Marcel Beyer. Forme originarie della paura

Inauguriamo con questa recensione Oltreconfine, una nuova sezione sulla narrativa straniera. Ogni settimana critici e scrittori parleranno dei più significativi libri di narrativa straniera usciti di recente.

 

 

Forme originarie della paura (trad. di Silvia Bortoli, Einaudi, 2011) è il secondo romanzo tradotto in italiano di Marcel Beyer, quarantacinquenne scrittore tedesco molto noto in patria e all’estero, ma non da noi, dove il precedente Pipistrelli (Einaudi, 1997;ed or. Flughunde, 1995) era passato quasi inosservato. Dovesse succedere anche per questo, sarebbe un peccato, perché se quello era già notevole, questo è splendido.

Il libro ripercorre settant’anni di storia tedesca, centrata prevalentemente sulla Rdt dopo la caduta del nazismo, attraverso la rievocazione della vita di un ornitologo, Hermann Funk, sollecitato dalle domande che gli pone una giovane interprete che aveva interpellato per prepararsi a un convegno. Un compito arduo e inflazionato per un romanzo; ma d’altra parte la misura della sua levatura sta proprio nella qualità delle soluzioni inedite che riesce a trovare per proiettare nuova luce sull’argomento.

Beyer lo risolve adottando il punto di vista non solo di studiosi della natura (Funk ornitologo, suo padre botanico, il suo mentore Kaltenburg, zoologo che non si rifiuta a considerazioni antropologiche), ma disseminando episodi e eventi della presenza, dell’intervento e dello sguardo animale, come a intrecciare o a interpretare la storia personale e sociale alla luce problematica di quella naturale e viceversa. Allo stesso modo personaggi di finzione si intrecciano e confrontano con altri costruiti su modelli reali (Kaltenburg su Konrad Lorenz, l’artista Martin Spengler su Joseph Beuys, per limitarsi ad essi), la conoscenza della cui figura e opera, pur non indispensabile alla lettura, si riverbera su quanto detto o alluso, arricchendo e complicando di implicazioni una narrazione già ricca e densa di per sé, anche emotivamente, sorretta da una scrittura sobria e molto articolata, che rifugge da soluzioni di facile espressionismo anche laddove la materia lo consentirebbe (come le straordinarie evocazioni del bombardamento di Dresda del febbraio 1945), ma non da una sottile pietas che la consuetudine al distacco scientifico del narratore e la totale assenza di esibizione sentimentale al contempo schermano e rinforzano.

L’originalità dell’impostazione di Beyer viene inoltre rafforzata dalla scelta di non affrontare quasi mai in modo diretto gli eventi storici, che appaiono come di sbieco, per accenni all’interno di fatti all’apparenza banali (i treni stipati di persone che passano mentre il padre gli illustra la flora che cresce lungo una scarpata; una macchina su cui viene caricata a forza una persona mentre Klara, la futura moglie di Hermann, sta osservando una cornacchia), il cui senso arriva, quando arriva, solo molto più tardi; come avviene con i momenti più significativi della vita di Funk, che ritorna su di essi a più riprese, acquisendo ogni volta nuove e più ricche forme di comprensione, mai acquisiti una volta per tutte.

Forme di comprensione, non risposte; aperture conquistate provvisoriamente come un dono dello svolgersi stesso della narrazione, avvolgente e intensa, e attraverso le sollecitazioni che nascono dall’interrogazione partecipe della giovane interlocutrice, che non a caso è un’interprete, come potrebbe esserlo uno psicanalista e come lo è ogni lettore. 

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