Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola.

Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale, come ricorda Claudio Magris, è Transsylwahnien che contiene per l’appunto il verbo wähnen, vaneggiare) danno forma alla storia: un’ossessiva rievocazione di un passato perso tra le dita del tempo.

La paura organizza e mette ordine, separa come un coltello affilato i ricordi dalle allucinazioni e lascia angosciati e disperati. Dalla paura si prova a sfuggire, ma il rischio è sempre quello di sfuggire da se stessi. Quello che rimane è un accumulo di storie, accatastate come i morti nelle fosse comuni, e poi elenchi di oggetti inutilizzabili.
L’uomo senza radici affronta la storia e la sua mutabilità evitando di stereotiparla per come in parte è avvenuto ne Le benevole di Jonathan Littell. Il passato viene restituito alla sua naturale fluidità dentro cui il lettore affonda come in una realtà invisibile agli occhi ma percepibile alla mente. Vi si avvertono i suoni di lingue non più riconoscibili, ma ancora in grado di rasserenarci o terrorizzarci e gli odori sono il segno più distinguibile del mutar dei tempi: odori delle masse, odori degli individui.

Non esiste più una terra madre, non esistono più case d’infanzia, amici e cari, un popolo e una lingua. Quello che rimane è solo memoria, uno spazio tra ricordo e allucinazione stretto nella mutazione costante dei nostri giorni. Non è un romanzo facile, a tratti può risultare anche ostile nella sua frammentarietà, ma il corpo rumoroso e odoroso fatto di storie perdute e di luoghi dispersi che riporta a galla, seppure in parte ci può essere estraneo, ci appartiene in profondità. Ed a quella profondità, la stessa che contempla la morte della madre, la perdita degli amici più cari e la scomparsa di una patria a cui dobbiamo guardare quando il futuro smette di farsi prevedibile e la nostalgia diventa un rifugio troppo rassicurante per non rischiare di perdersi, anche solo in un bicchiere d’acqua.

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