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Cairo: oggi sono scesa in piazza

Oggi, per la prima volta in vita mia, sono scesa in piazza.
Non l’avevo mai fatto prima, neanche contro Mubarak, per vari motivi, primo fra i quali l’assoluta insufficienza delle misure di sicurezza – allora – dinnanzi agli attacchi dei cecchini. Ma anche perché – in ogni caso – non ho mai avuto proprio l’urgenza di scendere in piazza contro Mubarak.
Ma oggi il discorso è diverso.

 

 

Anzitutto Morsi, il presidente sulla cui elezione regolare permangono grossi dubbi – ricordiamoci che c’è sempre la leggenda urbana sugli Usa che avrebbero fatto di tutto pur di costringere lo SCAF (consiglio supremo delle forze armate) a proclamarlo presidente anche se aveva perso contro Shafik – non ha mantenuto una sola delle promesse elettorali: il comitato costituente è stato scelto a piacimento della sua setta, i Fratelli musulmani, e rappresenta quindi solo una minuscola frazione del popolo egiziano; molti speaker e presentatori televisivi sono stati processati per averlo insultato, tra cui Bassem Yussef a cui il presentatore americano John Stewart aveva dedicato una puntata del suo show; e soprattutto il presidente non ha per niente ascoltato il suo popolo affamato da mesi, nonostante il rischio di vera guerra civile anche a causa della marea di ex terroristi tornati in libertà grazie al suo perdono. Per non parlare del ministro della Cultura, il quale ha iniziato il suo mandato licenziando la direttrice dell’Opera House, dott.ssa Inas Abdel Dayem, con una iniziativa senza precedenti che ha suscitato la protesta di solidarietà delle Opera house di Parigi e Praga che hanno sospeso le loro attività per tre giorni. Poi naturalmente Morsi ha affidato in gentile omaggio il governatorato di Luxor a un ex-terrorista, facendo scendere in piazza tutti coloro che lavorano nel turismo per chiederne le dimissioni immediate.

 

 

Oggi il discorso è diverso. 7000 anni di storia rischiano di essere mandati in frantumi e cancellati a causa delle presenza degli gran numero di incompetenti nelle massime cariche dello stato. È l’identità, la particolarissima identità egiziana, splendente solo perché ricca e varia, che rischia di essere cancellata, sostituita da barbe e burka che con la vera fede islamica non c’entrano nulla.
Quindi oggi sono scesa in piazza. È stato un bellissimo pomeriggio, tra manifestanti la cui età andava dai 2 anni agli 80, appartenenti a tutti i ceti sociali: persone comuni, anche diversamente abili su sedie a rotelle, giovani scolari, studenti universitari, ex soldati, venditori ambulanti, veramente un campione di quella che è la miscela egiziana. Le ho viste tutte cantare, chi poteva saltellava, i ragazzi sedicenni facevano balli entusiasmanti. Tutti hanno una sola richiesta,  come unica è la risposta che Morsi deve dare: andarsene. Dopo un anno costellato da infiniti fiaschi e altrettanta arroganza, un anno in cui il presidente e il suo governo hanno trascurato i nostri 17 soldati assassinati nello scorso Ramadan, il poliziotto trentenne delle forze speciali che lavorava contro il terrorismo nel Sinai che è stato assassinato nel bel mezzo del mercato, i nostri poliziotti rapiti da più di un anno e di cui non sappiamo più nulla; un anno che ha visto sucedersi crisi energetiche, a cominciare dalla benzina che si trova solo facendo salti mortali, arrivando alla corrente elettrica che ora abbiamo ora no; un anno di insulti continui all’arte, alla cultura, perfino al balletto condannato perché eccitante: dopo tutto questo, Morsi deve andarsene.
Poi, nella notte, eccolo presentarsi per fare un discorso ridicolo sulla legittimità.

 

Bisogna dire che l'altrieri, lunedì, alle 16,30 è comparso il ministro della difesa, scelto da Morsi stesso perché appartenente ai Fratelli musulmani, e ha pronunciato un breve e coraggioso discorso in cui ha chiarito che, viste le grandi manifestazioni del 30 giugno e tenendo conto che nessuna delle forze politiche voleva agire, le forze armate avrebbero concesso 48 ore affinché le richieste popolari venissero ascoltate. Un comunicato, questo, che ha reso felice tutto il popolo, ma che ha indotto i sostenitori di Morsi ad occupare più piazze possibili: però stiamo parlando di un massimo di 6 milioni di persone, terroristi ed ex carcerati inclusi contro 85 milioni. Possibile?

 

Stasera, tornata a casa, ho ascoltato invece un discorso del presidente si è limitato a incitare tutti a stare calmi e buoni perché l’alternativa è tanto sangue. Inoltre, sottolineando marcatamente e ripetendo per un centinaio di volte almeno la parola legittimità, ha chiarito che non lascerà il suo cosiddetto impegno se non morto. E ha detto all’opposizione moderata che rifletterà su una serie di punti che gli era stata presentata mesi fa ma alla quale, all’epoca, per ragioni sue private, non aveva dato ascolto. Per fare un esempio, sono mesi che stiamo chiedendo di cambiare il primo ministro, del tutto inetto. Sia Morsi sia lo stesso primo ministro Kandil hanno sostenuto che questi non è tanto incompetente quanto piuttosto un essere umano, come tutti, che può certo sbagliare, ma che comunque fa anche cose buone. E non se n’è più parlato. Solo ora, solo oggi, con 17 milioni di manifestanti in piazza, Morsi ammette che è una delle prime questioni che prenderà in esame.
Sembra incredibile, eppure Morsi è riuscito a fare in un anno tanti errori quanti ne ha fatti Mubarak in trenta.

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