Murakami Haruki. 1Q84

Murakami Haruki non racconta, piuttosto riveste. Come un abile decoratore, Murakami addobba la storia utilizzando frammenti luccicanti. Pezzi di personaggi, ambienti e situazioni che ricollocati dall’autore si trasformano in veri e propri lampi per il lettore, senza il bisogno di ricorrere a riduzioni o stereotipi. La scrittura di 1Q84 (Giulio Einaudi editore, 724 pp.) si mimetizza con la lettura in un testo che incrocia e sovrappone mondi e ruoli, primo fra tutti quello del lettore e quello dell’autore: imbrigliati in un unico movimento. 1Q84 si apre con una storia già ampiamente in corso: è come ritrovarsi seduti in un cinema a film iniziato con il regista a fianco che racconta cosa ci si è persi; per lo meno è straniante.

 

1Q84si svolge nel 1984, una sorta di epoca primitiva del digitale, in cui gli uomini vivono ancora a metà tra carta e calcolatori, obbligati a pensare al proprio tempo come ad un tempo passato, benché ancora vivo e mutabile, mentre la contemporaneità sembra non esistere più: l’immediatezza del passato l’ha privata di ogni senso, perché i passaggi tra un tempo e l’altro sono continui e la possibilità di ritorno non è mai negata.

 

Non scrivere, ma piuttosto riscrivere è il centro dell’azione: il protagonista, Tengo, riscrive la storia digitando sui tasti del computer, dando una lingua a un testo dattiloscritto che è a sua volta il prodotto di una dettatura. La storia e il romanzo hanno così due strade differenti, alle volte parallele altre coincidenti. Leggere diventa un continuo rileggere, non perché sia necessario tornare sulle stesse pagine, ma perché ogni avanzamento è un naturale ritorno: come se la storia si avvitasse su se stessa tridimensionalmente scavando nella terra o stagliandosi in cielo in una continua variazione di luminosità che mette a dura prova i riflessi degli occhi. È facile infatti rimanere accecati da questo continuo movimento che conduce personaggi improbabili in luoghi improbabili di fronte a eventi improbabili, ma che al tempo stesso rende tutto fortemente e intimamente famigliare, conosciuto e probabile anche nella quotidianità di ogni lettore.

 

Cechov e McLuhan sono le principali guide (dichiarate ed esplicite) all’interno della storia: distribuiscono indizi e allo stesso tempo depistano. Appigli scivolosi di un narratore eccezionale capace di gestire una materia complessa come quella del romanzo contemporaneo con la stessa abilità di un romanziere ottocentesco chiuso nel proprio magistrale affresco.

 

Le atmosfere metropolitane, frenetiche e desolanti, la solitudine, il sesso eccitante e meravigliosamente occasionale e il risveglio confuso si mischiano con il sogno. Come in un volo chimico, la realtà scompare ogni volta, un pezzo alla volta, per ricomporsi in una soluzione accettabile, ma irreale. Il dubbio allora è che l’irreale non sia altro che un frusto pregiudizio privo di ogni qualità, un ordine arbitrariamente precostituito privo di ogni senso.

 

La storia prosegue sempre da un’altra parte, tutto ha inizio in un luogo forse perduto per sempre, ma impossibile da scordare. Murakami Haruki compone un romanzo che rifiuta la categoria del formidabile, tanto ambiziosa e cinica, per abbracciare in pieno quella del meraviglioso, in cui l’autore ha la rara abilità di concedere un spazio infinito al lettore, un campo libero dove ognuno abbia la possibilità di percepire quel mondo, simile al nostro, solo un poco diverso, apparentemente contenuto in un libro di 718 pagine.

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