Sudafrica: minatori di pil

Lo sciopero che ha minato l’economia sudafricana

Il 18 giugno scorso, è finito lo sciopero minerario più lungo della storia del Sudafrica. Con fatica i primi tre produttori mondiali di platino: Anglo-American Corporation (AAC: il cui brand diamantifero è De Beers, ma quello del platino è Amplats, che da solo vale il 38% del platino mondiale), Impala Platinum (brand: Implats) e Lonmin (partecipata del colosso svizzero Xstrata) hanno raggiunto un accordo con il sindacato egemone del settore, cioè l’AMCU (Association of Mineworkers and Construction Union). Fondato nel 1998 da una scissione del NUM (National Union of Mineworkers), branca della potente centrale sindacale COSATU (cioè le Trade Unions sudafricane, con circa due milioni d’iscritti). Anche se giovane, l’AMCU è rapidamente diventato il sindacato egemone tra i minatori del settore estrattivo, con una partecipazione di oltre il 70% dei lavoratori della Lonmin e maggioritario (oltre il 50%) anche nelle altre due società.

 

La decisione di approvare l’accordo, è stata espressa dalla maggioranza dei 70.000 minatori africani (in Germania li chiamerebbero gastarbeiter, nel senso che sono per lo più lavoratori immigrati in parte sudafricani provenienti dalle province costiere e quelle rurali del Capo Orientale, ma soprattutto da altri paesi africani: Mozambico, Zambia, Zimbabwe, etc.) che avevano incrociato le braccia dal 23 gennaio 2014 e che hanno giudicato soddisfacenti gli accordi conclusi. Essi prevedono aumenti salariali importanti, anche se alcuni dettagli restano da definire. Ad esempio: il pagamento dei giorni di sciopero, una “bagatella” di cinque mesi di stipendio (moltiplica per 70.000); il reintegro di tutti i lavoratori licenziati, oltre all’impegno di riaprire nuove trattative entro tre anni (in Italia lo chiamiamo “contratto di lavoro”, ma non esiste più oppure: è “derogato”) mentre le società minerarie vorrebbero allungare i termini in cinque anni, allo scopo di “diluire e delegittimare” nel tempo altre eventuali rivendicazioni e quindi altri conflitti sociali.

 

Siamo in un contesto mediatico particolare: in presenza di un fatto fortemente sottaciuto per non dire ignorato dai media occidentali. Nel corso di un precedente sciopero, nell’agosto del 2012 nella cosiddetta “cintura del platino sudafricana” (la Bushveld Igneous, anche detta “platinum belt”, geograficamente situata nella parte a ovest della capitale politica sudafricana: Pretoria) la polizia aveva ucciso 36 minatori e ne aveva ferito altri 78 a Marikana-Rustenburg, area in cui si concentrano la maggior parte delle miniere dei “platinoidi”, con una violenza che tristemente ricordava i massacri e le violenze simili a quelle accadute a Soweto nel periodo dell’apartheid. Ma ancora più triste e difficile è stato vedere numerosi poliziotti neri aprire il fuoco contro minatori, anch’essi neri. I più anziani di noi, dovranno tornare ai classici, nel tentativo di cercare una spiegazione a ciò che è accaduto. Suggerisco solo qualche nome: Primo Levi, Simone Weil, Hannah Arendt, Giorgio Agamben.

 

Ma torniamo allo sciopero e alla sua conclusione. Le rivendicazioni di AMCU e quindi della maggior parte dei minatori, “vertevano” sulla richiesta di un salario-base di 12.500 Rand (pari a circa 850 Euro) per i minatori e un minimo di 8.000 Rand, per tutte le altre forme occupazionali. Stiamo parlando di un lavoro fortemente usurante. I minatori scendono fino a 4-5 km sottoterra, con filoni minerari che vengono aperti, chiusi o ri-aperti, a seconda dell’andamento del mercato industriale e borsistico: i platinoidi (o PGM - Platinum Groups Metals - cioè platino, palladio, rodio, iridio, rutenio, vanadio, cobalto, etc. spesso associati a rame e nickel) non sono carbone! Cerchiamo di capirci: meno auto prodotte - meno catalitiche - meno platino; oppure boom del lusso e della gioielleria in Cina e in India, quindi più oro, più platino e più diamanti; più altalenante l’uso come catalizzatori (che velocizzano le reazioni) nella chimica; unico dato stabile: la domanda dell’odontoiatria mondiale, che sembra rimanere costante nel tempo.

