L'Ucraina nelle mani di Mosca

Settanta veicoli, abbandonati e distrutti, giacciono sulla strada che avrebbe dovuto rappresentare il corridoio umanitario per le truppe di volontari ucraini intrappolati nella sacca di Ilovaysk. Nonostante un accordo per consentire loro di evacuare la zona in modo sicuro, proposto dallo stesso presidente russo Vladimir Putin, i volontari sono stati bombardati e attaccati in modo massiccio, riportando gravissime perdite. Uno scenario di morte e desolazione segna la ritirata dell’esercito ucraino dal proprio territorio, dopo il confronto con una forza soverchiante.

 

Un esercito invisibile, ma potentissimo, ha rovesciato in pochi giorni le sorti del conflitto nell’Ucraina orientale: dopo che nel corso dell’estate l’esercito ucraino aveva riconquistato buona parte del territorio occupato dalle milizie separatiste, composte per lo più da mercenari ceceni e caucasici infiltrati dalla Russia, ed era riuscito a isolare le città di Donetsk e Lugansk, roccaforti dei separatisti, la sorte della DNR, la Repubblica autonoma del Donbass, ideata e istituita nella regione dopo la caduta del regime di Yanukovich su precise indicazioni di Mosca, appariva segnata; la tattica di destabilizzazione dell’Ucraina iniziata con l’occupazione manu militari della Crimea e proseguita con la sollevazione del Donbass rischiava di subire un colpo decisivo, inammissibile per Mosca: dunque, dopo un periodo di pesanti bombardamenti delle zone di confine ucraine con razzi Grad dal territorio russo, si è passati a una vera e propria invasione; migliaia di militari senza insegne, come accaduto in Crimea, sono entrati in Ucraina attraverso una frontiera ormai sguarnita e hanno sostenuto e sostituito le truppe separatiste e mercenarie in grave difficoltà; la potenza militare russa ha subito capovolto l’equilibrio delle forze in campo, respingendo l’esercito ucraino dai territori conquistati tra Donetsk e Lugansk per troncare i collegamenti tra le due città.

 

Un nuovo fronte è stato aperto sulla riva del Mar d’Azov, con la conquista russa della cittadina di confine di Novoazovsk, e l’avanzata contemporanea su Mariupol, importante città portuale temporaneamente presa dai separatisti nella primavera e poi liberata. L’avanzata sul mar d’Azov, portata avanti con l’affondamento di due motovedette ucraine e il danneggiamento di altre otto, è fondamentale per il progetto di riunire la Crimea alla Russia via terra, impadronendosi di tutta la costa, senza dover portare avanti il costosissimo e difficoltoso progetto del ponte di Kerch, necessario per avere un accesso diretto via terra alla Crimea.

 

Dopo gli accordi di Minsk è in vigore un cessate il fuoco nella regione, interrotto comunque da ulteriori bombardamenti sulla città di Mariupol. Per ora non si spara più a Donetsk e Lugansk, e ciò rappresenta un grande sollievo per i cittadini che non hanno potuto andarsene dalle città assediate; si parla di quasi un milione di profughi dal Donbass, rifugiatisi presso parenti e conoscenti in Ucraina, Russia e Bielorussia.

 

L’Ucraina è indebolita economicamente in modo grave da questo conflitto, oltre che prostrata per le perdite umane e le sofferenze causate a milioni di persone nelle zone orientali.

 

 

La destabilizzazione del paese è iniziata in modo scientifico subito dopo che la rivolta del Maidan aveva abbattuto il regime del Presidente Viktor Yanukovich; dopo gli accordi firmati con l’opposizione in vista di elezioni a breve termine, Yanukovich si era dato alla fuga in Russia, abbandonando il potere e mettendo in seria difficoltà Mosca, per cui egli rappresentava più che un alleato.

