La decisione di Israele

Israele al voto

Saranno decisive per la natura e il volto dello Stato d'Israele le elezioni anticipate programmate per il 17 marzo dell'anno prossimo. Decisive perché i votanti saranno chiamati a scegliere tra due visioni del mondo: l'una fondamentalista, l'altra laica. Attenzione. Non ci saranno due liste opposte; all'interno dei due blocchi ci sono, a loro volta, vari partiti e partitini ognuno con la propria agenda particolare e propri interessi settoriali da difendere. E sarebbe pure riduttivo e errato parlare di una contesa tra una destra e una sinistra; la composizione della scena politica israeliana è molto più articolata e fluida. E allora non rimane che spiegare perché di due visioni del mondo si tratta. Facendo un passo indietro, come in certi gialli d'antan.

 

Ai primi di dicembre dunque Netanyahu ha deciso di licenziare due ministri del suo governo: Tsipi Livni e Yair Lapid. Sono due leader di due movimenti centristi. Ufficialmente sono stati accusati di aver voluto minare la posizione del primo ministro e questo licenziamento ha portato allo scioglimento della Knesseth, il parlamento. In realtà, la resa dei conti è stata conseguenza logica anche se indiretta (la politica israeliana è molto complessa e bizantina) della guerra di Gaza di questa estate. In apparenza, tutti i partiti di governo erano favorevoli all'intervento militare nella Striscia in risposta ai lanci di missili da parte di Hamas verso le città israeliane. E perfino l'opposizione laburista aveva appoggiato in quel frangente l'azione militare.

 

Ma l'unanimità era solo apparente: riguardava un fatto del tutto ovvio; che non si possa tollerare una situazione in cui un nemico ti spara addosso. La questione vera era un'altra; perché si è arrivati a una situazione in cui sembrava necessario prima bombardare e poi mandare truppe di terra nella Striscia? Quali erano gli scopi dell'intervento? E infine, qual è la prospettiva strategica di Israele rispetto ai vicini palestinesi e altri? Per quanto riguarda Netanyahu, la risposta a questi quesiti è semplice: l'intervento militare serviva a ripristinare lo status quo precedente la crisi tra Israele e i palestinesi scoppiata con il rapimento e l'uccisione di tre studenti religiosi ebrei in Cisgiordania. Lo status quo precedente significava una tregua, negoziata anche se indirettamente tra Israele e Hamas al potere a Gaza (da questo punto di vista le parole sull'impossibilità di negoziare con Hamas erano solo propaganda). A costo di molte vittime, Netanyahu questo scopo lo ha ottenuto; tra lo Stato ebraico e Hamas è in vigore un cessate il fuoco, negoziato al Cairo.

 

Per gli altri, la risposta alle domande precedenti era un po' più difficile. L'opposizione recriminava a Netanyahu un atteggiamento di totale chiusura nei confronti dei palestinesi e una tattica che rendesse impossibile resuscitare il processo di pace, congelato da anni. Livni e Lapid la pensavano in un modo simile, ma speravano di potere cambiare le cose dall'interno del governo. In ogni caso, ambedue i leader hanno come orizzonte strategico la divisione della Palestina storica in due Stati. Netanyahu più volte ha ribadito di voler pure lui uno Stato palestinese accanto a quello ebraico, ma concretamente ha fatto di tutto perché ciò non succedesse. Il premier israeliano è infatti ostaggio di forze più a destra di lui; soprattutto dell'astro nascente della politica israeliana Naftali Bennett. Bennett e il suo partito (il focolare ebraico) rappresenta l'elettorato dei coloni: circa 350 mila persone che non sono disposte a lasciare le loro case in Cisgiordania, neanche in cambio di pace. E qui si arriva pure alla questione dei valori.

 

Durante la guerra di Gaza hanno guadagnato visibilità (ma non è detto che hanno aumentato il consenso) quelle forze che uniscono i valori, appunto, religiosi al discorso nazionalista. È un miscuglio di simboli, riferimenti identitari e storici venuto alla luce in seguito alla guerra del 1967, quando Israele conquistò i luoghi sacri a Gerusalemme e occupò la Cisgiordania e che da allora condiziona pesantemente la vita dello Stato ebraico. Spieghiamoci: il sionismo alle sue origini era un movimento laico; il riferimento alla Palestina certamente traeva le sue origini nel discorso religioso e messianico (è Gerusalemme il teatro principale della Redenzione avvenire), ma il mondo concettuale dei primi pionieri era quello del socialismo, nazionalismo e prassi coloniale (acquisto delle terre in un Paese fuori dall'Occidente). I primi insediamenti del movimento sionista non sono nei luoghi evocativi dei miti biblici, ma lungo la costa del Mediterraneo e nelle fertili valli della Galilea, in omaggio al perfetto spirito razionalista e illuminista occidentale (compresa l'esclusione degli “autoctoni”). Nel 1967 questo impianto spirituale entra appunto in crisi. La conquista dei luoghi sacri, della Spianata del Tempio (dove sorgono oggi le moschee, ma una volta vi sorgeva il Tempio) ridà nuova vita al lessico fondamentalista. Il corto circuito tra la nuova geografia e vecchi valori è facile da immaginarsi e non richiede ulteriori spiegazioni.

 

Nello stesso tempo però, in Israele stavano crescendo altre forze che si riferivano ad altri valori, quelli laici. Per farla breve; dal momento che lo Stato esiste ed è forte; e dal momento che nel 1993 è stata raggiunto un accordo con i palestinesi sul reciproco riconoscimento dei diritti nazionali, i riferimenti alle vecchie ideologie socialiste e nazionaliste esclusive hanno perso attrazione. Hanno invece preso forza valori di normalità occiddentale: consumismo, parità di diritti di genere, di scelta sessuale, ma anche di cittadinanza. Da questo punto di vista, una larga parte della popolazione ebraica israeliana considera il 20 per cento dei palestinesi cittadini dello Stato come persone cui debbano essere assicurati gli stessi diritti degli ebrei. Per questa fetta della popolazione, la natura ebraica dello Stato è intrinseca al fatto che la maggioranza dei suoi abitanti è ebrea e non richiede ulteriori spiegazioni né teorizzazioni.

 

Tutto semplice quindi? No. Perché secondo questo pubblico (i laici illuministi, appunto) per preservare la natura ebraica dello Stato, occorre rinunciare alla Cisgiordania. L'alternativa sarebbe uno Stato binazionale, che al momento nessuno desidera. Ed è questa la linea di cesura precisa tra i due Israele, dato che i messianici, coloro che uniscono geografia ai valori religiosi, non vogliono rinunciare alla Cisgiordania. E allora la via principale per avere dentro lo Stato molti palestinesi (non solo il 20 per cento attuale) senza rinunciare ai territori è proclamare per legge che Israele è uno Stato degli ebrei. Ed è questo ciò che ha proposto Netanyahu, ostaggio di Bennett e dei suoi messianici, appunto.

 

Ecco perché il 17 marzo Israele dovrà scegliere tra essere una democrazia e uno Stato fondamentalista. Tutto il resto (e ne sentirete parecchio nei media) è propaganda.

 

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