 

 

L’estrazione di platino in Sudafrica, la cui rilevanza viene ricorrentemente confermata da studi che ne hanno accertato le più importanti riserve del pianeta, rappresenta oggi quasi l’80 % dell’intera produzione mondiale; la rimanente quota estrattiva si trova essenzialmente in Russia e più di preciso a Norilsk, città siberiana città oltre il circolo polare artico (media temperatura di gennaio di meno 30°) tra le più inquinate del mondo, inizialmente nata come Gulag (Norillag). Rustenburg e Norilsk insieme, estraggono quasi il 97% mondiale di platino e palladio.

 

Le compagnie sudafricane a dispetto di questa teorica grande potenza, non sono sembrate essere all’altezza di disporre invece di un’altrettanta forza finanziaria e intelligenza politica, esse sono invece apparse assai fragili. Addirittura ci si è trovati nella necessità di ricorrere alla carismatica mediazione di Cyril Ramaphosa, già futuro presidente della repubblica in pectore, ex-delfino di Mandela, cui tuttavia alla Presidenza era poi stato preferito Thabo Mbeki. Già esponente di punta del “black business”, cioè dell’Empowerment della popolazione di colore, che aveva promosso con la sua NAIL (New African Investiment Limited), ma soprattutto ex-leader sindacale del NUM che nel 1987 aveva guidato vittoriosamente lo sciopero di 340.000 minatori auriferi. (Per un approfondimento su questi temi vedi il mio: Leo Mantovani a.k.a. Giampaolo R. Capisani: “Sudafrica. La rapida ascesa del black business”, in: Borsa & Finanza, del 22 novembre 1997, p. 40.)

 

Detto ciò, analizzando lo scorso quindicennio, vale a dire buona parte del periodo del boom delle materie prime, cioè il ciclo che va dal 2000 al 2008 (anche in questo caso, per un approfondimento sul precedente ciclo depressivo degli anni Novanta, vedi il mio: Leo Mantovani a.k.a. Giampaolo R. Capisani: “Materie prime. Platino e palladio in subbuglio”, in: Borsa & Finanza, del 2 agosto 1997, p. 21.), le compagnie minerarie avevano accumulato profitti considerevoli con margini di profitti calcolati in addirittura il 40 %; una “manna” che è stata in primo luogo ridistribuita agli azionisti in forma cedolare. Il dispositivo non funziona molto diversamente con numerose altre società, citiamo ad esempio Renault o Telecom Italia, società che, come molte altre, sono fortemente indebitate ma sono “to big to fail” e che per non perdere “azionisti” distribuiscono a questi ultimi cedole consistenti e ben più che generose.

 

Se così non fosse stato, i salari dei minatori avrebbero potuto essere aumentati senza difficoltà! Ma le compagnie avevano inizialmente scelto subito la via dell’ostilità: anzitutto hanno fatto credere come imminente la decisione di massicci licenziamenti, a causa dell’ormai “necessaria” ed inevitabile meccanizzazione del sistema estrattivo: in effetti nel periodo tatcheriano in Inghilterra (scioperi del 1984-85, guidati da un sindacato inglese dall’acronimo uguale a quello sudafricano il NUM del mitico Arthur Scargill) ed in quelli degli Stati Uniti negli anni Ottanta del periodo reaganiano, i sindacati dei minatori e questi ultimi sulla questione ci avevano lasciato le penne… La meccanizzazione aveva vinto. Sia nel North o nel South Wales inglese, che sulle Rocky Mountains statunitensi, come del resto era accaduto alla “verniciatura” di Mirafiori. Orbene, pensiamo di avere chiarito che scavare a 4-5.000 metri di profondità non sia come scavare oro in superficie come fa Ashanti in Ghana, o rame e argento a basse profondità ad Antofagasta (in Cile): ribadiamolo: il platino è platino!

 

 

Appare paradossale, ma gli spagnoli che iniziarono in America Latina gli scavi per estrarre argento buttavano il platino (Plata è inizialmente un dispregiativo: significa non vale nulla! Non ossidandosi come l’argento, non era apprezzato come un metallo prezioso.) Tuttavia secondo un interessante rapporto di JPMorgan-Cazenove, la meccanizzazione in miniere di così grande profondità pone dei problemi complessi e praticamente irrisolvibili con il rischio di divenire anti-economica.

