Daniel Pennac. Storia di un corpo

Il diario di un corpo e non la sua storia come potrebbe lasciare intendere l’imprecisa e forse più ammiccante traduzione italiana di Journal d’un Corps. Pennac non racconta il corpo, non lo attraversa, piuttosto lo utilizza per quello che è: forma e quindi contenitore di storie, racconti, avvenimenti. La voce narrante, un francese nato negli anni ‘30, decide di lasciare alla propria figlia Lison il diario della propria vita, raccontata dal punto di vista del corpo. Dall’infanzia, alla maturità fino all’agonia, le vicende del protagonista vengono sempre presentate partendo da come il corpo le vive e in alcuni casi le sopporta.

 

Libro profondamente intimo, Storia di un corpo (Feltrinelli, 341 pagine, Traduzione di Yasmina Melaouah) racconta il quotidiano universale, quello che colpisce la carne e le ossa di chiunque, un’autobiografia di un secolo e delle sue abitudini. Quello che emerge è anche il corpo del Novecento, quello che esce da una guerra e poi da una lotta di liberazione e che infine entra prepotentemente per la prima volta nella modernità, vivendola e facendola.

 

Le pagine sono disseminate di oggetti di cui il corpo fa uso, come di abitudini a cui esso si adatta, la forma dipende dallo spazio circostante, dalla sua complessità e vivibilità. Dolore e piacere si alternano in continuazione in un equilibrio che ogni volta sembra dettato più da casualità che da una qualche abilità: vivere è più che altro un’occasione, sembra suggerirci Daniel Pennac; l’esattezza non ci appartiene e qualcosa lo lasciamo sempre per strada.

 

La direzione indica, dopo la crescita e la maturità, la decadenza. L’ultimo paragrafo intitolato l’Agonia sembra appartenere a una sorta di limbo: lontana e irraggiungibile da un letto ormai di morte, la vita è solo memoria. L’agonia è anche lo sdoppiamento di un diario che s’intreccia ripercorrendo con una diversa percezione le stesse pagine: prima ricordo di un giorno e ora di una vita. Abilissimo è qui l’autore in questa sorta di rimpianto del proprio racconto, quasi a denunciare la sua impossibilità di raccontare pienamente la morte che così come la nascita appartiene a un’altra storia, non percepibile.

 

Il corpo abbandona la vetrina e si mette allo specchio. Riconoscerlo e comprenderlo è capire la realtà circostante; sono brevi quadri, ritratti rapidi di giornate qualunque, eventi che segneranno il destino di un narratore inconsapevole e privo di discernimento che avanza al buio verso il proprio inesorabile destino. Ed è nell’ovvietà che ci s’identifica, nel fatto minimo dentro cui è possibile scorgere una traiettoria non sempre ipotizzata. La vita come complicazione esponenziale di banalità, dolori atroci e sconfitte brucianti, mentre le rare vittorie non durano che il tempo di una giornata, subito subissate da nuove incombenze.

 

Daniel Pennac interpreta un tempo fragile e ricco di timori con il più evidente degli argomenti umanistici, il corpo. L’uomo e la sua fisicità, un’esistenza a termine, ma irriducibile. Il protagonista cresce e invecchia fino ad un’agonia che non gli lascia più alcuna forza di scrivere. Non esiste il finale perché non esistono le energie per scriverlo o nemmeno per immaginarlo. Significherebbe pensare senza il proprio corpo, significherebbe annullarsi. Un dolore inaccettabile. L’autore ci ha lasciati soli con il racconto di un corpo che potrebbe essere il nostro. Si tratta solo di leggere con attenzione e ascoltarsi con cura.

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