in una sequenza del tutto casuale. Nemmeno se si riformula la struttura, considerando altri possibili elementi, si esce dall'enigma: la rubrica [a] è il titolo dell'edizione originale; la rubrica [c] è corredata da un indice alla sua prima apparizione in I.3; ci sono due “infrazioni”, Il mirabolante Gould e Schnell, chiavi possibili che sono lasciate fuori dallo schema; sottosezioni in [a]VIII.22 e [b]IX.25 e altre sezioni biforcate.

 

Kublai Khan fissa la scacchiera mentre Marco Polo gli spiega la composizione dei tasselli: “un intarsio di due legni: ebano e acero”, “uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità”. Il Gran Khan è turbato dalla “quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto” e il Gould di Quiriny conosce bene il turbamento, essendo un giocatore di “scacchi trasformisti”, una variante del gioco in cui a una data posizione del pezzo corrisponde una regola diversa:


c'è tutto un regolamento parallelo che stravolge l'andamento consueto del gioco. Questi parametri alternativi creano delle complicazioni incredibili: occorre infatti prevedere non solo le proprie mosse e quelle dell'avversario, ma anche le nuove regole che ne derivano.
 

Sarà allora questa la chiave della struttura di Quiriny? Ma per non “strologare troppo sugli schemi” sarebbe certamente meglio godersi le storie di Gould per quello che sono, splendide prove di scrittura e immaginazione. D'altra parte il suggerimento arriva da Quiriny stesso nel racconto Libri matrioska, in cui si spiega perché Fresche mattine, romanzo di Ferdinand Hercule che Gould acquista da un eccentrico libraio (detto il “Barone”), sotto l'apparente banalità nasconde “strati invisibili cui si accede solo scavando, proprio come agli strati geologici di ogni genere, rocce, minerali”. Fresche mattine diventa infatti un altro libro se si legge una parola sì e una parola no; contiene lipogrammi; testi nascosti in una lettera su due e una lettera su tre; disegni erotici collegando con la matita le q; fino al punto che qualsiasi ciarlatano – Quiriny ci mette in guardia – può comporre sottolibri “cercando di far credere che sia opera di Hercule”. Ma il punto più interessante è sollevato da Gould:


Da quando ho scoperto Fresche mattine non riesco più a leggere nessun libro senza chiedermi se l'autore non vi abbia per caso nascosto dei sottolibri, se al suo interno non si trovino grotte e sotterranei, se non si debba pertanto scavare più in profondità. E così, a furia di cercare sottotesti, ormai non leggo più: scruto, esamino, ispeziono da tutti i lati, maledicendo Hercule che mi impedisce di leggere, semplicemente, una storia.

 

Nel racconto Port Lafar, Egitto (Dieci città), il signor Mansur si chiude in un deposito per costruire meticolosamente un modellino della città (una mappa dell'impero, Borges); si arriva a una mise en abîme in cui tutto è la scala di tutto: “nel deposito riprodotto nel modellino infatti c'era un altro modellino, più piccolo, che rappresentava il primo. Il primo modellino riproduceva la città, il secondo modellino riproduceva il primo”. Mansur con una pinzetta toglie il tetto del deposito del modellino del modellino per mostrare a un visitatore il modellino del modellino del modellino: “risistemò i tetti l'uno dopo l'altro. Così tornarono alla realtà, quella vera, in scala 1:1” (bugiardo).

 

Ci si potrebbe chiedere allora in quale modellino si trovi il Mansur che noi vediamo, ma non la copia di Mansur, il Mansur vero si intende, e di conseguenza sotto quale tetto sia riuscito a infilarsi il magistrale Quiriny, nel labirinto del suo libro, per nascondersi così bene dalle maledizioni del lettore.

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