Parolacce

Quando ci vuole, ci vuole. Quando sbattiamo col gomito contro uno spigolo, quando perdiamo il treno e siamo costretti a pagare di nuovo il biglietto per tornare a casa, quando il traffico ci costringe a percorrere un paio di kilometri in mezz'ora, quando non sentiamo la sveglia e abbiamo un appuntamento importante. Non è colpa nostra, è la situazione che ci impone di imprecare, non c'è levatura morale e culturale che tenga. Ci sono dei momenti in cui nulla esprime al meglio uno stato d'animo di una parolaccia, lo sapeva anche Francesco, il poverello d'Assisi. Ce lo racconta Natale Fioretto, docente di lingua italiana e di traduzione dal russo presso l’Università per Stranieri di Perugia, nel saggio Anche Francesco le diceva. Una riflessione sociolinguistica sull'uso delle parolacce, pubblicato da Graphe.it edizioni nella collana Parva, dedicata alla “saggistica in pillole”.

 

Un santo che diceva le parolacce? Il Francesco contemporaneo non ce ne voglia, ma lo provano i Fioretti, nel cui ventinovesimo capitolo il santo offre a frate Rufino una scappatoia dal Maligno. Grazie alla formula magica «Apri la bocca; mo’ vi ti caco», il demonio fuggirà a zampe caprine levate e le tentazioni saranno solo un brutto ricordo.

La scatologia, scrive Fioretto, assume un “valore salvifico, addirittura apotropaico”,

soprattutto se a usarla è “un santo noto per la mitezza e per la delicatezza del suo dire”. La metafora scatologica ritorna nella religione con Martin Lutero, che si considerava una “cacca matura pronta a lasciare il mondo”, definendo la ragione come “sposa e puttana del diavolo”. 

 

L'altra sera whatsappavo con un'amica, commentavamo una nostra coetanea in dolce attesa e l'averla persa di vista. Per sdrammatizzare ho esortato la mia amica a vedere il lato positivo della faccenda, ovvero il non dover subire discorsi del tipo «Amò, incredibile! Mio figlio caga marrone!». Non è la battuta del secolo, ma proviamo a immaginarla senza il verbo cagare: «Mia adorata, potresti non credere ai tuoi occhi, ma il mio figliolo produce deiezioni color testa di moro!». 106 caratteri vs 41, perifrasi noiosetta per quattro risate via messaggio. Ecco, sono una cultrice delle parolacce, le dico specialmente per far ridere la gente. La comicità insegna che spesso non bisogna scervellarsi, basta inserire in un monologo un paio di riferimenti a un deretano, una manciata di escrementi e tutti rideranno a crepapelle.

 

Il degrado affascina e diverte: gli alti livelli di ignoranza e regressione giovano al coefficiente virale che genera condivisione e interesse nel pubblico. A dimostrarlo i numeri della pagina Facebook La fabbrica del degrado, che dell'ode al decadimento morale e culturale ha fatto uno stile comunicativo riconoscibile e apprezzato da quasi un milione di “operai”, attivissimi nel commentare e condividere ogni post. I marpioni di Mediaset hanno saputo cogliere al volo tale potenziale, tanto da servirsi de "La fabbrica" per pubblicizzare la trasmissione Ciao Darwin, vero cult del #disagio, condotta da ben sette edizioni dalla coppia Bonolis-Laurenti che, a loro volta, vengono riconvertiti in meme, spesso grazie a qualche parolaccia di troppo.

 

 

Nella comicità la volgarità giunge al parossismo attraverso i corpi grotteschi come quelli di Ciao Darwin, vere e proprie maschere della deformità indotta da chirurgia, trucco e parrucco, esaltando all'inverosimile protuberanze e orifizi, sino a divenire caricature. I più compiti storceranno il naso per riferimenti così forbiti, ma mi limito a riportare dati di fatto e a registrare un trend sociale tangibile come la sublimazione del grottesco, del degrado. 

