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Proteste ucraine

C’è stato un momento, preciso, in cui a Kiev tutto è sembrato vacillare, e una soluzione violenta della crisi è parsa ad un passo: la sera del ventidue gennaio, dopo che la mattina, nella via Grushevskovo, sul fronte della lotta più dura fra oppositori e forze speciali, misteriosi cecchini avevano abbattuto due manifestanti, con proiettili non in dotazione alla polizia.  Come avendo compreso che qualcosa di più grande stava per avvenire, quasi tutti i locali del centro, vicini all’area dello scontro, hanno iniziato a chiudere i battenti, e in tutta la città i centri commerciali hanno frettolosamente anticipato la chiusura, consigliando a clienti e personale di rientrare a casa. Il timore del coprifuoco e della legge marziale era fortissimo, da tre giorni l’esercito era in condizione di massima allerta, le truppe intorno a Kiev pronte a intervenire in qualsiasi momento.

 

 

Certo in quelle ore il Governo e il Presidente sono stati posti di fronte all’eventualità più estrema, e si possono immaginare pressioni esterne volte ad ottenere tale soluzione. Il punto di non ritorno era vicinissimo: da giorni i canali televisivi russi cercavano di mostrare quanto a Kiev la situazione fosse ormai fuori controllo, quasi all’orlo della guerra civile, mentre, ad esclusione di una zona di poche centinaia di metri, la vita della città proseguiva il suo corso assolutamente normale: sin dall’inizio della protesta, e memori della Rivoluzione arancione del 2004, i manifestanti  avevano circoscritto la zona della loro pacifica occupazione al Kreshatik, l’arteria centrale della città, e alla Piazza dell’Indipendenza, quella Maidan Nezaleshnosti che aveva ospitato le speranze di una evoluzione civile e democratica del Paese, al di fuori delle logiche oligarchiche e mafiose che avevano segnato i primi anni postsovietici.

 

 

La protesta si era poi estesa in modo pacifico alla Via Grushevskovo, che dal termine del Kreshatik conduce al Parlamento e alla sede del Governo: lo schieramento massiccio di forze speciali (i Berkut) a difesa della via, sino al suo blocco completo, ha portato ai primi scontri, poi degenerati con l’incendio di pneumatici e la creazione di barricate, il lancio di pietre e bottiglie molotov, a cui la polizia ha risposto con granate assordanti e proiettili di gomma, oltre che con l’uso di idranti, arma molto temibile con temperature di quasi venti gradi sotto zero. Mentre molti canali televisivi mostravano immagini di Kiev quasi fosse Damasco, al di fuori di una zona limitatissima di scontro abbastanza cruento, alle spalle del Kreshatik e vicino allo Stadio Lobanovskij, la protesta nella Piazza si era svolta e si svolgeva come un festoso happening, una “drôle de révolution”, con un grande palco dove gli oratori parlavano alla folla, e si esibivano gruppi musicali, mentre grandi tende militari ospitavano dormitori e mense improvvisate; i negozi e i locali del Kreshatik rimanevano aperti, pur con un calo di clienti, i pedoni passeggiavano tranquilli, osservando e fotografando, e i capi del servizio d’ordine si riunivano al calduccio di Mac Donald’s, per discutere la strategia e bere un caffè bollente.

 

 

Sin dall’inizio della protesta, alla fine di novembre, si era avuta la sensazione che i tentativi violenti di sgomberare i primi, e poco organizzati manifestanti, avessero avuto il risultato di soffiare sul fuoco del malcontento, offrendo all’opposizione nuova linfa ed energia per moltiplicare il proprio sforzo. Ora, di fronte alla radicalizzazione dello scontro e alla risolutezza dei manifestanti, l’ala dei falchi dietro le quinte del potere ha forse ipotizzato una soluzione cruenta, che certo sarebbe gradita al Cremlino e a quanti vorrebbero vedere l’Ucraina ben lontana dall’Europa e dall’Occidente, con un governo del tutto liberato da fastidiose patine democratiche. La sera precedente i colpi mortali sulla folla, mentre con un amico inglese parlavamo in un caffè, siamo stati avvicinati da una signora che affermava di essere parente stretta di un militare: sentendoci parlare inglese, aveva sentito la necessità di metterci al corrente delle sue preoccupazioni: era molto allarmata e temeva un’escalation violenta; con molta decisione ci ha riferito notizie preoccupanti, che noi abbiamo ascoltato con qualche scetticismo, pensando di parlare con una persona un po’ esaltata; ci ha detto con grande sicurezza: da questa notte la polizia avrà la possibilità di sparare sulla folla; non più proiettili di gomma, pallottole vere. Hanno dato l’autorizzazione poco fa.