La valutazione finale dello studio è perentoria: non sarà possibile prima di uno o anche due decenni adottarla, a causa delle tecnologie sofisticate e delle condizioni ambientali estreme. Altra conclusione meno tecnica ma più sociologica, cui giunge il rapporto, è quella che per assicurare condizioni future favorevoli (cioè ridurre il rischio di nuovi scioperi) occorra piuttosto aumentare la produttività e dunque che il lavoro venga maggiormente remunerato. Il segnale è chiaro! Parliamo di lotta di classe!

 

Per addolcire la pillola, gli stessi analisti auspicavano che i lavoratori dovessero essere meglio formati (sic!) e che “dovessero accettare di lavorare anche la domenica” (chi vuole si vada a vedere soprattutto in Francia il conflitto, ormai più antropologico che sindacale, sulle aperture domenicali delle catene della grande distribuzione) e che gli incentivi e i premi di produzione (leggi “cottimo”) debbano essere anch’essi aumentati. Infine il rapporto suggerisce anche, di adottare norme meno restrittive allo scopo di permettere ai minatori di rientrare più facilmente presso le famiglie di origine, che generalmente vivono in paesi stranieri o comunque a centinaia di km dai siti minerari e in questo modo ridurre i periodi di arresto e rottura della produzione, quali sono quello natalizio e quello pasquale, nel tentativo di contenere e controllare la logica (e la logistica) del lavoro migrante. Sono le tipiche contraddizioni del “ciclo continuo” (come i porti, le ferrovie, gli ospedali o le raffinerie) molto più acuti, se confrontati con quello classicamente taylorista e/o fordista, come quello della produzione di beni di consumo: elettrodomestici, autoveicoli, etc…

 

L’economia del Sudafrica, paese il cui PIL valeva come quello di tutti gli altri paesi africani messi insieme, è stato recentemente declassato da Standard & Poor’s e Fitch e statisticamente è stato superato dalla Nigeria (ma sostanzialmente in ragione degli importanti giacimenti d’idrocarburi di cui dispone quest’ultimo paese) sicuramente troverà sollievo dalla fine dello sciopero (un settore, quello dei platinoidi, che secondo le statistiche vale oltre il 4% del PIL sudafricano) che secondo i calcoli degli analisti finanziari ha imposto al paese una revisione al ribasso delle previsioni annuali di crescita dal 2,6 al 2,1 %, che è stata in primo luogo imputata proprio alla sospensione di questa attività estrattiva, un impatto che ha generato scambi di accuse e polemiche politiche tra l’intransigenza massimalista dell’AMCU, le negligenze delle compagnie minerarie e le connivenze dell’ANC (e del governo) con le stesse compagnie.

 

 

Nella sua battaglia, l’ACMU che si dichiara ufficialmente “apolitico” è stato sostenuto dal nuovo partito di Julius Malema: l’EFF (Economic Freedom Fighters - Combattenti per la Libertà Economica) considerato de facto di estrema sinistra, perché nel suo programma politico chiede la nazionalizzazione delle miniere. Comunque l’ANC (African National Congress) rieletta in maggio alla testa del paese, potrebbe vedersi ora costretta ad aumentare la tassazione sui profitti delle compagnie per “migliorare la distribuzione della ricchezza del paese”. Alcuni analisti avevano infatti dimostrato che le majors minerarie sudafricane avevano venduto parte dei loro stock sotto il prezzo di mercato, utilizzando basi finanziarie poste in paradisi fiscali, sottraendoli alla tassazione del paese di origine e impedendone la commercializzazione sul London Platinum and Palladium Market (LPPM) costituito dal 1987 settore specifico del London Metal Exchange (LME). (Avevo già descritto questo dispositivo borsistico nel mio articolo, Leo Mantovani a.k.a. Giampaolo R. Capisani: “La trincea delle materie prime”, in: Affari & Finanza, supplemento economico del settimanale La Repubblica, del 3 maggio 1999, p. 19.).

