Tom McCarthy. Déjà-vu

Nel 2007 ISBN aveva dimostrato di essere tra gli editori italiani più attenti in fatto di avanguardie portando con incredibile prontezza nel nostro paese questo Déjà Vu (traduzione di Anna Mioni), che Zadie Smith ha definito una volta “uno dei grandi romanzi inglesi degli ultimi dieci anni”. Il suo autore, Tom McCarthy, è infatti piuttosto noto alla stampa anglosassone, e tuttavia ai tempi la traduzione italiana era passata quasi inosservata. La recente pubblicazione per Bompiani del suo ultimo romanzo C  ha fornito l’occasione per una ristampa di questo esordio fulminante, e si spera servirà anche per accostare il pubblico di casa nostra a una delle voci più interessanti della narrativa britannica contemporanea.

 

  

 

McCarthy (Londra, 1969) ha la particolarità di provenire dal mondo dell’arte, e di essere giunto alla narrativa dopo la pubblicazione di due testi di non-fiction entrambi firmati a nome della società semi-fittizia che presiede insieme al filosofo Simon Critchley, la International Neucronatical Society. Déjà Vu, che in originale si intitola Remainder (resto, residuo), rappresenta una sorta di messa in pratica delle attività di questo gruppo avanguardistico semi-serio che osteggia lo spiritualismo e promuove la non-autenticità: ne traduce con coerenza il carattere di performance artistica, pur non rinunciando a un impianto narrativo capace di proiettare lo stesso McCarthy in quello che oggi, con un gigante come Vintage alle spalle, può essere definito solo mainstream.

 

Déjà Vu racconta la storia di un uomo senza nome che viene colpito da un oggetto caduto dal cielo, perdendo memoria e capacità di stare al mondo: dopo un lungo coma e un faticoso “reinstradamento neuronale” decide di utilizzare la strabiliante somma ricevuta come risarcimento per l’incidente per ricostruire l’unico ricordo che ha della sua via passata (e che tuttavia potrebbe essere inventato): un palazzo con una crepa nel bagno, un’anziana che cucina il fegato, un pianista che suona. Un gruppo di attori sarà ingaggiato 24 ore su 24 per re-interpretare quell’unico momento alla perfezione, fin nei minimi dettagli.

 

Il risultato è un romanzo che funziona per strati, sviscerando un discorso di straordinaria complessità che lega teoria artistica e letteraria, una metafora della memoria e una riflessione sul ruolo delle tecnologie nel processo di astrazione proprio delle società occidentali contemporanee. La crepa vista sul muro di un bagno scatena il ricordo e rimanda a Proust, ribaltandolo: invece che inaugurare un viaggio nelle profondità dell’anima il protagonista esternalizza il ricordo, facendolo materiale. La lunga sezione dedicata alla re-interpretazione del palazzo richiama a uno grande teorico del rapporto tra memoria e scrittura come Georges Perec, la cui Vita: istruzioni per l’uso è un riferimento fin troppo ovvio. La sezione finale sposta invece il discorso verso una critica della tecnica nel pensiero contemporaneo, le cui connessioni immateriali recidono la parte umana dell’essere umano proprio escludendone il “residuo” che dà il titolo all’edizione inglese.

 

E tuttavia Déjà Vu resta anche e soprattutto una bellissima storia di ricostruzione di ciò che è autentico, di allentamento alla spontaneità e di smascheramento di quelli che Alain Robbe-Grillet definiva negli anni Cinquanta “i vecchi miti della profondità”: anche se non sarà un manifesto per la narrativa che verrà, come viene comunque da sospettare, sarà comunque un romanzo importante su cui vale la pena di riflettere.
 

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