Slow Motion Riot

Sedici anni dopo l’edizione Mondadori, nel frattempo uscita di catalogo, Il Saggiatore ha meritoriamente ripubblicato (unico neo, i tanti refusi) la traduzione di Sergio Altieri del primo romanzo di Peter Blauner, Slow Motion Riot (1991).

 

Quello che a torto potrebbe passare come un mero noir, o thriller, o chissà quale altro caso relegato nel suo colore o genere, è a conti fatti qualcosa di più: un libro che diverte, appassiona, toglie il fiato e sospinge la lettura senza indurre cedimenti; un romanzo ben scritto e ancor meglio congegnato; ma anche un grande lavoro sotto il profilo culturale, da cui trapela una forte consapevolezza storica e sociale.

 

Protagonista è Steven Blaum, impiegato al Dipartimento per la libertà vigilata di New York, ebreo cresciuto nel Queens da un padre di origini est-europee, scampato all’Olocausto, ossessionato dai neri e da un’Apocalisse imminente. Steven, nel suo cubicolo di ufficio, vede passare davanti ai suoi occhi file di malviventi disperati, perlopiù tossici e ladri. «C’è solo un momento in cui le loro vite assumono una parvenza di struttura», dice Baum: «è il momento in cui commettono un crimine».

 

Acceso dalla speranza e dal suo idealismo, strizza la pallina antistress che tiene sempre in tasca e va avanti, credendo di poterli salvare, cedendo al conforto dell’alcool per resistere, convinto che «dare alla vita di questa gente una parvenza di organizzazione [possa] rivelarsi di enorme aiuto». Non è un caso se si ripete due volte la parola «parvenza». Come una parvenza, l’idealismo di Steven si disintegra presto. Accade quando incontra Darryl King, nero, occhi d’ossidiana, spacciatore (e miglior cliente di sé stesso) con sogni di gloria, se si può considerare gloria il controllo del traffico di crack nel quartiere (il consumo di crack negli USA ebbe il suo culmine lungo i Novanta, anni in cui è ambientato il romanzo).

 

Darryl pare il male impersonificato: è un padre diciassettenne e un assassino; è un figlio, un nipote e un folle; è un fratello e un sadico. È solo al mondo. Quello che inizia come un caso tra gli altri diviene presto una micidiale caccia all’uomo. Il cinismo e la disillusione crescono in Steven man mano che il suo destino si intreccia a quello del gangster. Nel contempo, altri fattori complicano la sua situazione: il destabilizzante trasferimento all’Unità sul campo; la relazione con una ragazza mozzafiato che, si capisce subito, pretenderà da lui un certo tenore di vita; un uomo potente, Richard Silver, sottoposto a libertà vigilata, colletto bianco condannato per corruzione che cerca di disilludere e corrompere anche il Nostro; un altro uomo, il padre, da cui Steven non cava un briciolo di affetto.

 

«Crimine e povertà hanno creato […] una lenta morte», si legge in esergo. Una rivolta al rallentatore è fin dal titolo la storia del libro. Al rallentatore: perché? La prima cosa alla quale ho pensato è che il romanzo per sua natura è un “dispositivo di rallentamento” con cui si sottopone un’urgenza – personale o collettiva: ma la forza di ogni grande romanzo non è poi la capacità di rendere collettiva una questione personale? – allo strumento conoscitivo dello stile e alla potenza chiarificatrice delle parole. Interessante a questo proposito è l’uso dei tempi verbali. I 77 capitoli di Slow Motion Riot alternano due tempi verbali – la prima persona (Steven) all’indicativo presente e la terza persona (narrativa) al passato remoto – che però condividono e raccontano il medesimo piano di azione, come fossero due messe a fuoco opposte e complementari.

 

Questo romanzo è un lungo precipitare verso l’evento finale: la rivolta di Darryl contro il suo ufficiale per la libertà vigilata, e tramite lui contro la polizia, contro la città di New York, contro i bianchi (ma pure i neri asserviti al sistema), contro l’opulenza dell’Occidente che sbatte il proprio bel muso pulito e sorridente sulla faccia delle sue periferie. Dice Darryl a Steven, indicando «con furia lo schermo tv, come se fosse una qualche puttana da strada che lo ha trascinato sulla via della perdizione»: «Io è lì che la vedo, tutta quella merda! La gente che fa tutti quei soldi del cazzo! Che va sui suoi elicotteri, sulle sue barche, sulle sue limousine. E con le femmine fiche. La vedo mentre sto seduto proprio qui. […] Voi mi sbattete tutta quella merda dritta dentro la mia faccia ma a me mi dite che io non posso prenderla!».

È una scena grandiosa, con la polizia di New York schierata fuori della «fortezza», il complesso residenziale dove si celebra lo scontro esiziale tra il gangster e la legge.

 

Il racconto al rallentatore della rivolta di Darryl è poi una variazione della «rivolta della prigione di Attica», non a caso rievocata a più riprese, durante la lunga scena, dalla madre del ragazzo, eroinomane, parte della sua crew di criminali adolescenti, fattoni, ladri e assassini. Protagonisti della rivolta di Attica (NY, 9-13 settembre 1971) furono invece quasi 1.300 detenuti, in gran parte afroamericani e portoricani, che presero in ostaggio una quarantina tra guardie e impiegati, chiedendo migliori condizioni di detenzione. Di fronte al rifiuto della richiesta di amnistia per i reati commessi durante la rivolta, i detenuti minacciarono l’uccisione degli ostaggi: esercito e polizia fecero irruzione nel carcere con metodi da macelleria rimasti nella storia.

 

L’ipotesi di una richiesta di amnistia spunta a un certo punto anche nel corso della rivolta di Darryl, seppure non per sua iniziativa, e comunque anche in questo caso non porta ai risultati sperati, se non altro per un’accidentalità (che qui non rivelo).

 

Semanticamente, «amnistia» (a-mneme, togliere memoria) si può legare a «redenzione» (voce di dizionario: «liberazione da una condizione di degradazione morale»), e a un livello profondo di lettura è la redenzione, anzi il fallimento di un progetto di redenzione dal basso, il vero tema del libro. A pagina 99 si legge di «un sistema che non è neppure lontanamente in grado di aiutare né loro [i sottoposti a libertà vigilata] né nessun altro». Il sistema produce un’opzione di aiuto, ma non può nulla contro il disagio che esso stesso genera.

 

Quell’opzione si incarna nella legge, in uomini e donne di buona volontà senza però un reale potere di cambiare le cose (tant’è che la maggior parte dei «clienti» del Dipartimento ricasca compulsivamente nel crimine), piegati all’ipocrita ruolo di balsamo per la coscienza del sistema. Ma il sistema, una coscienza, ce l’ha poi per davvero? La risposta arriva quando quel vuoto di coscienza si trasforma in un buco nero che risucchia, sputando a risarcimento dolore, le coscienze di tutte le sue donne e i suoi uomini – per primi quelli di buona volontà.

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