Cani e gatti in paradiso

«Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai cani e ai gatti e poi lasciano senza aiuto la fame del vicino della vicina, no no»: queste parole pronunciate venerdì scorso da papa Francesco durante l’udienza giubilare a San Pietro e rilanciate dalla stampa con titoli ad effetto possono sorprendere, o suonare stonate rispetto al testo dell’enciclica Laudato si’ del 24 maggio 2015. Potrebbero essere ricondotte al luogo comune che spesso sentiamo ripetere a chi mostra nei confronti degli animali sensibilità e affetto ritenuti eccessivi: «vi preoccupate tanto della condizione animale quando c’è gente che muore di stenti». È un’asserzione che – diceva Anna Maria Ortese – procede da un ricatto morale proprio di chi isola i problemi dell’uomo da quelli del suo ambiente. Semmai, si potrebbe forse aggiungere che il discrimine non è tanto tra l’essere attaccati ai propri animali e il non essere attenti al proprio simile in difficoltà, ma tra chi si cura dei propri cari, siano essi animali o umani, ed è indifferente alle sofferenze altrui, animali o uomini che siano. E, certo, è più probabile che a provare compassione per le sofferenze del proprio simile sia chi la prova per gli animali, che non il contrario.

 

In vero, non v’è discontinuità tra l’affermazione di oggi e quelle di ieri del papa, né si può dire che questo pontefice separi le questioni dell’uomo da quelle dell’ambiente che lo ospita. Nell’enciclica dello scorso anno, così rivoluzionaria pur nella comprensibile necessità di ricomprendere e reindirizzare nella nuova prospettiva alcune posizioni (quelle sì un poco stonate) di Giovanni Paolo II, si legge: «Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta delle persone, si disinteressa dei poveri». Papa Francesco, in piena consonanza con il santo di Assisi al cui testamento ha voluto richiamarsi sin dalla scelta del nome, propugna infatti una comunione universale, una fraternità tra tutte le creature. Se l’essere umano ha nei confronti degli altri esseri viventi un «valore peculiare» esso risiede in una maggiore responsabilità, «tremenda responsabilità», nei confronti dell’altro, del diverso, del più povero e debole.

 

 

Certo non pare che questa enciclica sia stata del tutto recepita, almeno per ora, dal variegato mondo cattolico. Qualche mese fa mi capitò, su un treno diretto a Lecco, di sedermi a fianco di una fanciulla intenta a studiare un manuale. Stavo lavorando al libro di Anna Maria Ortese Le Piccole Persone da poco pubblicato da Adelphi, e l’occhio mi corse magneticamente su una frase sottolineata, data come una verità indiscutibile, in cui si sosteneva la subalternità degli animali all’uomo. Il rinvio implicito (la frase non era virgolettata) era ai discussi versetti di Genesi 1, 28: «Crescete e moltiplicate e riempite la terra, e rendetevela soggetta, e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». Chiesi alla studentessa che libro fosse e, mostrandomi la copertina, con tono afflitto mi rivelò trattarsi delle dispense per l’esame di teologia, esame obbligatorio per tutti gli iscritti all’Università Cattolica.

 

Dubito che nel frattempo i teologi dell’ateneo milanese abbiano integrato quel passaggio  con la glossa di Papa Francesco che, sempre in Laudato si’, a proposito della teologia della creazione e di quel passo del libro della Genesi così argomenta: «queste tre relazioni vitali [con Dio, con il prossimo, con la terra] sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (Gen 1, 28) e di coltivarla e custodirla. Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto». E continua «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data […] oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine e somiglianza di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature». La terra è stata data all’uomo per essere coltivata, custodita e tutelata; ciò implica una grande responsabilità dell’essere umano nei confronti della terra e delle sue creature, specie verso quelle stanche malate oppresse, come ben documenta il passo del Deuteronomio citato nell’enciclica: «Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti […] Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini e le uova, non prenderai la madre che è con i figli» (Dt 22, 4.6). Solo così, prosegue il testo biblico, «sarai felice e avrai lunga vita». D’altronde, sempre in Genesi leggiamo: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra ed ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento» (Gen 1, 29). E più volte nella Bibbia è sottolineata la dignità propria degli animali: prima del profeta Balaam fu la sua asina a vedere l’angelo del Signore (Nm, 22,23), e il cane di Tobia seguì l’angelo con il suo padrone, «un’immagine che riassume tutto il pensiero biblico sugli animali […] un ragazzo, un angelo e un cane, piccola sodale comitiva in cammino secondo il disegno di Dio» (Paolo De Benedetti, E l’asina disse… L’uomo e gli animali secondo la sapienza di Israele, Ed. Qiqajon, 1999, p. 46).

