Israele/Palestina: in medio stat virtus?

Su Internet e Facebook circolano video che trasudano saggezza e verità. Con la consapevolezza di essere nel giusto perché, si sa, “la virtù sta nel mezzo”, si chiarisce l’origine e il protrarsi del conflitto palestinese-israeliano. È piuttosto semplice, tutto si spiega con la testardaggine di palestinesi ed ebrei israeliani che non riescono a mettersi d’accordo. La testardaggine degli esseri umana è una gran brutta cosa. Per fortuna che alcuni di noi, scevri da dogmi religiosi e ispirati da ideali liberali e progressisti, capiscono che non c’è nessun senso nelle barbarie perpetrate perché la terra è di tutti e non ha senso rivendicarne la proprietà. Soprattutto in Medio Oriente, e in particolar modo in Palestina.

 



E nemmeno a farlo apposta, in questi giorni ha spopolato un video che in modo molto divertente riassume la questione palestinese in una sorta di storia animata che si dipana dai tempi biblici fino ai giorni nostri. Abbigliati in abiti diversi a indicare le differenti popolazioni che storicamente si sono avvicendate nella zona, una serie di personaggi s’insedia in Palestina e scaccia quelli che a loro volta si erano insediati a scapito dei precedenti: l’egiziano ammazza il cananeo che poi viene trucidato dall’assiro che poi viene ucciso dal israelita e così via, in un susseguirsi di ammazzamenti che arriva fino ai giorni nostri, appunto fino al conflitto israelo-palestinese.

 



La morale è piuttosto semplice: i palestinesi e gli ebrei sono entrambi vittime e carnefici. La sola vera vittima in questa tragedia che si ripete ciclicamente è l’essere umano nella sua totalità, vittima di se stesso, della sua stupidità. Una profusione di pollici alzati, “that’s so true” e “mai stato così vero” ci fanno capire che il video piace. Sembrano dire: si, è vero, il governo israeliano sbaglia, ma d’altra parte anche i palestinesi con quei razzi… Insomma, ha poca importanza chi ha iniziato e perché, tanto da quelle parti la gente si ammazza da sempre, perciò vai a vedere se è nato prima l’uovo o la gallina.

Ma allora quanto tempo deve passare perché un’occupazione per usucapione si trasformi in governo legittimo? E quando il diritto a ribellarsi va in prescrizione, che cosa si deve fare?

 



È interessante come tutto questo non sia poi così distante dalla chiara volontà di molti governi occidentali di astenersi dal prendere una posizione chiara di denuncia contro il lento ma inesorabile annichilimento del popolo palestinese: entrambi danno forza all’idea che la colpa sia da ricercarsi nell’irragionevolezza di ambo le parti (e con un  facile volteggio dialettico si arriva anche a celare  la responsabilità dei governi occidentali e mediorientali nel mantenere vivo il conflitto). Sarebbe così semplice andare d’accordo. Si potrebbe anche fare qualche cosa, aiutare, ma il problema è che non vogliono proprio mettersi d’accordo.

Questa dell’irragionevolezza è un’idea abbastanza diffusa e piuttosto mediatizzata. Per esempio, nel 2006, Tom Waits cantava “Road To Peace” che ci dice che il problema sta nel fatto che palestinesi e israeliani non riescono a trovare un compromesso, che non è chiaro in cosa consista, ma che il buon senso sembra indicare da qualche parte lì nel mezzo. Questo il video non lo spiega, tanto meno la canzone. Ma ecco che il buon senso ci viene in aiuto e, guidato dalla massima morale citata, ci dice che la soluzione sta nel mezzo. E il mezzo nella politica internazionale è rappresentato dalla soluzione dei “due stati”. A ciascuno il suo, insomma, come direbbe Sciascia: agli ebrei Israeliani lo stato d’Israele, ai Palestinesi Gaza e la Cisgiordania. Gerusalemme? Ovviamente nel mezzo, da dividere “salomonicamente” in due parti oppure da affidare alla tutela internazionale. Ma questo proprio i Palestinesi non lo capiscono—e tantomeno il governo israeliano che continua a costruire nuove colonie mentre mostra di impegnarsi per la pace con una spudoratezza che sarebbe quasi da ammirare se non fosse che la gente muore per questo. Ma lasciamo perdere l’atteggiamento predatorio israeliano, che Edward Said ha spiegato in modo esaustivo nella su “La questione palestinese”, e concentriamoci invece sui palestinesi, dando  un’occhiata alla mappa di questo futuro stato. Viene naturale chiedersi chi mai vorrebbe ritrovarsi con un territorio amputato, geograficamente spezzettato, ingovernabile ed economicamente succube di un vicino che per decenni è stato il suo acerrimo nemico.

Nel momento in cui l’esercito israeliano si accingeva ad attaccare Gaza agli inizi di luglio 2014 su Doppiozero è apparso Gli opposti conformismi e la questione mediorientale. Ho trovato il pezzo per molti versi una boccata d’aria fresca. In un momento in cui la stragrande maggioranza dei media occidentali blaterava di azioni difensive in risposta ad attacchi terroristici, l’autore parlava di colpe comuni e faceva luce anche sull’uso sproporzionato della forza da parte d’Israele. Quello che però non si capisce è perché parlare di colpe comuni quando le forze in campo e la capacità di agire di una parte verso l’altra è, come si riconosce, sproporzionata.

 



La metafora della bilancia, infatti, funziona solo se sui due piatti si distribuisco pesi di egual misura: la ragione sta nel mezzo perché le colpe si spartiscono equamente. Ma come si fa in questo caso ad affermare che i due pesi si equivalgono? Forse la vita di una singola persona ha lo stesso peso di cento vite? Non bisogna dimenticare, infatti, che nel corso delle cosiddette operazioni difensive come “Piombo Fuso” o “Margine Protettivo” la proporzione di palestinesi morti su civili e militari israeliani è superiore a quella di 100 a 1; e che i famigerati missili e razzi Qassam che Hamas lancia verso Israele non sono poi cosi temibili visto che raramente arrivano a destinazione, e ancora più raramente provocano vittime.

 



L’idea che la soluzione stia nel mezzo perché entrambi gli schieramenti sbagliano si basa su un pregiudizio di chiara fattura pilatesca che giustifica l’apatia disonesta di molti governi occidentali e maschera come virtù il rimorso morale di non prendere posizione in quello che a torto è chiamato conflitto ma che in realtà è a tutti gli effetti il genocidio del popolo palestinese—che né le persecuzioni patite innegabilmente dagli ebrei nel corso dei secoli né le colpe della classe dirigente palestinese a Gaza e in Cisgiordania, per quanto corrotta e criminale, possono e devono minimizzare.

Nel caso del conflitto israeliano-palestinese quello di schierarsi è un dovere morale e politico. Solo quando l’opinione pubblica si schiererà unanime nel condannare le barbarie compiute dall'esercito israeliano e ordinate dal governo e l’ideologia etnocida che ne governa le azioni, si potrà sperare in qualche tipo di cambiamento, che sia la soluzione dei due stati o meno. Solo così, infatti, si potrà veramente costringere le potenze occidentali a condannare senza riserve il progetto "sionista" (l'antisionismo infatti non è antisemitismo) e a esercitare qualche tipo d’influenza su Israele.

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