Capibanda e fischietti imbrattati

L’unica cosa che conta è quel 2.0, così l’hanno definito, Referendum per un Veneto 2.0, lì sta il senso di quello che i promotori hanno fatto: hanno riportato sulla ribalta la questione del “Male del Veneto” (Diamanti) facendo emergere la distanza non del Veneto dal resto del mondo, ma del Veneto di oggi da quello di trent’anni fa. Questa credo sia la chiave che serve a leggere quello che sta succedendo. Cerco di spiegare. Andare a fare la spesa in un supermercato, magari un po’ grande così c’è più gente, basta a percepire in che realtà sociale viviamo. Tra le due (forse) casalinghe trentenni quando si incontrano subito può partire un “…gatu visto su feisbuk a clara cossa che ha ga scrito al béco de denis, ‘pena partìo par l’Olanda?” (“Hai letto che cosa ha scritto Clara a quel cornuto di Denis, appena andato in Olanda”?) – si perdoni la trascrizione del dialetto, necessariamente sempre approssimativa –; una semplice battuta di un dialogo più che plausibile  disegna con dovizia di dati e sfumature quali siano le sensibilità che scorrono tra le persone di questi luoghi. Due analoghe trentenni di trent’anni fa avrebbero avuto un altro supermercato, altri strumenti, altri modi di porsi e di porre l’antico tema del tradimento. Inutile dilungarsi.


La scorsa settimana il Veneto pareva sotto minaccia addirittura armata, sembrava quasi di dover intervenire contro le minacce di nuovi barbari per proteggere, si sa mai, quei veneti sì, ma un po’ troppo internazionali, come Tiziano, Tintoretto, Tiepolo, Giorgione, Guardi, Emilio Vedova, Palladio, Venezia, Canova, Vivaldi, Marco Polo, Bruno Maderna, Luigi Nono, Giovanni Comisso, Arturo Martini, Goffredo Parise, Rodolfo Sonego, Luigi Meneghello, Toti Dal Monte, Carlo Scarpa, Andrea Zanzotto, Andrea Da Ponte, le Tofane e anche Altan. Ridicolo. E parlare di una propria casa dove riposare con la propria anima in santa pace sembrava diventato rischioso in terra veneta. Subito ti aizzavano contro i brutti musi inforsenniti di coloro che a vario titolo sono scannati dalla crisi economica e per questo vogliono mettere a ferro e fuoco il mondo intero, a cominciare da Roma. La scorsa settimana c’era chi “rispondeva” alle minacce dicendo che bisogna sempre ricordare  quello che Marx diceva e cioè che di una terra d’origine non si può essere orgogliosi, esserci nati è dipeso dalle stelle, non dal nostro operato, semmai, al massimo, si può vergognarsene. Certo ringraziamo soprattutto i media, che con le deformità e le storture degli umani sanno da sempre costruire sontuosi spettacoli manipolatori, a fin di bene s’intende!   


Goffredo Parise nel 1985, chiamato in causa come possibile figura di riferimento dal fondatore della nascente Liga Veneta, in una lettera a un quotidiano rispondeva:
“Declino con disonore l’invito e preciso che il sig. Tramarin si è ispirato, nelle sue affermazioni, ad una mia analisi della Liga Veneta apparsa in una intervista circa un anno fa. In questa analisi dicevo che soltanto battendo il tasto dell' antimeridionalismo la Liga avrebbe potuto avere successo, come ha avuto. Questo perché conosco bene i miei polli (i veneti che hanno votato Liga Veneta), il loro razzismo e la loro xenofobia. Era una analisi ovviamente, e non una affermazione. Ma il sig. Tramarin l’ha presa alla lettera. La Liga Veneta, che ha raccolto 125.000 voti tra i bifolchi della regione è tuttavia un fenomeno su cui riflettere.” (“la Repubblica”, 9 gennaio 1985)

 