Ebbene sì, le parolacce non sono più né ghettizzate né bandite anzi, parafrasando Bachtin, il “linguaggio di piazza” ha contaminato quello ufficiale per abolire, almeno apparentemente, la distanza con il pubblico, appropriandosi degli strumenti ironici e critici creati ai suoi danni. 

 

La classe dominante, quella che dovrebbe garantire l'ordine sociale e la stabilità, si esprime con le grida degli ambulanti per scandire a chiare lettere la sua ideologia: a Salvini «fa schifo» la giustizia italiana, a Renzi chi strumentalizza la morte delle persone, mentre Grillo propone una legge tramite il V-Day, facendo del turpiloquio e dei gestacci il punto focale prima della sua satira e poi della sua comunicazione politica. Succedono svariati casini, ennesima evoluzione di una parolaccia, quando Berlusconi, nel 2006, apostrofa “affettuosamente” l'elettorato dell'opposizione con il termine coglione. Fioretto conferma che l'abuso di male parole ha contribuito all'anestetizzazione della collettività, spostando sempre più i confini dei tabù linguistici, giustificando gli eccessi in nome dell'ironia e della critica sociale.

 

La scurrilità è amica della sintesi: perché optare per «persona inetta e incapace, o che comunque si comporta in modo criticabile» (cfr. vocabolario Treccani), quando si può dire semplicemente «stronzo»? Risparmiamo fiato nelle critiche conservandolo per questioni più importanti, però non inalberiamoci troppo, potrebbe far male alla nostra salute in modi che neanche ci aspettiamo.

 

Secondo Petr P. Gorjaev e Georgij G. Tertyšnyj gli insulti influiscono sulla dislocazione dei nostri geni. I due scienziati, grazie a uno strumento di misurazione delle variazioni elettromagnetiche causate dalle parole, sono giunti alla conclusione che le invettive causano vibrazioni e modificazioni dei cromosomi. Insomma, durante i litigi subiamo una mutazione genetica stile Hulk, pari al bombardamento subito dal corpo dopo una radioterapia di migliaia di röntgen. Mai detto fu più azzeccato de “le parole feriscono più della spada”, tanto da spingere il neurologo britannico John Hughlings Jackson a insignire quelle brutte come dimostrazione di civiltà, ringraziando chi le ha inventate per aver gettato le basi del saper vivere. 

 

Parolaccia rimane il dispregiativo di parola, indica un'espressione oscena, triviale, che contravviene alla decenza e al modello ideale di comunicazione sociale. Le imprecazioni sono sconce, dal punto di vista estetico ed etico, quindi sia per le immagini mentali che scaturiscono, sia per la loro estraneità alla sfera del consentito, delle azioni auspicabili. Fioretto ci avverte che in teoria si può dire tutto, si tratta pur sempre di parole, ma attenzione al contesto: la trivialità spesso comporta un caro prezzo da pagare. Se pronunciate in un luogo pubblico le male parole costituiscono un reato, depenalizzato con la legge 25 giugno 1999, n. 205, che ha stabilito come pena una sanzione amministrativa di 300 euro, la stessa per chi butta un mozzicone di sigaretta a terra. Pensiamo a quanto potrebbe costarci imprecare scaraventando una sigaretta sul marciapiede...

 

Giovanni Trapattoni. 

 

Sul caro prezzo delle parolacce potrebbe dirci qualcosa Giovanni Trapattoni che, durante il commento della diretta televisiva Rai dell'amichevole Germania-Italia dello scorso 29 marzo, si è lasciato sfuggire un «porca puttana» e un «porco zio», tanto mal digeriti dal direttivo della rete da causargli una probabile messa all'indice nella programmazione dei prossimi Europei. Al Trap non «frega» nulla dell'opinione dei soloni di viale Mazzini ed è supportato dall'opinione pubblica che ha sempre trovato divertenti le sue colorite esternazioni pubbliche, tra cui, in primis, è rimasta nella storia la conferenza stampa da allenatore del Bayern Monaco. Era il '98 e Trapattoni ebbe uno sfogo in tedesco particolarmente sconclusionato, il cui apice fu la ripetuta e agguerrita invocazione del centrocampista Strunz, pronunciata con particolare vigore per l'assonanza del cognome tedesco con l'italianissima parolaccia. 

