Peter Cameron. Il weekend

La campagna è quella nei dintorni di New York, l’atmosfera è di fine secolo: un weekend, un critico d’arte e il suo nuovo giovane compagno in visita ad una coppia abbiente e non più affiatata, una ricca signora in villeggiatura ospite per la cena. Basta poco per saltare indietro di un secolo, basta la fuga dalla metropoli, l’assenza di telefoni cellulari, niente internet e un profluvio di discussioni esistenziali.

 

Peter Cameron è tutt’altro che uno scrittore decadente, ma irrimediabilmente decadente è la borghesia che rappresenta, una classe espansa che per esclusiva sopravvivenza ha accolto a sé la diversità, sia intellettuale che sessuale, una classe tollerante per interesse che guarda con nostalgica invidia ad un successo a cui non può più ambire. La fuga è l’unica via per evitare il fallimento così come i ridotti rapporti sociali l’unico modo per sfuggire ad un’ipocrisia che al minimo cambiamento (l’arrivo del nuovo compagno di Lyle) si frantuma rivelando i fragili equilibri fino ad allora eretti a difesa della propria esistenza.

 

 

Scritto nel 1994, Il weekend è attraversato da un’ostinata assenza, quella di Tony, morto di AIDS qualche anno prima, e dalla vitalità liberatoria ed edonista degli anni ottanta, ormai sfracellatasi contro la malattia e la restaurazione dei costumi. Il fine secolo accompagna una deriva annunciata in cui tutte le categorie fino ad allora ritenute valide vanno frantumandosi, perdono presa e identificazione. Il vero e il falso questo il tema del romanzo : l’amore, l’amicizia, i figli, il lavoro - tutto ruota attorno alla loro percezione: quanto c’è di vero e quanto c’è di falso. Tutto è fermo, ancorato ad una vita che ha trasformato ogni rapporto umano in un rituale cristallizzato, l’ipocrisia come ultimo argine alla più assoluta barbarie.

Cameron, il cui Un giorno questo dolore ti sarà utile è ad oggi il suo libro migliore, sembra qui ancora brancolare alla ricerca di un senso, o meglio ancora di un dolore. Perché se il male c’è - e lede ed attraversa i corpi, il dolore ancora no. Un vago rimpianto, semmai: una nostalgia e nulla più. Lo smarrimento di fine secolo che poi si tramuterà in violenza, guerra e crisi nel nuovo, è solo l’avviso di una fine di cui ancora non conosciamo appieno la durezza della caduta.

La Storia marcia irresistibile sulle nostre vite, oltre le personali aspettative e desideri, tutto viene macinato e sul campo non restano che confuse illusioni. Tenere un orto, costruire un muro a secco come fa John, sono le uniche attività che sembrano restituire senso e posizione nel mondo, ma sono lavori sostanzialmente inutili. La concretezza si è fatta estetica, a nulla serve se non al piacere dello sguardo. Cameron seduce e allieta con ironia e leggerezza, la salvezza tuttavia è poco lontana dalla rassegnazione, la decadenza si è fatta educata e sana, i prodotti sono naturali e i rapporti amichevoli. Il weekend si chiude con una frase di convenienza, tutto viene rimandato alla volta prossima, poteva andare meglio, ma non è andata poi così male. Il secolo si sta chiudendo, quello nuovo è già un’altra storia, forse finalmente utile a qualcosa.

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