Paul Yoon. La riva del silenzio

La storia è sullo sfondo: la guerra, la prigionia, un lungo viaggio dalla Corea del Nord fino al Brasile, mentre quello che resta nella rete della scrittura levigata e assorta di Paul Yoon è invece la vita intima di un giovane uomo catapultato in un nuovo mondo tra visioni e sogni.

Non un libro sul silenzio come farebbe pensare il titolo La riva del silenzio (traduzione di Manuela Faimali, per altro diverso dall’originale Snow Hunters e inutilmente ammiccante), ma un piccolo libro sulla memoria di un secolo, il Novecento, che inesorabilmente s’impiglia nella vita privata di questo giovane apprendista sarto. Gli eventi si trasformano così in sensazioni, un’educazione sentimentale che passa dalle dita del vecchio sarto esperto, fin nelle mani ancora immature del giovane apprendista. Tagliare, cucire, lavorare chini sulle stoffe: una precisa sequenza di mansioni che formano il protagonista e il suo sguardo sul mondo.

 


Attraversato da repentini lampi, da continui ritorni, il libro si rivela evocativo, ma compatto, fatto di una massa dura e inscalfibile. Yohan, il protagonista, vede gli oggetti e dagli oggetti risale a vere e proprie visioni: ricordi misti a sogni, e sembra a tratti vivere in una realtà distaccata, come una bolla il cui accesso è filtrato dalla sua stessa percezione del ricordo.

Ogni ombra o fruscio porta con sé la propria storia e Yohan la riconosce attraverso un’accettazione contemplativa e muta, i gesti che strutturano il romanzo sono il sogno dentro al quale si muovono i personaggi, un omaggio ambizioso al capolavoro di Kawabata, Il paese delle nevi ancor più evidente nella storia d’amore tra il protagonista e la giovane Bia.

Il Brasile si presenta come uno sfondo denso di spiagge e calore che trasuda tra le pagine, un ritorno alla realtà continuo, favorito dal cambio delle stagioni. Una scoperta del territorio che il protagonista compie in continua relazione con il proprio passato: il campo di prigionia, il paese d’origine, il rapporto con il padre.

Paul Yoon stupisce per la densità delle sue pagine, un racconto in cui i fatti non sono altro che la nota finale e laterale di uno stato d’animo impossibile da sfuggire. Yoon supera il minimalismo all’americana e si tiene ben alla larga da un sentimentalismo levigato e parodistico.

Yohan (non un caso, evidentemente il leggero slittamento dal cognome dell’autore Yoon) ha la nettezza e la profondità dell’esule: lo sguardo nuovo sulle cose, ma con tutto il passato ricco di gesti e movimenti figli di una storia diversa, di un luogo diverso. L’esule diviene così paradigma di uno secolo, il Novecento, ora raccontato, ora reinterpretato, che è impossibile da rimuovere nella contemporaneità.

Paul Yoon ha scritto un piccolo libro che è un’educazione sentimentale alla memoria, alla sua labilità, alla sua morbidezza senza spigoli ideologici e predestinazioni: non c’è il destino, ci sono le cose, con il loro corpo che cambia e con i nostri occhi che guardano cercando di capire e quindi anche di ricordare. Ricordare quello che è ancora, perché quello che è stato non ci appartiene più.

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