 

Perché uno scontro così lungo e duro? La risposta è legata alla composizione di classe di questi minatori; esiste un nesso tra questa combattività e il loro vissuto quotidiano, fatto di un’estrema miseria sociale e affettiva. Migranti, lontano dalle proprie famiglie, nelle quali rientrano solo due o tre volte l’anno, nell’impossibilità di riunirsi a esse, sovente analfabeti, vivono in una quotidianità avvilente. Normalmente dormono vicino ai pozzi minerari in campi di baracche di lamiera metallica, chiamati con un sofisma hostels, senza disponibilità di elettricità, né acqua corrente. Non essendoci famiglie, ma solo minatori, negli hostels non ci sono edifici pubblici (scuole, asili, ospedali) ma solo un emporio, un bar, un bordello e in alcuni casi una chiesa e un ambulatorio.

 

Condizioni anche peggiori di quelle descritte da Dickens nella Londra del suo tempo o da Jack London nel West o nel Klondike della Gold Rush, che fanno addirittura rimpiangere la socialità presente nelle township o nelle bidonville… ma queste sono le condizioni di vita dei minatori in quello che è stato definito il post-apartheid minerario. (Per la definizione, si veda: Philip Frankel, Marikana: Between the Rainbow and the Rain, Kindle Edition.) Appaiono chiare le ricadute sociali di tale situazione; essa rappresenta un’esternazionalizzazione dei costi per le compagnie minerarie, ma determina la pauperizzazione dei lavoratori: alcolismo, abuso di droghe, gioco d’azzardo e conseguente indebitamento, nonché diffusione di malattie veneree (a cominciare dall’AIDS, ma assai più diffuse che in altre parti del globo).

 

 

Più raramente qualcuno è riuscito a mettere in piedi una seconda famiglia (oltre a quella di origine) ma per quelli che non ne hanno una, è molto difficile riuscire anche solo a progettarla… Due considerazioni: è un diritto di ciascuno scegliere di costruire una famiglia oppure non lo è, come per gli schiavi neri nell’Alabama dell’Ottocento? (Django ruled). La seconda è, che a questo punto non possiamo più solo parlare di “banale” lotta di classe, ma dobbiamo fare ricorso alla sua dimensione più avanzata: anche in Africa, forse soprattutto qui, è giunto il tempo di porre il tema della biopolitica.

 

Il 1° luglio, a pochi giorni dal 18 giugno, data della ripresa del lavoro dei minatori, sono stati invece 220.000 metallurgici del NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa) a proclamare un loro sciopero. Parliamo del più importante sindacato del paese, sia come numero di aderenti, che come influenza politica. Poco dopo la società di rating Moody’s, comunicava con preoccupazione che questo nuovo stato di agitazione potrebbe coinvolgere un terzo dell’intero settore manifatturiero e provocare danni supplementari alla reputazione del Sudafrica presso gli investitori internazionali, sostenendo che essa appare ormai sempre più compromessa dalla “frequenza degli scioperi” nel paese, benché ribadisse che sui suoi “fondamentali economici” insistessero i black-out energetici, la corruzione e una disoccupazione al 25%.

 

Il rapporto si concludeva facendo trapelare, che l’agenzia era venuta a conoscenza che gli attori locali del settore automobilistico, come BMW e Nissan, avevano deciso di non sviluppare e investire più nella produzione locale. Esiste un precedente: nel 2013 uno sciopero proclamato sempre dal NUMSA aveva paralizzato per un mese l’intera industria automobilistica.

La Federazione degli Industriali dell’Acciaio e delle Costruzioni Meccaniche, in questo caso ha scelto la via negoziale e ha proposto subito un aumento del 10% degli stipendi. Gli scioperanti pretendono invece non meno del 15%, la rinegoziazione tra un anno dell’accordo, ma soprattutto vogliono imporre la fine del ricorso alle assunzioni di lavoratori internali.

 

Alle accuse di danneggiare la patria, Andrew Chirwa (il leader del NUMSA) ha risposto: “Non abbiamo l’intenzione di gettare il Sudafrica nella recessione, ma i lavoratori di questo paese vivono in permanenza nella recessione”.

Pare di capire che con la proclamazione dello sciopero il NUMSA abbia reso pubblica la propria volontà di uscire da COSATU; sancire una rottura definitiva dell’alleanza storica con l’ANC e il SACP (South African Communist Party) e rendere pubblica l’intenzione di costituire un “partito dei lavoratori” entro pochi mesi, che potrebbe ridisegnare il paesaggio e modificare gli equilibri politici del paese.

 

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