 

Sarebbe piaciuto, e molto, a Anna Maria Ortese questo papa che, il sei dicembre scorso, per indire il giubileo fece proiettare sulla facciata di San Pietro lupi, leopardi, leoni, delfini, scimmie, api colombe e pappagalli, la sua arca di Noè. Lei, francescana nel profondo, avrebbe salutato con gratitudine l’enciclica Laudato si’, misurato con soddisfazione la corrispondenza tra il suo sentire e l’ecologia teologica di papa Francesco, soprattutto la sua concezione del peccato come rottura, separazione, e lutto conseguente alla separazione, dall’armonia originaria dell’universo. Per Ortese gli animali sono, infatti, «angeli», creature pure, innocenti, buone, e certo, avrebbe accolto con un sorriso l’affermazione di papa Francesco che anche gli animali vanno in Paradiso (udienza del 27 novembre 2014).

 

 

Ma avrebbe ancor di più sottoscritto queste conclusioni di Paolo De Benedetti in quel tesoretto che è E l’asina disse… Conclusioni che, solo apparentemente, paiono rovesciare le parole di papa Francesco: «Proprio perché Dio non lascia andare perduta la minima scintilla di bontà nel peggiore degli uomini, noi crediamo  (e anche questo vorremmo che la chiesa, la scuola e i genitori insegnassero) che egli, misericordioso ma anche giusto, renderà giustizia all’innocenza degli animali e non permetterà che la loro bontà sia come non fosse esistita. E l’uomo, che per quell’immagine e quella somiglianza che sono in lui è rappresentante di Dio verso gli animali e rappresentante degli animali verso Dio, sarà giudicato anche per il modo di questa mediazione. Come sarebbe che colui che ha ucciso il lupo e l’agnello, che ha seviziato il toro e il leoncello, che ha tolto la passera dal nido e ha cotto il capretto nel latte di sua madre, abbia un giorno la sorte messianica di gioire con loro nei nuovi cieli e nella nuova terra?» (E l’asina disse…, pp. 56-57).   

 

Negli scritti in difesa degli animali, ora in parte raccolti nel volume Le Piccole Persone, Anna Maria Ortese mostra simpatia per Paolo VI: lo aveva sentito vicino quando aveva esortato gli uomini al rispetto per gli animali chiamandoli «con tenerezza lombarda i nostri fratelli minori». Più volte, invece, si scaglia contro Papa Wojtyla benché anch’egli sosterrà che pure gli animali hanno un’anima, questione particolarmente rilevante per Ortese e in gioco nelle sue opere fin dall’Iguana. Ma nell’omelia per l’inizio del suo pontificato (22 ottobre 1978) e nella sua prima enciclica Redemptor hominis (4 marzo 1979), Ortese non aveva apprezzato l’insistenza del papa polacco sul valore e sulla centralità dell’uomo nell’universo: «non esclamerei mai, con papa Wojtyla: quale reverenza davanti alla parola uomo. No, non ho nessuna reverenza per l’uomo incapace di ammirazione, di riguardo e di pietà per la terra e tutti i suoi figli» (Le Piccole Persone, p. 104). Né risparmia critiche alla Chiesa per la strage degli agnelli a Pasqua, per l’indifferenza verso il dolore animale: «Per quale ragione, vorrei dire, la Chiesa si ostina a credere che gli animali possano e debbano sopportare tutto, senza che mai ne venga per l’uomo – battezzato o meno – una qualsiasi condanna? Sentiamo – vorrei dire – dove mai vede l’immortalità e il superiore destino che tocca, in ogni caso (anche se torturatore di cani), a un battezzato? Alla luce della ragione, un torturatore di cani non può avere nessun diritto a chiamarsi uomo, e a pretendere una qualsiasi immortalità, egli non esiste, come anima e come uomo, semplicemente.

 

Quanto avrebbe potuto fare – e non ha inteso suo dovere di farlo – la Chiesa davanti a costumi umani che si trasmettono da secoli, senza che la dottrina celeste muova un ciglio. I Giochi! La Cucina! L’Utilità! La Scienza! I Mercati! I Commerci! Miriadi di agnelli sgozzati il venerdì o sabato santo per essere ingeriti dopo la Comunione, trasporti inumani ai macelli! I macelli! Gli allevamenti! La sperimentazione che riduce una bestia simile a Cristo sulla croce, però senza il grido finale. Tutto questo è ammesso, tollerato, benedetto, sostenuto da autorità ora religiose ora civili, da noi e in ogni paese!» (Le Piccole Persone, p. 156).

 

Noi, se un appunto dobbiamo muovere a papa Francesco, è per quella frase pronunciata il 2 giugno 2014 (l’enciclica era ancora lontana) in cui stigmatizzava le coppie sposate che ai figli preferiscono gli animali domestici, coppie destinate, a suo avviso, a una vecchiaia in solitudine. Caro papa Francesco, posso capire le ragioni non tutte teologiche sottese a tale affermazione, ma gli animali non ci lasciano soli, non ci abbandonano mai, cosa che non sempre si può dire dei figli; e – come lei stesso garantisce – quando ci lasciano vanno dritti in Paradiso.

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