Le donne dovrebbero sempre esercitarsi a parlare in riva al mare. C’è un aneddoto che a me, come credo a tanti, è rimasto impresso dal liceo. L’aneddoto riguarda Demostene, il grande oratore greco: si racconta che fosse balbuziente, e che avesse una voce non particolarmente stentorea, motivo per cui era solito declamare le sue orazioni sulla spiaggia, per esercitarsi a vincere con la voce il clamore delle onde. Ecco, le donne, per farsi sentire, dovrebbero fare come Demostene. Non perché siano balbuzienti, affatto, non lo sono mai state. Ma perché le donne, per parlare, devono sovrastare due rumori: quello dei cavalloni patriarcali, e quello della risacca del lamento. Tra i due, i primi sono i più facili da vedere, sebbene siano forse i più difficili da sovrastare. Fanno un gran rumore, specialmente quando s’infrangono, e sono tanto più potenti quanto più si originano lontano dalla costa – e questo è il nostro caso, dato che il modello di civiltà patriarcale ha origini antiche, e in virtù di queste è consolidato, tramandato, interiorizzato, istituzionalizzato. Però, la scienza ci insegna, cavalloni del genere si riconoscono perché sono sempre anticipati da un ritiro anomalo delle acque, che lascia scoperta una vasta porzione di spiaggia – una specie di enorme risacca: questa, nel nostro caso, è la risacca del lamento. E questo particolare tipo di risacca è causato principalmente dalle donne stesse, e quindi è piuttosto subdolo.

 

A me le donne piacciono. Mi piacciono le donne anticonformiste. Mi piacciono le donne indipendenti. Le donne dolci. Mi piacciono le donne forti. Le donne sensibili. Mi piacciono le donne che sanno tenere il potere. Le donne che sanno usare la bellezza senza denigrarla. Mi piacciono, insomma, le donne che non hanno paura di essere donne. E quindi, in realtà, mi piacciono le donne anche quando non riescono a essere anticonformiste, o indipendenti, o dolci. Ma se c’è una cosa che mi sento di odiare – con tutta la forza e l’indignazione di questo verbo, – sono le persone che si lamentano. Le donne che si lamentano. Che si lamentano di chi prova, che si lamentano di chi riesce, ma soprattutto che si lamentano di loro stesse. E quindi non provano e non riescono, ma si commiserano e si compiangono; non agiscono, patiscono; non si definiscono per ciò che sono, ma per ciò che non possono essere; non fanno, subiscono. È una posizione facile, persino vantaggiosa, quella di chi si lamenta: immunizza dalle critiche, previene gli errori – chi non fa non sbaglia – garantisce un’innocenza da vittima sacrificale. Invece non lamentarsi, bensì opporsi, dissentire e disobbedire in maniera costruttiva, manifestare, argomentare, è faticoso, difficile. Ma il lamento mi sembra, oltre che inutile, anche irriconoscente, e quindi pericoloso. O meglio, anticipa un pericolo, gli spiana la strada – la spiaggia, in questo caso. Per questo, dicevo, la riva del mare mi sembra il luogo giusto per esercitarsi a parlare. E non solo per allenarsi a sovrastare il fragore dei cavalloni e il brusio della risacca, ma anche per abituarsi alla visuale, all’orizzonte di possibilità che si apre come una promessa quando si riescono a sovrastare quei due rumori.

 

Il problema, credo, è che il lamentarsi a volte è molto più subdolo di quanto sembra, a volte se ne sta come appollaiato sull’isola delle sirene, che è un luogo psichico più che fisico. Così, soprattutto quando ci si trova a dover passare tra Scilla e Cariddi, la tentazione di lamentarsi si fa più forte, più insidiosa, la lusinga dello starsene sdraiati sull’isola a lamentarsi si fa più allettante. Questo vale per gli uomini e per le donne allo stesso modo. Le donne, però, devono fare i conti con un’ulteriore insidia, che è il pensiero, a volte ossessivo, che rivolgono a loro stesse. È anche questa una specie di corrente marina, che porta fuori strada, distoglie, ci fa annaspare e a volte persino affogare. Perché pensiamo così tanto a noi stesse? Credo che la ragione sia che per secoli ci è stato fatto mancare il pensiero relazionale, e quindi la mente delle donne è diventata più convoluta, come quelle foglie che prendono ad accartocciarsi tutte su loro stesse. E questa tendenza all’accartocciarsi nel pensiero febbrile su di sé – che può sfociare nel lamento, o nell’ostentazione, o nella vanità – è rimasta anche oggi, quando invece le energie delle donne dovrebbero essere incanalate nel tentativo di colmare quel deficit di intelligenza relazionale – e penso soprattutto alle relazioni con le altre donne, e con la realtà.