 

Nel giro di pochi giorni si è così data attuazione a un piano di “recupero” dell’Ucraina ipotizzato già da molto tempo; la prima mossa è stata la più importante: l’occupazione definitiva della Crimea, sede della base russa di Sebastopoli e fondamentale per il controllo strategico del mar Nero; poi, probabilmente grazie agli immensi fondi accumulati dal regime di Yanukovich in anni di ruberie indiscriminate, si è iniziata la rivolta nel Donbass, con il blocco armato di molte strade e l’assalto agli edifici amministrativi; si è istituito un governo fantoccio, diretta espressione dei separatisti e dei miliziani inviati da Mosca per dirigere l’operazione, per poter creare un nuovo stato fantasma sul modello della Transdnistria, sottraendo importanti territori all’Ucraina. Si è tenuto anche un referendum, come avvenuto in Crimea, senza alcuna garanzia di affidabilità, per dimostrare il sostegno popolare alla nuova Repubblica, che non supererebbe comunque la metà della popolazione.

 

Sul modello delle tristi operazioni condotte dalla Cia in America centrale negli anni ottanta, con il sostegno alla Contra che combatteva il governo sandinista in Nicaragua, la Russia ha iniziato sul campo la nuova strategia per il recupero materiale dei territori perduti al momento dell’implosione dell’Unione Sovietica.

 

Il disegno iniziato con la sottrazione della Transdnistria alla Moldavia, e proseguito con i progetti di indebolimento della Georgia, affronta ora il paese più importante per l’unità sostanziale del mondo russo : l’Ucraina. Le sorti del paese sono nelle mani di Mosca. Dopo la dichiarazione confidenziale di Putin di poter prendere Kiev in due settimane (ipotesi realizzabile anche in minor tempo vista la sproporzione delle forze) si deve ora comprendere quali siano i precisi disegni del Presidente russo.

 

 

La prima e ormai quasi certa realizzazione è il nuovo stato fantoccio della Novorossiya, o DNR: con una rapidità che rivela la preparazione accurata del progetto, si stanno realizzando i nuovi passaporti per i cittadini della regione, e soprattutto si sta per inaugurare, con ritardo dovuto alle ostilità, il nuovo anno scolastico della nuova repubblica: sono già quasi pronti i nuovi libri di testo, i nuovi programmi, e si sta per definire il corpo docente: gli insegnanti della regione sono stati convocati nei loro istituti scolastici lunedì 8 settembre dove hanno dovuto firmare un documento di adesione e fedeltà alla nuova Repubblica, oppure ritirare i propri documenti e lasciare l’insegnamento.

 

Con metodi degni delle migliori dittature fasciste europee del novecento si inaugura così il nuovo anno scolastico, che inizierà formalmente il primo ottobre con l’inizio delle lezioni. Alla metà di settembre verrà versato l’anticipo dello stipendio liquidato in rubli russi.

Il procedimento richiama quasi con esattezza quanto avvenuto in Crimea, con la normalizzazione russa di tutte le istituzioni e di tutti gli ordini di insegnamento.

 

La creazione del nuovo stato consentirebbe all’ex Presidente Yanukovich e agli oligarchi a lui fedeli di conservare la proprietà sostanziale di tutti i mezzi di produzione del Donbass, conquistata negli anni con metodi mafiosi e difesa immediatamente con le armi contro il nuovo potere instauratosi a Kiev dopo la rivolta del Maidan.

 

Ora le sorti dell’Ucraina dipendono probabilmente dalle garanzie che potrà dare il Presidente Poroshenko sulla non adesione del Paese alla NATO, vero incubo di Mosca, e vero nucleo sostanziale della crisi: senza queste garanzie la Russia potrebbe proseguire il progetto di smembramento dell’Ucraina sino ad impadronirsi della costa del mar d’Azov sino alla Crimea, o addirittura di tutta l’Ucraina meridionale, sino a Odessa e alla Transdnistria, coronando il vecchio sogno di controllo di tutta la costa del Mar Nero.

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