Richard Powers. Generosity

Se riuscissimo a scoprire il segreto biologico dell’ottimismo potremmo inaugurare un’altra era dell’umanità. Non solo. Se riuscissimo a mettere insieme gli elementi giusti potremmo fabbricare storie con estrema facilità. Nel suo ultimo romanzo Richard Powers maneggia geni e parole come se rispondessero a uno stesso disegno. La protagonista di Generosity (Mondadori, 365 pagg., euro 20) è una ragazza algerina di ventitré anni innamorata della vita. Thassa sprizza la positività di una mistica e il suo buonumore è magnetico a tal punto da diventare materia di studio da parte di uno scienziato genomista che vuole ridisegnare l’umanità cancellando dal mondo depressione e vecchiaia. Thassa ha perso i genitori in Algeria e adesso vive sola in un dormitorio a Chicago, dove frequenta l’Arts College. Scoprire il suo segreto è scoprire il segreto della felicità. Russell Stone, il suo professore di scrittura, la crede affetta da ipertimia, un disturbo che porta a un’esaltazione dell’umore.

 

Questa è in parte la trama. Ma il romanzo di Powers è una scatola narrativa a più livelli, una meta-fiction che si diverte a smontare le ipotesi che va costruendo. L’autore interviene di tanto in tanto per distruggere la nostra immedesimazione con i fatti narrati, ricordarci che si tratta di una finzione e che le cose sarebbero anche potute andare in un altro modo. Insomma, se è vero che la trama è il DNA del romanzo, il suo ordito, perché abbandonare la tentazione di liberarsene?

 

Thassa è corteggiata e temuta. Come ogni essere non facilmente assimilabile nel corpo sociale, attrae e fa paura. Sembra una Medea ingenua, una straniera la cui diversità diventa sospetta. Tanto che Russell chiede aiuto a una psicologa per decifrarne il mistero. Ricondurne l’anomalia caratteriale a una causa organica può rassicurare, ma la generosità eccede ogni tentativo di confinarla. Così Thassa, e con lei Powers che la muove e la vede muoversi, in fondo “ride della struttura narrativa” che la imprigiona e anche dei tentativi scientifici di studiare i suoi geni.

 

Powers non costruisce solo un’ottima opera di science fiction, ma fa di più. Ci lascia in compagnia di uno spazio bianco su cui riscrivere quello che non riesce a dirci. Nella prima pagina del romanzo leggiamo: “La pagina bianca è paziente, e il significato può aspettare”. Non ci sono certezze a cui aggrapparsi. Blanchot, che decostruisce vita e scrittura, ne Il passo al di là scrive: “La certezza lo condusse lentamente in uno spazio vuoto”. La scrittura non chiude, ma apre alla possibilità delle trasformazioni. Il Nuovo Mondo di Huxley è sì un modello possibile, ma è lo spazio vuoto quello che alla fine rimane, quel margine non colmabile che separa Thassa dalla nostra capacità di comprenderla fino in fondo. Powers riempie le pagine con ipotesi, intrecci e colpi di scena, ma ciò che resta è una magnifica dissolvenza, una cancellazione su cui riscrivere un’altra storia.

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