Colette. Prigioni e paradisi

Prigioni e paradisi (Del Vecchio editore, pp. 208, € 13) non è semplicemente una raccolta di abbozzi, racconti brevi o note. Colette è nell’occhio delle cose, i suoi scritti sono fatti di un insieme di frammenti sensibili, la biografia, il corpo, l’arte culinaria che si mescolano tra di loro. Colette modella con maestria il senso dell’esistenza, quel raro momento nella vita che è pienezza, quel frammento che ogni cosa fa risplendere.

 

Libro vitale eppure docile, irrazionale e icastico, in poche righe definisce un mondo dandogli forma e contenuto attraverso brevi annotazioni biografiche su Chanel o Landru, o descrivendo minuziosamente un pranzo marocchino. Ogni parola assume un odore, un gusto. Il lettore annusa e si sazia di una densità femminile e di una grazia letteraria il cui equilibrio è pressoché inimitabile. I racconti sono raggruppati tematicamente, dai viaggi alle ricette di cucina, dagli animali - quasi sempre animaletti, anche quando racconta di leopardi e leoni - agli umani sempre un po’ animaleschi, ma tutto si tiene: il filo è unico e il lettore vi cammina sopra fremendo pagina dopo pagina. Il tempo è il collante e il condimento, perché se evidentemente le sue storie sono frammenti, il tempo rimane continuo da una storia all’altra.

 

Colette costruisce come per magia un racconto unico, la voce narrante è una luce che trasforma in essenziale tutto ciò che illumina, nulla è descritto perché tutto è in luce. Il nichilismo novecentesco qui non ha ancora occupato il discorso, anzi la presenza di Colette ribadisce la forza di un soggetto che si fa portatore di un’ostinata vitalità. Anche le nostalgie, come le malinconie, non sono ancora i sintomi di una patologia contemporanea, ma piuttosto spezie essenziali per una vita piena nella sua quotidianità ancora molto ottocentesca. Scritti tra il 1919 e il 1932, godono di un occhio curioso sulla modernità capace di rivelarne le bizzarrie e le noie. Con una facilità imprevedibile, Colette racconta il mutamento dei tempi, l’abbandono della lentezza, o meglio delle lentezze, ma l’incanto scalza sempre la perplessità. Il giudizio è sotto traccia, in superficie scivola il gioco e il piacere: il tempo scorre e va arraffato senza indugio: “La rugiada della notte e il sole del giorno le sono sufficienti, il bagliore di una stella e il sudore essenziale di un’altra. Meraviglie...”.

 

Colette utilizza il meraviglioso come un impasto, è concreta, dà consigli, non è la purezza a interessarla. La prelibatezza si nutre d’imprevisti, il piacere scaturisce oltre ogni forma di controllo. Un piacere pari a quello che il lettore può ottenere dalla lettura di un’autrice troppo spesso dimenticata e forse oggi ancor più isolata perché non facilmente catalogabile, così “alle prese con la matassa informe e straripata della materia memoriale”, come ricorda nell’appassionata quanto utile postfazione Gabriella Bosco (da segnalare anche il pregevole apparato di note in un’edizione tanto ben curata, quanto graficamente criticabile).

 

Leggere o rileggere Colette significa riappropriarsi di una parte della vita, succulenta e soleggiata, che predilige il tocco, la materia, all’allusione del gesto: l’occhio prima ancora dello sguardo, seduce senza l’obbligo di scegliere dove cadere.

 

 

Colette, Prigioni e paradisi, Del Vecchio editore, Roma, febbraio 2012, 208 pp. Trad. di Angelo Molica Franco con la collaborazione di Rosalia Botindari; postfazione di Gabriella Bosco

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