Goffredo Parise, SalgaredaGoffredo Parise


Già, “un fenomeno su cui riflettere”, anche trent’anni dopo. Ma è lo stesso fenomeno? Sgombriamo il campo immediatamente dal “Tanko”: il grado di buffoneria raggiunto dal secondo “Commando Mona”, dopo quello del 1997 a San Marco, sarà forse per sempre ineguagliato (e i colpevoli, anche del “reato di buffoneria”, devono essere certamente puniti, inesorabilmente, ma facciamolo con davanti lo specchio di ciò che di noi ancora possiamo accettare ed approvare). Pensiamo piuttosto alle dinamiche economiche nazionali e internazionali: quei “bifolchi” hanno camminato e sviluppato un’economia per certi versi sbalorditiva, per quasi un paio di decenni hanno prodotto ricchezza in misura mai vista nella storia di questa terra. Nel bene e anche nel male (hanno distrutto a dovere l’ambiente come ogni area produttiva industriale ad alta intensità). I loro figli girano il mondo (solo a Londra quasi diecimila giovani veneti studiano, lavorano e vivono stabilmente, e tra loro ci sono senz’altro molte amiche di quelle due giovani trentenni incontrate al supermercato, che le vanno a trovare con la Ryanair), la popolazione è cresciuta di oltre un milione di abitanti (ora siamo quasi a cinque milioni), le etnie (e le relative culture) si sono mescolate, il Cartizze riposa nei caveau sotterranei a controllo elettronico delle fattorie di Valdobbiadene, il mercato si svolge in rete, e se non parli inglese e tedesco “sei fuori”. PIL in crescita (previsto 1,0 % per il 2014 contro lo 0,4 del Centro e lo 0,1 del Mezzogiorno). Il sito ufficiale della provincia di Treviso dice che il reddito pro-capite, a oggi, “supera del 25% la media italiana e del 29% quella europea”. Il Premier Renzi ha voluto dare un segnale altamente simbolico nella sua prima uscita pubblica andando proprio a Treviso prima in una scuola e poi in una Azienda-Centro ricerche tra le più avveniristiche d’Italia. C’è poi l’”industria” di Teatro, Cinema, Musica, Architettura e Design. E le Università d’eccellenza, ne vogliamo parlare?

 

Il prezzo di tutto questo è stata la cementificazione inaudita del territorio, l’inquinamento ambientale, il depauperamento culturale delle persone, diciamo tutti i malanni peggiori che sono arrivati in Italia, ma osservato come Sistema Economico Regionale il Veneto assomiglia certamente alle ormai molte realtà regionali autonome e/o indipendenti europee: Slovenia, Slovacchia, Lettonia, Lituania, Catalogna, Scozia, Paesi Baschi. Tutti esperimenti (senza eserciti e/o monete vincolanti) per molti versi riusciti ai quali, dall’Italia in grande affanno di oggi, è difficile non guardare con una certa attrazione, pur coscienti della loro poca o nulla importabilità. D’altro canto il Veneto, è stato ripetuto da molti commentatori e studiosi nei giornali di questi giorni, è sempre stato un importante laboratorio dei grandi contrasti (si seguano per questo gli studiosi veneti più accreditati come Ilvo Diamanti o Paolo Feltrin), piccola e grande industria, fascisti e brigatisti. E aggiungo, pellagra e poesia immensa.
E dunque, com’è possibile considerare tutto ciò una realtà anche solo simile a quella di trent’anni fa? Semmai fanno riflettere le nuove sinergie che si costituiscono e sono il frutto odierno dei mescolamenti socio-economici. Si legga per curiosità il comunicato dei Centri sociali del Nordest del 3 aprile. C’è chi vuole un’indipendenza, ma di chi e da che cosa?

Però, come diceva Parise, “bisogna stare attenti, dare molto peso all’attenzione e non badare se gli altri sono disattenti ma essere sempre attenti anche nel coraggio, nell’onore e nella dignità.” (Vecchia Italia degli odori buoni, “Corriere della Sera”, 9 febbraio 1985). Perché andar “dietro a capibanda e fischietti imbrattati di merda e zolfo” (Ceronetti, il gufo, sull’Italia, sempre nell’85) è un errore che molti hanno fatto e un rischio che molti stanno correndo. Nello sporgersi sul baratro della crisi economica di oggi, il “principio di piacere” sembra quasi prevalere sul “principio di realtà”, i sommovimenti della psiche sociale mettono in discussione anche le entità più robuste della nostra esistenza, cioè la condivisione, la solidarietà, il mutuo soccorso. La miseria fatta di “schèi” estesa a tutto il globo vediamo cosa sta producendo, la ricchezza consumistica è più miseria che “schèi”. E ora, con una crisi spaventosa in atto, passata l’era dell’arraffo generalizzato, di cercare la ricchezza là dov’è e di ridistribuirla nessuno vuole saperne. Questo mi pare sia il punto.
 
