Malala Yousufzai. Storia di una ragazzina pashtun

Premio Nobel per la Pace 2014

O Malalai di Maiwand

Sorgi ancora per fare ascoltare nuovamente strofe d’onore ai Pashtun

Le tue rime hanno capovolto mondi

Ti prego di sorgere ancora

(Rahmat Shah Sayel)

 

 

Quando abitavo a Reading, in Inghilterra, mi piaceva andare ai Giardini di Forbury. Al centro del giardino si trova un’imponente statua – il “Leone di Maiwand”– che commemora la morte dei 329 uomini del 66esimo reggimento fanteria, caduti durante la seconda guerra anglo-afghana, tra il 1878 e il 1880. Anni dopo ho scoperto che il vero leone della battaglia di Maiwand era in realtà una giovane donna pashtun, Malalai. A lei le fonti afghane attribuiscono il merito della dura sconfitta subita dall’impero britannico. Il 27 luglio 1880 l’artiglieria inglese stava per avere il sopravvento sui guerrieri Pashtun, male armati ma più numerosi. La storia vuole che a qual punto Malalai abbia raccolto la bandiera afghana (alcune versioni dicono che abbia usato il suo velo) e cambiato il corso della battaglia dove perderà la vita combattendo. Una Giovanna d’Arco afghana – ma se Giovanna era ispirata da Dio e dalle sue visioni, una ragione molto più terrena muove Malalai: la vista del suo amato che soccombe sotto i cannoni inglesi. L’amore e il coraggio di Malalai sono oggetto di moltissimi landay, forma di poesia breve estemporanea in lingua pashtu – spesso cantata – dove la voce narrante è anonima e prevalentemente femminile.

 

Mi farò un neo sulla fronte con il sangue del mio amato, versato per la patria/

Riempirò così di vergogna tutte le rose del giardino in fiore.

 

Mio amato, se morirai da martire nella battaglia di Maiwand/

Farò delle mie trecce la tua tomba.

 

Versi fieri, materiali, che stonano con il pudore e la paura che l’immaginario contemporaneo ama attribuire alle donne afghane, nascoste dentro i loro burqa azzurri. Versi che hanno accompagnato l’infanzia di Malala, la co-vincitrice del premio Nobel per la pace 2014, che porta il nome dell’eroina afghana – che signifca letteralmente “in lutto” – e che, come lei, è una giovane donna pashtun.

 

Ma non era Pakistana? Malala stessa racconta nella sua biografia che la sua identità pashtun precede quella pakistana. Come molti stati post-coloniali, il Pakistan incorpora molte etnie entro confini artificiali. Uno di questi è certamente la linea Durand, il poroso – ma ufficiale – confine lungo quasi 3000 kilometri che separa l’Afghanistan e il Pakistan e divide i pashtun tra i due stati sin dal 1893, quando il diplomatico inglese Mortimer Durand firmò l’accordo che spartiva le rispettive sfere d’influenza tra l’emiro afghano e l’india britannica. Negli ultimi anni questo confine è al centro della geopolitica mondiale ed è noto per essere una delle fucine per l’addestramento e il rifugio di varie milizie islamiste (inclusi i talebani pakistani, Terhik-e-Taliban Pakistan o TTP) che seguono logiche di alleanza e gerarchie complesse e in continua evoluzione.

 

La prima volta che ho sentito parlare di Malala è stato circa sei mesi prima che i talebani la attaccassero. Mi trovavo a lavorare nel Karakoram, non troppo distante dalla patria di Malala, la fertile valle lungo il fiume Swat occupata nel XVI secolo dalla tribù pashtun degli Yousufzai, originaria di Kandahar. Ho avuto il privilegio di ascoltare un collega di Swat raccontare la sua esperienza dell’occupazione talebana: l’orrore delle decapitazioni pubbliche – quando gli incroci e le strade più trafficate delle principali città e villaggi sono diventati mattatoi umani– la paura costante, la frustrazione, le morti e i rimpianti. Ad impressionarmi in modo particolare, però, sono state le storie di resistenza.

 

La strategia di occupazione dei Talebani a Swat si è basata sull’obliterazione degli spazi di confronto pubblico e sull’importanza simbolica di bersagli scelti allo scopo di ridurre e controllare l’accesso allo spazio politico. Le donne di Swat (che tradizionalmente non indossano il burqa) venivano picchiate e molestate quando non lo indossavano in pubblico. Durante il picco dell’insurrezione (tra il 2007 e il 2009) circa 300 scuole sono state distrutte o danneggiate. Ogni gesto di riaffermazione di un simulacro di agorà non governata dai principi della sharia diventava dunque un rischioso atto di resistenza. Non portare il burqa, radere la barba, organizzare di tasca propria concerti (e si tratta di un folk pashtun altamente politicizzato) e letture di poesia, fino a bere un bicchiere di whisky e tentare di educare le proprie figlie. I cosiddetti “comitati per la pace” hanno poi organizzato e istituzionalizzato la resistenza post 2009, e i loro membri sono tuttora oggetto di ricorrenti omicidi mirati da parte di TTP.

