Franz Hessel. L’arte di andare a passeggio

Se già è straordinario che il testo di un ultranovantenne sia diventato il libro simbolo della rivolta giovanile globale, è forse ancor più apprezzabile che tutta questa attenzione attorno a Stéphane Hessel, partigiano e diplomatico francese di lungo corso, autore di Indignez-vous, abbia finito per ridare voce e spazio proprio al padre di Stéphane, Franz Hessel. Scrittore e saggista tra i più rilevanti nella vita parigina d’inizio secolo e fautore con Henri-Pierre Roché ed Helend Grund del ménage à trois per eccellenza, immortalato al cinema da François Truffaut con Jules e Jim, Franz Hessel ritorna disponibile per i lettori italiani dopo vent’anni di assenza in una nuova antologia, L’arte di andare a passeggio (Elliot, Roma 2011) che raccoglie una scelta dei suoi testi per la cura attenta e rigorosa di Eva Banchelli.

 

Amico di Walter Benjamin, con cui tradurrà in tedesco due volumi della Recherche, Hessel è forse colui che più di tutti ha dato vita alla figura dello scrittore flâneur, dissipatore di tempo e di passioni, camminatore metropolitano, poeta del frammento e delle “seconde circostanze” - come si definisce - libero da ogni logica editoriale e scevro da qualsivoglia finalità economica o produttiva. Non di rado le sue prose, sempre in bilico tra il racconto e il saggio, virano improvvisamente inseguendo il ricordo di un momento, il dettaglio di un biglietto scovato dal fondo delle tasche come lo strillo colorato di un cartellone pubblicitario. É forse nel pezzo lungo intitolato Scuola di preparazione al giornalismo, dal sottotitolo Diario parigino, che Hessel concentra il meglio della sua arte. Un ritorno a Parigi durante il primo dopoguerra, alla riscoperta di una città in parte mutata e con l’obbligo di un lavoro giornalistico dall’esito improbabile. Un viaggio nel corpo della capitale francese dettato dai ricordi del tempo che fu e dall’inesorabile impiccio di “dover guadagnar denaro”.

 

Hessel è uno scrittore straordinario in grado di raccontare un mondo in poche righe. I suoi racconti non hanno una struttura definita, ma piuttosto un andamento: un caracollare tra un improbabile presente e un passato rimembrato attraverso una solitaria passeggiata. Il movimento è sicuramente una delle chiavi di lettura più appassionanti, lo stile è quello della macchina da presa sempre in movimento, in continue carrellate: la scena non è mai fissa, tutto ruota come in una danza frenetica e d’antan.

 

Queste prosenon possono non ricordare, soprattutto nello stile, le pellicole di Max Ophüls, anch’egli di origine tedesca e affermatosi in Francia grazie a capolavori assoluti come Madame De..., Le plaisir e Lola Montes. In quei film e in questo libro ritroviamo lo stesso gusto e lo stesso amore per un mondo perduto, ma mai decadente, un modo di vivere che fu libero e ostinato. Franz Hessel non è stato certamente un autore politico, ma rileggendolo oggi vi ritroviamo un’assoluta ricerca della bellezza mai fine a se stessa che si contrappone, oggi per forza di cose, a un regime turbo-capitalista in cui ogni cosa deve avere la forma esclusiva del prodotto finito. Questo libro non è un prodotto finito, è il racconto di “seconde circostanze”, un’insalata d’amore (les salades de l’amour) per parafrasare il titolo di un libro di un suo grande estimatore.

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