Julián Herbert. Ballata per mia madre

Ci sono autori che contraddistinguono un’epoca letteraria, abbastanza grandi da proiettare ombre lunghissime sull’intera letteratura a venire e abbastanza prolifici da generare non solo libri vertiginosi, ma anche schiere di seguaci ed epigoni più o meno affezionati. Uno di questi autori, abitatore d’eccellenza della letteratura che solitamente è chiamata postmoderna, è il cileno Roberto Bolaño, il quale, nell’epigrafe di un suo brevissimo romanzo scritto su commissione agli inizi degli anni zero per Random House Mondadori S.A., Un romanzetto lumpen (trad. it. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2013), riporta uno stralcio tratto da Antonin Artaud che recita così: «Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi». A leggere alla luce dell’epigrafe il Romanzetto, in cui una giovane donna avvezza al mercimonio della carne narra la sua storia, e a fare rapidamente un gioco di corrispondenze passeggere, emerge che spesso, oggi, è anche l’autore stesso a prostituirsi. L’autore è una puttana che fa mercato di sé, cioè del suo corpo (conclusione ineccepibile se tra Descartes e Merleau-Ponty vogliamo dare ragione al secondo).

 

Così, e veniamo a noi, siffatto tema sembra essere uno degli assi fondamentali messi a reggere anche il lavoro appena pubblicato qui in Italia di un altro scrittore dell’ampissimo universo letterario ispanoamericano, il messicano Julián Herbert. Si tratta, in particolare, di Canción de tumba, titolo del 2011 (edito in spagnolo da Random House Mondadori S.A., come il Romanzetto) tradotto in maniera necessariamente infedele, ma forse un po’ troppo “parziale”, con Ballata per mia madre (trad. it. di Maria Cristina Secci, gran vía, 2014), libro vincitore del Premio Jaén de Novela Inédita, nel 2011, e del Premio de Novela Elena Poniatowska, nel 2012. Herbert, almeno leggendo questo suo romanzo, sembra appartenere esattamente a quella schiera di discepoli bolañani di sopra, e sembra aver appreso da Bolaño, tra le altre, innanzitutto la lezione per cui ricondurre la condizione dell’autore nell’attuale mondo editoriale alla prostituzione. «Non bisogna dimenticare» scrive Herbert rendendo esplicita la faccenda «che sono una puttana: ho una borsa di studio, il governo messicano mi paga mensilmente per scrivere un libro» (p. 42); oppure ancora: «I pomeriggi e le mattine lavoravo (nel mio solito ruolo di mercenario o di prostituta letteraria) […]» (p. 177).

 

 

Come accade nel Romanzetto infatti, a suffragio di quanto si va dicendo, anche in Ballata per mia madre vengono narrate, stavolta a metà strada tra la finzione e l’autobiografia, le vicende di una puttana: per l’appunto la madre del narratore/personaggio che compare già nella traduzione del titolo del romanzo, donna che ha vissuto una vita azzardata e tortuosa e che per disgrazia sta per morire a causa di una leucemia che la tiene costretta su un letto di ospedale a Saltillo, nel nord del Messico. Durante la degenza ospedaliera della madre, durante la lenta e agonizzante discesa nell’oltretomba di una prostituta, Herbert/narratore (con gli occhi di chi rivende al mercato editoriale le proprie memorie più intime fatte romanzo e talvolta con la boria dell’artista maledetto) guarda al suo passato domestico, alla struttura della sua famiglia che necessariamente ha subìto influenze dal mestiere materno: figli sparsi per il mondo e inclini al consumo di sostanze più o meno psicoattive; figure paterne che compaiono, scompaiono e si danno il cambio; viaggi in giro per il Messico e anche oltre; un senso diffuso di incertezza e di putredine che pervade parecchi ambiti del mondo, se non tutti. Sullo sfondo di tali vicende, il narratore ci parla però soprattutto di sé, del suo ruolo e delle sue inclinazioni, delle sue dannate dipendenze (sulle quali invero indugia forse eccessivamente), della sua tendenza all’autodistruzione, della sua vita di coppia con la garbata Mónica, e di quella serie di altre cose che bene o male costituiscono gli affetti nella vita di chiunque. E nel far questo utilizza una lingua dura, piuttosto versatile e per nulla attenta alle buone maniere, in sostanza la lingua che ci si aspetterebbe da un letterato figlio di puttana, dunque puttana anch’egli, come già si è detto, per status acquisito oltreché ascritto.

 

In questo rimbalzo di rimandi, gioco di specchi che ha come modello principale il meretricio, lo sfondo grande che sta alle spalle della vorticosa storia familiare narrata rappresenta a sua volta un altro tipo di prostituzione, ossia quella di un Paese sbandato che sembra darsi al peggior offerente senza avere troppa cura delle conseguenze, mentre a quanto pare (in maniera speculare rispetto ai personaggi del romanzo) è intento in una convulsa discesa verso la morte, verso le latebre dei sepolcri. Alla patria di Herbert/scrittore, di Herbert/narratore, di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue droghe apparentemente non servono più cure, perché queste non sarebbero altro che un puro esercizio di accanimento terapeutico. Come una puttana agonizzante su un letto di ospedale e come i mercenari della letteratura, il Messico di Herbert ha bisogno soltanto di una Canción de tumba che l’accompagni nel suo postremo viaggio.

Julián Herbert

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