Toreri no grazie

La lotta tra indipendentisti e centralisti investe uno dei simboli della Spagna

Agosto è un mese malevolo con i toreri, lo è sempre stato, è come se posasse le sue mani luminose sulle corna dei tori e le guidasse verso chi gli si para davanti. È accaduto anche quest’anno a Morante de la Puebla, uno dei pochi a cimentarsi ancora nella corrida da seduti. Incornato il 10 agosto a Huesca, in Aragona, ha riportando ferite guaribili in un mese. Ma anche Juan José Fumadó, che assisteva a un correbuo a Deltebre, in Catalogna, è stato travolto da una recinzione sollevata da un toro in corsa, il 16 agosto 2012, ed è morto sul colpo.

 

I correbuos sono manifestazioni tradizionali delle province di Valencia e delle Terre dell’Ebro, dove il toro viene condotto in uno spiazzo nel quale chi vuole può toccarlo, legarlo a una pertica e giragli intorno, schivarne i prevedibili assalti e agghindarne le corna con delle girandole simili a quelle che si accendono a Capodanno. La Generalitat de Catalunya, che nel 2010 ha proibito le corridas de toros, ha eliminato proprio quest’anno alcuni dei requisiti necessari a organizzare queste tipiche feste regionali, fomentandole e riaprendo il dibattito sulla partecipazione di mammiferi superiori a spettacoli che ne causano la sofferenza quando non la morte.

 

Un momento del correbou di Deltebre

 

Nel 2012 soltanto l’Andalusia e la Castilla (le due regioni fortino della spagnolità) hanno ospitato un numero di corride simile al 2007. Oltre alla Catalogna e alle isole Canarie, che le hanno messe al bando, anche i Paesi Baschi sembrano averle decatalogate dai passatempi possibili. La pubblica opinione suole vedere nella corrida la lenta e pigra dissolvenza di un’epoca ormai sorpassata, in cui la Spagna trovava un posto ai suoi assorti fumatori di sigaro, ai poeti toreri (il più famoso fu Ignacio Sanchez Mejia, ferito a morte il 13 agosto del 1934) e spettatori che si accomodavano nella plaza come si fa a teatro. È una tendenza che si nota in lungo e in largo in questa paese riammodernato e arrancante, ma soprattutto in Catalogna, la regione più secolarizzata e produttiva, che sembra non sapere più che farsene di quel 10% di conterranei cui piacerebbe partecipare alla fiesta, ma che dal 1 gennaio del 2012 non può più farlo. Preferirebbe forse dimenticarsene, ma non è sempre stato così.

 

Tra il 1910 e il 1920, nell’epoca d’oro della tauromachia, José Gomez e Juan Belmonte (i toreri di cui Ernest Hemingway descrisse l’amichevole rivalità in Morte nel pomeriggio) attraversavano le sue province infilando un trionfo dopo l’altro, e anche dopo la Guerra Civile i toreri spopolavano. L’elegante Mario Cabré seduceva Ava Gardner durante le riprese di Pandora e l’olandese volante, girato a Tossa de Mar (l’attrice, che avrebbe retrocesso quella memorabile impresa a “scopata di una notte”, ebbe poi una storia con un altro matador, Luís Miguel Dominguín). Il mondo delle corride riforniva rotocalchi e cinematografi d’impavidi gentiluomini tutti di un pezzo e polverose passioni all’ultimo sangue, mentre Barcellona inaugurava la sua terza plaza de toros, la Monumental.

 

Assistevano alla corrida i pittori Juan Miró e Salvador Dalí, entrambi catalani, e se oggi il Premio Nazionale di Poesia, Pierre Gimferrer (nato a Barcellona nel 1945), afferma che los toros sono parte integrante della tradizione della Catalogna, non è per amor di controcorrente. È vero anche, però, che rappresentano un simbolo dell’unità del paese e della sua cartina di tornasole politica. Non a caso, l’abolizione è stata votata nel Parlament da una risicata maggioranza indipendentista, e questo conferma un aspetto che aleggia ormai su qualsiasi dibattito s’intraprenda sull’argomento, la sua collocazione nell’immaginario simbolico di elettori e rappresentanti del popolo.

