Ucraina: ritornare al Maidan

Ritornare al Maidan, dopo la vittoria della protesta, pagata a carissimo prezzo, richiede passi leggeri, e silenzio.

Camminando, si toccano pietre divelte, selciati interrotti, polveri, sabbie, che hanno assistito a una lunga lotta, uno sforzo sovrumano.

 

 

La piazza dei giorni lieti, delle serate a passeggio, tra le fontane fresche, non esiste più, forse non ritornerà.

Quando l'igiene della ricostruzione, della pulizia, del restauro, che già premono alla soglia di domani, si farà avanti, non troverà più il luogo del passato. Gli eventi accaduti qui sono ancora sospesi sulle cose, sotto il vasto cielo della piazza, colmano lo spazio una volta immenso, lo affollano di gesti, e presenze, che non se ne andranno. C'è un timore, segreto, nel poggiare i piedi, nel semplice, silenzioso camminare: si teme, d'interrompere qualcosa, di spezzare fragilissimi equilibri, cancellare tracce dei perduti. Si può sentire, in ogni pietra, oggetto, muro, gomma bruciata, metallo, una spaventosa energia, lo sforzo terribile che ha imposto alle cose l'accelerazione del tempo, e degli eventi. Quasi un'immensa esplosione, che ha mutato per sempre la natura delle cose.

Una capsula d'aria serra, opprime, impenetrabile, la piazza, pur nella sera serena, nella domenica di primavera che vorrebbe annunciare una tregua. Tutti sanno, sentono, che un nuovo assedio, più lontano, minaccia l'Ucraina.

 

 

 

Gli spazi si sono contratti, nella luce tesa tutto è misteriosamente vicino, si potrebbero toccare con la mano le tende ancora in piedi, le muraglie delle gomme, le barriere di legno e metallo ancora intatte, contro il potere minaccioso; quel potere è caduto, è vero, ma ignoti ed imprendibili soldati assediano l'Est del Paese, riportano sin qui fantasmi mai scomparsi, sottraggono a tutti la gioia della vittoria conquistata. Sul volto di chi ancora presidia le barricate, le tende, le difese, resta solo il timore, il dubbio, che tutto sia stato in fondo vano, e che nuove, più grandi minacce incombano sul futuro della Nazione. Si sente come un'attesa, inquieta, di eventi remoti, contro cui ormai sia difficile combattere, che disperda intera la gioia per il potere abbattuto, per la battaglia vinta.

 

 

 

Si alza lo sguardo verso il palazzo dei sindacati e la sua torre spenta che segnava le ore, i giorni, le temperature, ricordava il tempo, con il suo carillon: si scorgono solo i rami neri lasciati dalle fiamme sulla pietra, come braccia sospese di chi non si è salvato; nella notte dell'assedio furono sparati proiettili incendiari verso il primo e l'ultimo piano, così da intrappolare nell'incendio, senza scampo, tutti i feriti ospitati nel palazzo; da quel punto, sino alla colonna centrale del Maidan, si cammina su polveri bruciate, ceneri, fuliggine: resti dell'incendio delle barricate, che hanno resistito alla pressione dei Berkut, alla massa degli agenti che attaccavano la piazza; per un'irreale ironia della sorte, le telecamere funzionavano, e dai computer si potevano seguire gli eventi, gli scontri, le fiamme, i plotoni dei Berkut schierati in attesa, sotto il ponte metallico della Institutskaia; un'intera notte di battaglia, cedendo solo pochi metri all'assalto degli agenti, conservando sino all'alba il cuore della piazza.

 

 

 

Dopo un giorno di pausa, giunse il mattino più tragico: quel venti febbraio in cui cecchini senza nome spararono per uccidere, uomini e donne scelti spesso a caso, inermi, inconsapevoli. A pochi metri dai quotidiani tavolini, dai chioschi pacifici, dalle cose viste ogni giorno senza pensare, si stesero i corpi senza vita, i volti bianchi, le mani sorprese ignare dalla morte; un tappeto di corpi segnò per sempre la piazza, per gli occhi stupefatti di chi vedeva, e non sapeva credere. Quel sacrificio sovrumano, terribile, ha segnato l'ora fatale di quella lotta: il Potere ha negoziato rapidamente una tregua, e una resa parziale; poi, in poche ore, per codardia, per paura, si è dissolto: il Presidente se n'è andato, di nascosto, dalla capitale, poi ha iniziato a fuggire.

 

 

 

La salita della Institutskaia, per un tratto ancora parte della piazza, di fronte al palazzo dei sindacati devastato dalle fiamme, è ormai un'infinita Via crucis: volti, volti, volti dei caduti, foto e fiori poggiati dove la morte, dove il cecchino ha colpito. Si sale, e si accumulano volti, si sente l'eco di una violazione, compiuta e irreparabile. Gli occhi ritrovano i punti dove le fotografie, le immagini, hanno mostrato la morte al lavoro, i corpi dei vivi che cadevano, dall'altro lato del destino: quando si arriva verso la stazione sopraelevata del Metro Kreshatik, si è già carichi di un peso che rallenta i gesti, i movimenti; di fronte all'ultima barricata si sovrappone un'immagine, precisa: due Berkut in piedi, con il casco e l'uniforme nera di battaglia, ai bordi della strada, fanno passare disinvolti una camionetta d'altri neri colleghi; dietro di loro, due corpi senza vita, stesi a terra allineati, mentre una ragazza incredula piange, e altri astanti osservano impassibili. Dove la salita finisce, anche ora, un girone dell'inferno è alle spalle; e non si riesce più a tornare sui propri passi, semplicemente non si riesce. Si va per una strada vuota, deserta, che scende fra case innocenti, vetrine pregiate, silenzio.

 

 

Stanno già venendo, i giorni di un nuovo ordine, di un restauro, di una vita ignara che ritorna; arriverà, forse, l'ondata della cancellazione, del parziale oblio, del futuro che dimentica; ma chi ha potuto vedere, anche solo da lontano, ha varcato una soglia senza ritorno, un confine che incide il margine di un'epoca.

La rivoluzione gioiosa di dieci anni fa non ha lasciato grandi tracce; il sangue di questa rivoluzione rischia di restare indelebile, per molti, e molto a lungo.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO
06 Giugno 2014