La Croazia in Europa

A Zagabria si scommette sul who’s who che il primo di luglio parteciperà alla festa, ma l’atmosfera si mantiene sommessa. Il governo non ha fatto troppa propaganda e il destino storico fa sì che la Croazia arrivi nell’Unione Europea in un momento nel quale su tutto il vecchio continente le correnti politico-climatiche segnano variabile.

 

 

Ogni nuovo ingresso, la Croazia sarà il suo ventottesimo membro, evidenzia il deperimento dell’Unione, ripropone la questione della tortuosità dei criteri di inclusione e di esclusione. Nel caso croato il processo di avvicinamento è stato politicamente più significativo dell’entrata stessa. Nel dopoguerra infinito del conflitto inter-jugoslavo degli anni Novanta del Novecento l’Europa era diventata la grande Madre dalla quale si desiderava essere accolti, il Padre severo che con un gesto legittima o punisce – il Tribunale dell’Aia la rappresentazione di una giustizia superiore da adattare alla mentalità locale. E non è un caso che proprio la situazione del sistema giuridico abbia rallentato a lungo il processo di entrata.

 

Tra complessi d’inferiorità e manie di grandezza tipicamente balcaniche, il parlamento ha appena proposto la riscrittura di una strofa dell’inno: scompaiono dal testo i fiumi Sava e Drava, che finora davano forza al Danubio, al loro posto il Reno, l’Elba e il Tibisco per evidenziare che sì, la Croazia si europeizza ma intanto è l’Europa che si croatizza. Si pensa anche a un cambiamento di stemma, mentre si ricordano i tempi di Petar Krešimir (1058-1074), eroe di leggende nazionali, uno dei protagonisti dell’epoca aurea. Dopo la liberazione da Bisanzio aveva garantito duecento anni di regno che pare, la questione è storicamente controversa, si estendesse fino alla Drina e alla Neretva.

 

 

Far from Russia close to Italy, la scritta sulle tracolle alla moda, riassume i dilemmi di una regione che si è spesso sentita né carne né pesce, “nel mezzo” tra oriente e occidente, sospesa tra confini reali e mentali. Dopo la morte di Tito, nel 1980, quando ciascuna delle sei repubbliche e delle due regioni autonome ha avuto bisogno di “inventare una tradizione”, trovare una nuova identità nazionale, il prolungato silenzio croato diceva il timore dell’isolamento. Nel dibattito culturale sulle “meteorologie mitteleuropee” si rimproverava Kundera perché non citava nessun grande a sud della Mura e della Drava, la questione delicatissima era definire chi è nord e chi sud.

 

L’estremità meridionale dell’Europa centrale, si diceva, potrebbe essere di nuovo quella del Confine militare che fino al 1881 servì da difesa contro il pericolo turco. Proprio la stessa regione, quella di Knin, contesa durante l’ultima guerra tra Croazia e Serbia. Verrà “liberata” nell’agosto del 1995 con l’azione Tempesta, appoggiata dagli americani e guidata da Ante Gotovina, il generale prima condannato e poi prosciolto dal Tribunale dell’Aia dall’accusa di aver pianificato la “pulizia etnica” della popolazione serba. Tornato in patria in novembre, Gotovina ha deluso le manifestazioni dei reduci di guerra (quasi 500 mila), e ha ringraziato l’attuale governo di centro-sinistra per la sua posizione di neutralità.

 

 

La sovranità statale non è più dimezzata, ma la memoria collettiva rimane divisa. In privato molti confessano di essere soddisfatti che i serbi non ci siano più – in realtà sono scesi dall’11% al 4,5/% circa della popolazione. La componente croata arriva all’89,6%. Ora, appare però evidente quanto sia interno e lacerante il conflitto tra modernisti e tradizionalisti.

 

Da una parte rimpianti austroungarici, quando “in ogni particolare prevaleva lo stile, un qualcosa che definirei l’unità di forma e di contenuto”, nostalgie ustascia, che fanno affiorare il fondo limaccioso, il caratteristico antisemitismo mitteleuropeo, quel timore dell’estraneo che ficca eretici, ebrei e bogomili in un mucchio. Dall’altra legislazioni avanzate, elaborazioni sociologicamente raffinate sulla transizione, sul passaggio dal comunismo a una forma di capitalismo politico ed economia immorale – il crimine, la corruzione e il nepotismo sono, nella fase attuale, un modello inevitabile di accumulazione? Da una parte, come è accaduto lo scorso 15 giugno, più di diecimila persone hanno partecipato in un clima di festa al dodicesimo Zagreb pride convocato “in nome di ogni famiglia transessuale e bisessuale, gay, lesbica, di quelle tradizionali e di quelle che non lo sono, per proteggere i valori umani fondamentali”, dall’altra una raccolta di firme appoggiata dalla Chiesa cattolica che chiama a un referendum “in nome della famiglia”. Ciclicamente le alte gerarchie chiedono più ore di catechismo, attaccano l’educazione sessuale nelle scuole e il diritto all’aborto. Ma il nazionalismo di Tuđman prima, la propaganda ecclesiastica poi, non hanno modificato il quadro della demografia. La popolazione si mantiene su circa 4 milioni e mezzo, il tasso di natalità (9,57) non sale. Anche se l’87,68% si dichiara di religione cattolica la mentalità che prevale è laica.