 

Ph Francesca Woodman.


Conosco molte donne, alcune le ho incontrate per le strade, altre nei libri, altre sui giornali. Conosco donne che ogni mattina si infilano in un tailleur e prendono il treno delle cinque e trenta e vanno al lavoro, donne che alle cinque e trenta smettono di lavorare e vanno a casa e si infilano nel letto, donne che in coda ai semafori guardano il vuoto, donne che in coda ai semafori s’incipriano il naso, donne che scrivono sempre a matita, donne che scrivono solo a al computer, donne che leggono solo gialli, donne che non leggono affatto; conosco donne spesso stanche, e donne sempre energiche; conosco donne che crescono cinque figli, e donne che non riescono a tenere in vita una pianta grassa; donne che hanno una stanza tutta per sé in cui scrivono l’incipit di grandi romanzi, e donne che nella loro stanza tutta per sé decidono di uccidersi; donne che amano, idolatrano, ostentano il proprio corpo, e donne che se potessero non lo mostrerebbero mai; conosco donne che scendono in piazza a protestare, e donne costrette a imbarcare i propri figli su un gommone perché il mare aperto fa meno paura della guerra; conosco donne arrabbiate, donne disilluse, donne eccentriche, donne malinconiche. E credo sia importante che ognuna di queste donne continui a essere donna nel modo in cui è capace, ma che entri in rapporto con il mondo della realtà e non solo con il mondo degli uomini, e che pensi a se stessa per costruirsi e affermarsi come soggetto libero, non per commiserarsi, compatirsi o sminuirsi, e che sia ben consapevole delle proprie conquiste come delle limitazioni che ancora le sono imposte, e che viaggi nel mondo come donna in un corpo di donna e non con l’ambizione di diventare un’entità disincarnata – perché la rinuncia all’essere donna nella mente e nel corpo insieme cela il desiderio di uniformarsi all’uomo, e cela dunque anche il consenso a una civiltà patriarcale, al tramandarsi e al perpetuarsi di certi ruoli, istituzioni e poteri della vita privata e pubblica. Cela il consenso alla discriminazione e all’oppressione, le quali, essendo delle forme di relazione, non vengono cancellate se gli oppressi e i discriminati li ignorano, se fanno finta di non vederli; essendo delle forme di relazione, e quindi dei modi di dare senso al mondo e agli altri esseri umani, non possono essere cancellati: possono e devono essere modificati. Molte donne hanno lavorato in questa direzione, aprendo nuove strade per sé e per le altre. Io potrei citare le molte donne – mai incontrate, morte o vive, reali o immaginarie – che formano in me una catena invisibile, donne con le quali sento, malgrado tutta la loro grandezza, di avere un legame, un qualcosa di comune; potrei parlare di Virginia Woolf e bell hooks; di Simone Weil e di Marguerite Yourcenar; di Annie Ernaux e di Natalia Ginzburg; di Georgia O’Keeffe e di Jane Campion; di Susan Sontag e di Anita Desai. Potrei parlare di queste, ma ne dovrei tralasciare altre. E tuttavia il solo pensare a tutta questa genealogia, a me sembra, svuota di senso il guardarsi alle spalle con rabbia, o con frustrazione, o con rimpianto; lo rende inutile e deleterio, e ci rende irriconoscenti. A forza di guardarsi indietro, si arriva senza fiato al punto in cui si inizia a guardare avanti. E invece, io credo, alle donne serve tutto il fiato di cui possono disporre, perché si trovano a dover percorrere via mare – e non un mare piatto e accogliente e favorevole, bensì quel mare burrascoso, rumoroso, a volte spaventoso che spesso sovrastava persino Demostene, – un tragitto che gli uomini hanno percorso via terra.

 

E delle donne che ho citato prima dovrei anche dire che molte di esse mi sono state fatte conoscere da altre donne, che hanno guardato avanti ma continuando a guardarsi intorno, e che si sono prese a cuore il mio essere donna e il mio essere giovane – la seconda cosa, se sei fortunato, prima o poi passa; della prima, se sei intelligente, non dimentichi mai il significato profondo. E il senso della giornata della donna io spero sia questo, per le donne e per gli uomini collettivamente: non dimenticarsi della strada già percorsa, ma soprattutto ricordarsi di tutta quella ancora da percorrere. Una sorta di posto di blocco per la memoria collettiva. E se un mazzo di mimose può simbolicamente aiutare la memoria, allora ben venga. D’altra parte c’è un linguaggio dei fiori; nell’Ottocento era molto usato. Io non lo conosco, ma mi sembra che spesso i fiori suggeriscano le parole giuste.

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Ph Francesca Woodman.