 

“Lo spettacolo più colto del mondo”, come lo definì Federico Garcia Lorca, comincia a las cinco de la tarde, quando l’arena è per metà del sole e per metà dell’ombra. Il toro è nero, il colore del male, a las cinco de la tarde, e il torero veste un traje de luces (vestito di luci). Nell’ora del passaggio dal giorno alla notte, l’uomo combatte contro la progenie delle tenebre, la doma col coraggio e la vince con l’estoque (simile a una spada ma affilata solo in punta), perpetuando il successo attraverso una ritualizzazione che investe ogni personaggio, ogni oggetto che entra nell’arena. Un simbolismo che sembrerebbe difficile da piegare ai dogmi di una formazione politica, ma che non impressionò affatto gli attivisti della Plataforma Prou, che dopo aver raccolto 180 mila firme presentarono la Legge d’Iniziativa Popolare che pose fine alle corride in terra catalana.

 

Le Isole Canarie le avevano già bandite nel 1991, seguendo una tendenza iniziata da Tosa del Mar (con buona pace delle conquiste amorose di Mario Cabré) e proseguita da Sant Cugat del Vallés e Martorell. Barcellona si era già dichiarata città antitaurina nel 1994 e delle tre plazas de toros ne restava soltanto una. Tuttavia, non si trattava d’intonare un requiem per chi erà già sottoterra. Anzi, per uno di quegli strani incroci della storia, la Monumental era l’arena portafortuna di José Tomás, il torero più acclamato degli ultimi anni. Il 17 giugno del 2007, mentre sfilava la più grande manifestazione antitaurina mai organizzata, Tomás tornava a fissare i suoi occhi in quelli di un toro dopo quattro anni d’inattività. La Monumental era esaurita in ogni ordine di posto e il diestro de Galapagar usò il suo linguaggio fatto di veronicas, recortes e manoletinas per parlare ai catalani.

 

Le cronache riferiscono di una corrida sensazionale, dove sembrava essere un uomo, e non la falce, a stabilire il rintocco dell’ultimo istante. Forse la fiesta avrebbe bisogno di toreri simili, infinitamente antichi e infinitamente moderni, per entrare nel tempo degli spettatori contemporanei, e non di quella sciatteria delle cose in disuso che l’ha trasformata in più di un’occasione in una routine del sangue. L’indomani, sulle colonne de El País, José Suarez Inclán cantò il “poetico e misterioso silenzio” di quell’uomo spericolato che “torea la calma che circonda la morte”. Schivo e alieno alla fama (non concede interviste ed evita la televisione) José Tomás è stato ferito in varie occasioni. La sua maniera di toreare è da cardiopalma, ma l’epitaffio jazzistico che i toreri improvvisano sul lettino della sala operatoria abitualmente annessa alla plaza può aspettare. Manolete (l’idolo di Tomás ucciso nell’agosto del ‘47) si lasciò andare a un “Che dispiacere darò a mia madre!”. Nessuno si aspetta di ascoltare frasi così innocenti, in pieno XXI secolo, ma è pur vero che la corrida è considerata arte e maniera, in Spagna. “Si torea come si è”, diceva Juan Belmonte, prima di essere ferito a morte nel 1920.

 

Manuel Rodriguez Sánchez (Manolete) esegue la posizione che finì per prendere il suo nome, la manoletina.

 

Adesso l’eccezione alla legge sulla protezione degli animali che consentiva alle corride di andare in scena è stata eliminata, e la Generalitat de Catalunya dovrà pagare un’indennizzazione milionaria agl’imprenditori del settore per l’imprevista chiusura del sipario (rosso come il capote, il mantello dei matadores). Sempre che il ricorso presentato dal Partito Popolare non abbia seguito. Il Tribunale Costituzionale lo analizza da tre anni, cioè da quando, nel 2010, dichiarò incostituzionali 14 articoli dello Statuto di Autonomia della Catalogna. Fu rinnovato durante l’ultimo governo di José Luis Zapatero, ed è la norma giuridica che stabilisce le relazioni tra Madrid e Barcellona dal 1932. Non è difficile notare che le corride sono state trattate, da un punto di vista politico e adesso anche giuridico, al pari di uno Statut. Anche per questo, si ha l’impressione che quel verdetto faccia parte di una partita politica più ampia che comprende, e non certo per ultima, la celebrazione di un referendum sull’indipendenza della regione che il presidente catalano, Artur Más, paventa da mesi. Mercoledì 11 settembre scorso ha esposto le sue posizioni in una lettera pubblicata dal New York Times e ha ricevuto l’appoggio di circa un milione di concittadini, che hanno formato una catena umana nel giorno della festa “nazionale”, la Diada, reclamando il referendum. La risposta del Governo di Mariano Rajoy riserba solo picche, ma intanto chi era in cerca d’improbabili alleati (anche loro simbolici) ha avuto gioco facile, e i sempre attenti deuptati della Lega Nord hanno indossato magliette con la bandiera catalana per esprimere una solidarietà che, a scanso di equivoci, è stata prontamente rispedita al mittente.

 

“Se qualcosa di sbagliato viene perpetrato per secoli, non significa che sia moralmente accettabile”, sostengono Pablo Lora, José Luis Martí e Félix Ovejero, docenti di Filosofia del Diritto ed Etica presso le Universitat Pompeu Fabra di Barcellona e Autónoma di Madrid, rispettivamente, quando affrontano l’argomento che prende di petto il busillis della questione, quello della “tradizione”. Perché è proprio alla tradizione che ricorre la Generalitat de Catalunya per consentire lo svolgimento dei correbuos di Deltebre, dove il 16 agosto ha trovato la morte l’ignaro Juan José Fumadó. Sono i criteri usati per definirla, e non la tradizione in sé, pertanto, gli elementi di giudizio più attendibili, insieme al ruolo che siamo disposti a concederle nella morfologia delle nostre libertà.

 

Immagine di una manifestazione indipendentista a Barcellona

 

La Catalogna si è voluta liberare di un simbolo nazionale, sostiene Albert Boadella (regista teatrale nato a Barcellona nel 1943) e per questo si è tolta di dosso “interi secoli di storia”. Si sarebbe probabilmente estinta, spazzata via da forme d’intrattenimento che escludono rappresentazioni sceniche così drammatiche, dove l’esistenza di un uomo è padrona e schiava di un animale. Se nel 1980 il 40% dei catalani se ne dichiarava interessato, infatti, oggi quella percentuale è precipitata al 10%. Un fenomeno di disaffezione che investe anche altre istituzioni tradizionali, come la chiesa cattolica catalana, da sempre vicina all’irriducibile popolo di quella terra.

 

Secondo i dati dell’Universitat Progressista d’Estiu de Catalunya, dal 1970 a oggi i praticanti sono passati dal 33% al 18%, dati che spingono il suo rettore, Jordi Serrano, a sostenere rotondamente che “la Catalogna non è più cattolica”. Che abbia proibito la corrida dimostra che non vuol’essere più neanche spagnola? In attesa di un’improbabile risposta definitiva, in questo gioco di vessilli che s’innalzano e si ammainano a un ritmo vertiginoso, pare illustrativo il commento di un madrileno che mal sopportava la canicola di questo agosto micidiale: “Vado a messa come potrei assistere a una corrida”, diceva al tavolino di un bar. In quella frase, tutt’altro che innocente, c’era tutto il valore abitudinario, profondo e residuale di un gesto che fa parte di una delle molteplici identità di questo paese, come ingollare dieci chicchi d’uva al suono degli ultimi dieci rintocchi del Capodanno. Una frase che potrebbe suffragare entrambe le fazioni in gioco, ma in fondo chi potrebbe mai biasimarlo, per questo?

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