 

 

La pubblicità dei prodotti esorta “sii uomo compra qui”, assicura “il sapore della tradizione per tempi nuovi”, promette a chi è più forte in Croazia il vantaggio dell'Europa; il timore però è che la crisi nazionale si sommi a quella europea. La crescita del prodotto interno lordo è pari a zero, la disoccupazione l'anno scorso era arrivata al 17,7%, ora in alcune città dalmate supera il 20%. I sondaggi si interrogano: i lavoratori se ne andranno o altri arriveranno? La Germania e la Slovenia hanno già messo le mani avanti, accoglieranno lavoratori made in Croatia solo per due anni, altri paesi (Repubblica ceca, Slovacchia, Danimarca, Finlandia, Estonia, Lituania, Irlanda e Austria) paiono per ora più tolleranti.

 

La frontiera europea slitta in Bosnia-Erzegovina, la Croazia si libera delle code e dei contenziosi con la Slovenia, che fino all’ultimo le ha messo i bastoni tra le ruote, per rimanere Biancaneve, l’unica repubblica ex jugoslava divenuta europea, per cercare di continuare a incassare i benefit della sua posizione geo-politica.

 

L'esperienza reale degli ultimi vent'anni – guerra e traumi, mafie di guerra e criminalità politica – compone la “patologia sociale” che continua a nutrire la letteratura. Oggi la letteratura cerca di avvicinare passato e presente, prova a dominare l’enormità di questa materia storica con una prosa che si definisce riduzionista. E che deve molto anche alla scrittura giornalistica cresciuta sulle pagine del Feral Tribune, il foglio informativo satirico fondato vent’anni fa e chiuso nel 2008, rimasto a lungo l’unica voce indipendente.

 

Per Viktor Ivančić, Predrag Lucić, Boris Dežulović, Tatjana Gromača e molti altri il giornalismo investigativo, la necessità di farsi capire senza farsi censurare, ha rappresentato una scuola di scrittura creativa che ha prodotto testi poetici, testimonianze e molti racconti. L’angioletto di Boris Dežulović (edito in italiano da Scheiwiller) rende bene il clima di latitudini dove la pochade è sempre lì lì per trasformarsi in tragedia e dove i ragazzi, cresciuti nel rock’n roll, si sono ritrovati nel fango di un fronte senza aver mai immaginato che il passato dei padri, fatto di guerra politica e sangue, potesse diventare il loro futuro di figli. E numerosi altri autori, nati negli anni Sessanta, come Zoran Ferić, con I ragazzi di Patrasso, Robert Perišić, con Il nostro uomo sul campo, Ivica Djikić con Cirkus Columbia (tutti editi da Zandonai), Jurica Pavičić, con Il collezionista di serpenti (edito da Besa), alternano storie intime, drammi coniugali e scontri familiari, a memorie belliche vicine e lontane, imprimono alla pagina un'atmosfera allegorico-realistica.

 

Le mie Croazie entrano in Europa mentre la burocrazia italiana, più lenta della Storia, mi permette di continuare a sentirmi serbocroata. Sul mio documento risulto nata in Jugoslavia, che però non esiste più. Il computer non sa che fare: dunque immette Serbia che però non si combina con Zagabria, lo stato croato esiste da più di vent’anni, ma ancora non risulta. Chissà, forse adesso comparirà la Croazia, insomma non si sa. D’ora in poi, ogni viaggio di andata/ritorno avrà il brivido di essere senza frontiere. Gli amici tranquillizzano: le borse della spesa rimarranno. Anche se con l’entrata in Europa la kuna si svaluterà e dunque i prezzi scenderanno, olio e grana, vino e olive, pasta e prosciutto, caffè e detersivi sono molto meglio e costano meno a… Trieste. Dunque, il primo luglio, tutti a fare la spesa a Trieste. Come una volta: “Trieste è nostra”. Forever.

Fotografie di Stanko Abadžić tratte da "Zagreb – schizzi per un ritratto della città".

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