A differenza di Jacopo Ortis personalmente non ho mai coltivato la nozione di Patria, non so cosa sia, è una dimensione troppo debole e fuorviante che, per noi baby-boomers che abbiamo da sempre perseguito la mondialità, non ha consistenza. Abbiamo faticato per aprirci al mondo dal dopoguerra, abbiamo voluto un sistema di istruzione pubblico ed efficiente aperto e adeguato a quello degli altri paesi europei, e adesso dovremmo occuparci di chiudere le saracinesche? Mi hanno interessato sempre le sorti di quelli come me, che condividono la mia stessa sorte, sociale, politica, umana, ma ho sempre diffidato delle patrie perché le patrie impongono valori strumentali finalizzati a qualcosa d’altro. La patria, per me, al massimo, è la mia famiglia, per il resto c’è solo il “principio di piacere”, del proprio piacere, cioè ci sono gli interessi, i gruppi di interesse, le convenienze, le opportunità, le occasioni buone, ma, per favore, non le patrie. Ecco allora che si capiscono i legami pericolosi tra i padroncini in difficoltà e i movimenti no global. In questa liaison, di patriottico non c’è proprio niente. Altro che Liga Veneta.

Dove poi stia il piccolo buco dove ho deciso di vivere e stabilizzare i miei affetti, dove trovare profumi e luci per un mio personale entusiasmo interiore, non ha nessunissima importanza se non per me, per il singolo. La bellezza di una terra è tutt’altra questione, le crisi economiche, brutali quanto l’economia che le produce, sono cataclismi che uccidono, e il dolore e la rabbia che generano sono cose genuine. C’è poco da scherzarci su. C’è un che di “calvinista” da queste parti, un’“etica protestante” che del lavoro duro, indefesso, esagerato ha fatto un canone della vita. Grandi lavoratori emigrati prima, grandi lavoratori-imprenditori poi. I guadagni di tutto quel lavoro scialacquati da una classe politica sciagurata, sempre infettata dalle malattie antiche quanto l’unificazione, ora in un momento di grande bisogno duole il cuore vederli sparire nella solita voragine statale. E la gente ha investito le proprie anime su questo e quando si sono trovati davanti ostacoli insormontabili hanno ritenuto di farla finita non potendo sopportare l’idea stessa del fallimento. Le croci di Padernello, un cimitero fittizio di croci di legno, una per ogni suicida, allestito in uno dei presidi dei “Forconi” alle porte di Treviso,  sono l’emblema grossolano di questa tragedia. La simbologia è “bassa”, rudimentale e truculenta, brutta, ma la tragedia è vera, verissima, e quelle sono persone e atti concreti, e la pietas comunque è un nostro dovere.  

Passerà, in fondo siamo nel centenario della Grande Guerra e dio sa quanto sia costata all’umanità veneta, ma è passata, e ne è venuta un’altra, ancora più bastarda, passata anche quella.

 

C’è tuttavia un genere di Patria che mi aggrada, che mi fa star bene, e per questa credo valga sempre la pena di combattere:
“Ma il centro vero e solo e  unico della mia Patria lo dirò ora: è una casetta, una specie di casa delle fate, ma minuscola e vecchia, con tutto vecchio dentro ma efficiente e caldo a cominciare dal focolare, che sta proprio sui bordi del Piave e spesso ne viene sommersa. A mezzo metro da una finestrella che ho fatto aprire verso nord per guardare le montagne e la neve, in maggio arriva l’upupa a trafficare per il suo nido, rizzando la sua crestina vanitosa e giustamente “ilare” come dice il poeta. A pochi metri, su un altro salice picchia il picchio, con quel movimento del becco come la piccozza del minatore o dello scalatore di vette. Le rane cantano dentro piccoli stagni e ruscelli che si gettano nel Piave, le lepri, all’alba, giocano all’amore in coppie, in piedi, una rivolta verso l’altra come danzando, un alveare naturale si è formato tra i due vetri di una finestrella e da un giorno all’altro, un grosso gufo è sceso dal camino in una frana di fuliggine odorosa, le lucciole girano e il sapore del mare quando è scirocco giunge ad avvertire che la partenza, se voglio, può essere imminente oppure no, a seconda dell’estro. La mia Patria è Ponte di Piave, un paesetto vicino un chilometro, con una fontana di acqua ferruginosa, ma sto qui, abito a Roma, all’estero. Perché? Perché così è la vita.” (G. Parise, Il mio Veneto, “Corriere della Sera”, 7 febbraio 1982)

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