 

È  solo inserendola in questo contesto che si comprende Malala. Malala non è spuntata dal nulla, né è un caso individuale, o il frutto di una cospirazione occidentale. Malala è una bambina cresciuta in questo milieu di resistenza. Il mio collega ne parla con affetto e la descrive come una ragazzina dalle doti non comuni, che già piccolissima superava, per eloquenza e passione civile, suo padre, Ziauddin Yousufzai, attivista per l’educazione e membro della resistenza. La piccola Malala all’apice dell’insurrezione talebana, comincia a raccontare quello che vive su un blog della BBC urdu, sotto lo pseudonimo di Gul Makai (fiordaliso). Il blog avrà una certa risonanza a livello nazionale e aiuterà ad attirare attenzione sulla situazione disperata della valle, anche e soprattutto durante l’occupazione militare da parte dell’esercito pakistano nel 2009.

 

Molti pakistani preferiscono credere che Malala sia una creatura anti-islamica creata dall’occidente per interferire con gli affari regionali. Ma, come ha ben scritto Najam Sethi, chi crede nei complotti dimentica che sono stati i talebani e non l’occidente a “creare Malala”. Loro hanno riconosciuto in lei un simbolo di resistenza alle loro crociate contro l’educazione, le donne e la libertà, e non appena Malala ha trovato spazio mediatico hanno “simbolicamente” – e letteralmente – tentato di ucciderla.

La resistenza di cui Malala fa parte ha una lunga e importante storia che il Pakistan di oggi ama dimenticare. Negli anni ’30 la regione di frontiera abitata da quei guerrieri che le gerarchie razziste coloniali classificavano come “razza marziale” – i pashtun – ha conosciuto un fortissimo movimento di nonviolenza. Il grande leader pashtun Khan Abdul Ghaffar Khan (1890-1988) detto anche il “Gandhi della frontiera” o “Bacha Khan” (re dei capi) combatte contro l’imperialismo britannico insieme a Gandhi, pratica e predica la nonviolenza e promuove l’importanza dell’educazione e dell’uguaglianza di genere.

 

Bacha Khan è una figura cruciale tanto per la storia pashtun che per quella dell’intero subcontinente. Trascorre più anni in prigione che Nelson Mandela (47 anni in totale tra esilio e carcere), sia sotto gli inglesi, che dopo la partizione, durante varie dittature in Pakistan. Dopo la disillusione con la politica delle Lega Musulmana, Bacha Khan decide di allearsi con Gandhi e con il Partito del Congresso Nazionale Indiano. Il nemico da combattere con i principi della nonviolenza sono i britannici, e non le altre comunità in India. Bacha Khan è infatti uno dei più influenti leader musulmani ad opporsi all’idea di Pakistan e alla “teoria delle due nazioni”, secondo cui musulmani e indù costituiscono due nazioni distinte. Contrario alle divisioni settarie ed etnico-religiose, Bacha Khan considera i sikh, gli indù e i cristiani che abitano la frontiera importanti quanto i musulmani. Ha anche una passione per il glorioso passato buddhista della terra contro cui i talebani si accaniranno (si noti che i talebani hanno sfregiato il viso di uno dei Buddha rupestri più belli di Swat – restaurato poi dai una squadra di archeologi italiani).

 

Bacha Khan ha perso politicamente, e la sua visione è sempre meno conosciuta e condivisa in Pakistan. Quasi una damnatio memoriae, viste le recenti proposte di togliere il suo nome dai programmi scolastici. A tenere viva la sua eredità rimane la ‘resistenza pashtun’. Malala ha menzionato Bacha Khan durante il suo discorso alle Nazioni Unite il 12 luglio 2013, rivendicando il suo posto tra i grandi leader globali.

 

Uno dei figli di Bacha Khan (un altro è il grande poeta Ghani Khan) Khan Abdul Wali Khan, che ha combattuto gli inglesi al fianco del padre, diverrà il primo presidente del partito secolare e socialista pashtun, l’Awami National Party (ANP). L’ANP ha pagato e sta pagando un prezzo enorme per la sua resistenza, e gli attivisti del partito cha hanno perso la vita in attacchi terroristici o omicidi mirati sono circa 850. L’attuale presidente dell’ANP, Asfandyar Wali Khan (figlio di Khan Abdul Wali Khan), ha incoraggiato il nipote di Gandhi, Rajmohan Gandhi, a scrivere la recente (2004) e bella biografia dal titolo Ghaffar Khan: Il badshah nonviolento dei pashtun affinché i giovani del subcontinente ritrovino la propria storia comune e tornino a conoscere il loro altro Gandhi.

 

Il Nobel per la pace è andato a una ragazzina pashtun che incarna l’eredità di Bacha Khan e a un attivista indiano, Kailash Satyarthi. Come ha detto il rappresentante del comitato per il Nobel, Thorbjorn Jagland, è importante “per un indù e una musulmana, un indiano e una pakistana, unirsi nella comune battaglia per l’educazione e contro l’estremismo”.

 

Che il premio Nobel – e soprattutto quello per la pace – sia un riconoscimento politico non deve certo sorprendere. Quest’anno il premio sembra celebrare l’importanza di riaprire gli occhi su ciò che unisce India e Pakistan in un momento di transizione politica in cui i conflitti lungo la linea di controllo – il confine militare che divide le zone del Kashmir controllate dall'India da quelle sotto il Pakistan – sono nella fase più critica dal cessate il fuoco del novembre 2003. Il tempismo del premio è indiscutibile. Il suo effettivo impatto pacificatore è meno ovvio.

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