Erlend Loe. Saluti e baci da Mixing Part

Telemann ha un solo unico pensiero, il teatro. Pensarlo, pensarlo e pensarlo ancora. E forse un giorno scrivere un lavoro teatrale. Nel frattempo si isola ogni volta che può tentando di ridurre ogni sua nevrosi a questo unico pensiero che gli permetterà prima o poi di diventare un vero e proprio uomo di teatro. La moglie di Telemann, Nina, tende invece a voler badare ai figli e ad esplorare le montagne attorno a Garmisch, dove la famiglia ha scelto di passare le vacanze. Ogni tanto cerca attenzioni da Telemann, ma tutto questo può avvenire nel ristretto spazio disponibile tra un pensiero e l’altro sul teatro. Erlend Loe scrive una storia di fallimento e consolazione che ha come centro la famiglia medio-borghese di Telemann e le sue continue fughe dalla realtà.

 

Con uno stile cinicamente ironico e ugualmente scanzonato, che contraddistingue i suoi romanzi a partire da Naif.Super fino al meno noto Volvo (forse il più interessante del prolifico autore norvegese), Loe costruisce delle vere e proprie scene, dialoghi serrati sempre caratterizzati da una virata improvvisa che segue un crescendo di situazioni reali quanto immaginarie scatenate da un Telemann sempre più preda delle proprie nevrosi. La leggerezza, si sa, è una superficie profonda su cui è facile scivolare.

 

Loe si dimostra abile proprio nel prevenire la caduta senza però farne accenno al lettore che, spiazzato, non di rado si ritrova disegnato sulle labbra un sorriso se non il moto improvviso di una risata tutt’altro che liberatoria. Infatti la bravura dell’autore sta proprio nell’inchiodare il lettore alle ansie e ai pericoli di questa bislacca famigliola norvegese sperando che nulla di male possa accadere loro, nonostante tutto faccia presagire che il peggio è di là da venire. Il ritmo serrato che trasforma l’angoscia in divertimento è possibile grazie ad una struttura mobile che, cambiando di continuo, rende impossibile definire la storia, all’interno di un genere - romanzo, commedia o tragedia. Niente di profondamente sperimentale: solo un uso preciso e sicuro di una tecnica di montaggio che lascia sulla pagina l’essenziale senza però fare sconti ad una scrittura che rimane letteraria e quasi per nulla cinematografica.

 

Al limite della follia, Telemann rivela che quella che è apparentemente una forma di autodistruzione è in realtà il bisogno di fuga da una presunta normalità gonfia di ipocrisia e falsi sentimenti. Loe si rivela così abilissimo a gestire sulla pagina due livelli: quello della disgregazione famigliare di stampo borghese e quello più profondo che contempla le nevrosi e la necessità di rifugio in un’immaginazione che sia più vera del vero.

 

Libro dalla grande forza icastica, si chiude con un lieto fine (apparente e dal fondo amaro e doloroso) che è in realtà un inizio, così come l’apertura del libro altro non era che un dialogo via mail ormai giunto alla fine. Tutto si apre e si chiude con un accordo, un patto dentro il quale potersi sentire liberi e garantiti. E anche da questo punto di vista Erlend Loe coglie fortemente il segno dei tempi in cui non è più una risata a seppellirli, ma il seppellimento a farci ridere. Tutto, dal fallimento personale a quello dei figli, dal tradimento al disamore, ogni disgrazia si trasforma in una divertente conferma. Perché tutto quello che si va a demolire è un rapporto e più in generale una società in cui, in fondo, per davvero non si è mai creduto. Perso l’entusiasmo di vivere, ma incapaci di reggere il peso di una sopravvivenza, non resta che convivere come se nulla fosse, perché forse proprio nulla è.

 

Erlen Loe, Saluti e baci da Mixing Part

Iperborea, Milano 2012, 216 pagine, Trad. di Giuliano D'amico

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO