Tunisi: Fala budda 'an yastajib al-qadar

Idha-sh-sha'bu yawman 'arad al-haya Fala budda 'an yastajib al-qadar
 (Quando la gente vuole vivere, il destino deve sicuramente rispondere)


La rivoluzione non è un pranzo di gala, e questo è ancora più vero in Tunisia, dove alla rivoluzione (o meglio, all'aspirante rivoluzione) si va in ciabatte, o con le zeppe, o in motorino in due senza casco. In piazza arrivano famiglie con bambini in spalla, donne eleganti e signore anziane, adolescenti goffe e ragazzini secchissimi e nervosi. Già alle sette lo spazio inizia a riempirsi. Lungo l’avenue 20 mars 1956, che richiama la data dell’indipendenza tunisina dalla Francia, inizia la coda per ricevere il vassoio dell’iftar, la cena di rottura serale del Ramadan. Tutti in fila, tutti pronti a dividere il cibo, a regalare prugne e uova tra un inno nazionale e un ‘Degage!”. Si canta, moltissimo. Si sventolano le bandiere, tutte rigorosamente della Tunisia. Si distribuiscono palloncini con il volto di Chokri Belaid,
il baffo e il neo che hanno scosso nel profondo le emozioni del paese. E i sentimenti sono molti, che si intrecciano tra le colonne del Bardo, a pochi passi da uno dei più bei musei dell’antichità, ma soprattutto ad alcuni metri dalla sede dell’ANC, l’Assemblea Costituente.

 

 

Per questo sono tutti qui, a lottare tra la storia passata e quella futura. La carta costituzionale, ancora crisalide, non è ritenuta legittima, perché “Dopo il sangue, nessuna legittimazione per il governo”. Arrivano i pullman dalle Regioni: ragazzi di Siliana, con i volti e le storie pieni di cicatrici; di le Kef, la città che guarda all’Algeria; di SidiBouzid, il centro del paese da cui è partita la rivoluzione nel 2010; da Zarzis, così vicina alla Libia;  scendono a passo veloce, sono tutti giovani, giovanissimi, incazzati. Iniziano i fuochi d’artificio, sembrano un saluto per quelli venuti così da lontano per essere presenti, in piazza, mentre alcuni seduti sul ciglio continuano la loro cena improvvisata. La piazza è un imbuto, dalle due vie si accede allo spiazzo dominato dalla fontana, poi il palco, e poi l’accesso muore su una parete di filo spinato che protegge il palazzo di cristallo e ferro della Costituente. E ad un certo punto, quando le persone continuano ad arrivare e sono volti di ogni età, eleganti signore ingioiellate e anziane velate dalle gambe stanche, uomini distinti e uomini scavati, politici di La Marsa e ragazzini di Cité Ettadhamen (la più grande banlieue della Tunisia), ad un certo punto, tra i fuochi e le bandiere, tra le preghiere dell’imam e i “Comandante Che Guevara”, ci credi.

 

 

Ci credi che questa piazza possa cambiare. Che dopo poco più di due anni, “Chaab Tunis”, il popolo tunisino, possa ancora scegliere il proprio destino, e dismettere il potere che non rappresenta i desideri e bisogni della nazione. E non importa se la piazza è una piazza eterodiretta dal sindacato centrale, il potente UGTT, dal Front Populaire dalle mille anime sempre in conflitto, e da Nida Tunes, l’alternativa per la Tunisia, il terzo polo modernista che ha reclutato, tra gli altri, ex RCD vicini a Ben Alì. Non importa che si vendano i pop corn e che la manifestazione somigli moltissimo alla fiera di paese. Non importa. Perché sono tantissimi i tunisini presenti, e costa fatica scendere in piazza dopo le delusioni degli ultimi due anni. Il cambiamento sperato non è arrivato, e questa piazza si è riempita al netto delle molte delusioni, del conflitto, e sono tornati anche i giovani, ormai nichilisti, che si erano disaffezionati alla politica. Si ricanta l’inno. Si urla di nuovo ‘Degage’, e ‘Grannouchi, terrorista, uccisore di anime’.  E poi ‘Hurreya, Hurreya’, libertà, libertà. E poi ancora l’inno. E non succede nulla. Si canta e si ripete il carosello.  E ancora niente. La polizia con i blindati ammaccati è ben nascosta nelle vie parallele.

 

 

Ogni tanto qualche manifestante allunga una bottiglia d’acqua, ringraziandoli per il loro lavoro. Rimango sospesa, nessuno provoca, nessuno cerca di forzare il filo spinato, di aizzare il conflitto. Eppure i numeri per la Tunisia sono grandissimi. Qualcuno dice 250000, altri 95000, in una città di 720000 abitanti, in un paese di 10 milioni. Fino a poco più due anni fa (escludendo le miniere di Redeyef) un tunisino non sapeva cosa fosse la libertà di manifestare, il semplice scendere in piazza è un gesto rivoluzionario. E’ rottura. E’ disobbedienza. Ma la ex polizia di Ben Alì non è più agguerrita, pronta a reprimere con lacrimogeni e manganelli il solo ‘stare’ nello spazio pubblico. Non lo è stasera, non lo è qui. E l’idea del conflitto ricercato, della dialettica politica dei corpi nelle piazze è un lessico ancora sconosciuto, difficile da pronunciare. Nel frattempo, un gruppo di giovani di Tunisi, prepara il palco.

 

Le band di riferimento della primavera si susseguono cantando e tutti i ragazzi si spostano dalla piazza principale ed iniziano a cantare. Sembra il concertone del primo maggio, non l’inizio del cambiamento tanto evocato. Nella piazza centrale, i politici continuano a invocare le dimissioni del governo. E’ quasi l’una.

 

 

Le famiglie si avviano verso casa, gli irriducibili restano irremovibili in piazza, a gridare. I giovani ballano, cantano, e sono felici. Questa è la rivoluzione che si cerca, che sta ancora tardando ad arrivare. La rivoluzione sentimentale, come diceva Pintor, “Di tutte le rivoluzioni o riforme, nessuna è mai stata progettata come sentimentale. Forse perché i sentimenti, intesi come rapporti fra le persone, sono difficili da clonare”. Il tessuto dei rapporti, il condividere, la socialità minata in anni di spionaggio, denunce e torture sono i veri obiettivi, nello spazio pubblico e in quello privato, per una soggettività politica che sia davvero pronta per vivere, che sia in grado di uno strappo che non è solo momento distruttivo, ma è anche costruzione della società.  Solo così il destino risponderà, Fala budda 'an yastajib al-qadar. Alle tre un ultimo inno decreta la fine. Si torna a casa, si leggono gli eventi come importanti alleanze e strategie istituzionali, politiche, pronti per scendere in piazza, di nuovo, domani.

Fotografie di Valeria Verdolini

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