 

 

L’esercito, poi, è in stato di massima allerta: si teme un’invasione di forze occidentali; il mio parente è in servizio continuativo da giorni, e non può rientrare a casa. Abbiamo tentato di tranquillizzare la signora, mostrandoci sereni, e sicuri che in Occidente nessuno avrebbe inteso assecondare la sindrome di accerchiamento tipica dei paesi ex sovietici: ma il giorno successivo abbiamo compreso che c’era un fondamento in quello che diceva. Ora, il ruolo dell’esercito è molto delicato: in termini numerici, le forze speciali della polizia, i Berkut, dovrebbero essere superiori ai militari, e più facilmente manovrabili dal Governo; il ministro della Difesa è però intervenuto affermando che, se l’occupazione di molti edifici amministrativi dovesse permanere, sarebbe compito dell’esercito ristabilire l’ordine; è dunque un’incognita prevedere il possibile comportamento dell’armata di fronte all’ordine eventuale di schiacciare la rivolta. Dopo alcuni giorni di concessioni da parte di Governo e Presidente, le dimissioni del Premier Azarov, e la legge sull’amnistia per i dimostranti arrestati, vincolata allo sgombero delle sedi amministrative occupate, si assiste a un irrigidimento nelle gerarchie del potere, e appare di nuovo possibile una soluzione violenta della crisi, che potrebbe sfociare in un bagno di sangue. Le cancellerie occidentali e gli osservatori indipendenti temono da giorni questa eventualità, e non fanno mistero delle loro preoccupazioni: la Russia ha manifestato la propria irritazione per le troppe concessioni offerte agli oppositori, e sta di nuovo irrigidendo le proprie posizioni in termini di controllo delle frontiere, boicottaggio dei prodotti ucraini e revisione degli accordi energetici e finanziari annunciati a metà dicembre. Alquanto strano e sospetto il comportamento del Presidente, che si è messo in malattia da giovedì 30 gennaio, quasi a voler restare dietro le quinte nel momento di possibili gravi decisioni.

 

 

Negli ultimi giorni si sono accentuate le manovre volte a colpire personalmente partecipanti e responsabili della protesta: l’organizzatore dei convogli automobilistici denominati Automaidan, Dmytro Bulatov, è stato sequestrato e torturato da sconosciuti per diversi giorni; sono stati pubblicati in rete i nomi e gli indirizzi privati di molti noti manifestanti, con i dati precisi riguardanti le loro auto (così da favorirne l’incendio notturno ad opera di squadracce reclutate alla bisogna, i cosiddetti Titushki, famigerati per aggressioni, danneggiamenti e atti provocatori); risultano scomparse più di trenta  persone, a volte portate via con la forza da uomini in borghese dagli ospedali dove erano ricoverate in seguito alle ferite degli scontri: il corpo di un uomo rapito in questo modo è già stato ritrovato in un bosco fuori città. Appare evidente come la lotta si stia portando ad un livello più subdolo e sotterraneo, dato che la scena visibile dello scontro è ormai costantemente monitorata dai media occidentali. Il comportamento della Russia si ritiene condizionato, almeno nelle sue espressioni pubbliche, dalla prossima apertura dei Giochi Olimpici di Sochi: il sostegno internazionale manifestato alla protesta del Maidan rappresenta certo un imbarazzante ostacolo a soluzioni di forza, ma la partita per il potere in corso a Kiev è più cinica e aspra nella sostanza di quanto non appaia nelle dichiarazioni formali. Il Potere reale, in questo Paese, dispone di possibilità e vantaggi economici non ufficiali ben superiori ed incondizionati rispetto ai Paesi occidentali: ed è per questo che la lotta per conquistarlo o mantenerlo comprende mezzi e metodi non confessabili per gli standard internazionali.
 

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