 

Come ci fa notare Fioretto, l'equazione tra turpiloquio ed emotività è soddisfatta: “l’intensità della scurrilità è proporzionale a quella delle passioni messe in gioco, esplicite o implicite, primarie o secondarie che siano”. Non si tratta di essere volgari, mancando di finezza e di signorilità, bensì di parlare la lingua del popolo, quella colloquiale, famigliare, delle nostre origini. Ed è qui che entra in gioco il dialetto, rivalutato di recente, che spesso ci viene in soccorso nei momenti più bui della nostra esistenza, in tutte le occasioni in cui l'italiano non basta. Il mio dialetto, il napoletano, spesso mi offre spunti per infuriarmi e ridere contemporaneamente. Mi basta ripetere un paio di imprecazioni a mo' di litania e mi diverto tantissimo, sdrammatizzando anche la situazione più spinosa. Sentire risuonare l'eco del mio buffo napoletano, probabilmente pronunciato male, mi trasporta nella concezione apotropaica del turpiloquio, grazie a cui le male parole esorcizzano le negatività varie ed eventuali.

 

Per me, e non credo di essere sola, un «t’hann’accirere» o «mammt/soreta» non sono delle offese pronunciate con cattiveria, né un riferirsi direttamente ai parenti prossimi dell'interlocutore, di cui spesso non si ha alcuna conoscenza, ma un modo di attirare l'attenzione, di raggiungere climax patemici impossibili altrimenti, desemantizzando la connotazione di offesa. La «liricità dell’improperio» assurge ad atto creativo in forme di espressione artistica in cui non ci aspetterebbe di trovarle. Fioretto elenca vari esempi di turpiloquio d'autore, tra cui l'esilarante botta e risposta tra madre e figlio nello spettacolo teatrale Signori, io sono il comico (1987) di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, oppure una delle canzoni più note della musica napoletana, Malafemmena, termine dialettale per prostituta, donna dai facili costumi amorosi. Composta dal principe Antonio De Curtis nel 1951, a furia di sentirla cantare e anche grazie alla pellicola del 1956 Totò, Peppino e la... malafemmina di Camillo Mastrocinque, quello della lettera dei fratelli Caponi, il senso originale dell'insulto si è attutito, favorendone una risemantizzazione in un'ottica di un significato globale più ampio. 

 

Totò, Peppino e la... malafemmina. 

 

Sul blog Parolacce di Vito Tartamella, in rete dal 2006, troviamo vari riferimenti all'uso del turpiloquio nelle canzoni italiane e straniere. Il genere musicale più volgare è l'hip hop, dove vincono nigga e shit, classificatesi rispettivamente al primo e al terzo posto tra le male parole più frequenti nella canzone in lingua inglese, mentre al secondo posto troviamo fuck, termine onnipresente nella top 3 degli altri generi, principalmente rock e pop. In Italia i veri antesignani dell'invettiva in musica sono gli Squallor con l'album del '73 Troia, seguiti da L'avvelenata del cantautore Francesco Guccini e dall'Inno del corpo sciolto di Benigni. Chi ha scritto la sua pagina di storia della musica italiana grazie alle male parole è Marco Masini, con i brani Vaffanculo (1993) e Bella Stronza (1995), il primo un inno generazionale di protesta, mentre il secondo si riferisce a una sorta di Malafemmena moderna. 

 

Non siamo ipocriti, le male parole le diciamo tutti, io per prima. Oltre a quelle tipiche del mio dialetto, uso spesso “cazzo”, che, come il nero, sta bene con tutto. A detta di Fioretto, è “ un volgarismo piuttosto frequente nella lingua parlata che nel tempo ha visto cambiare significativamente il senso originale per trasformarsi in un rafforzativo, ovvero come intercalare emotivo che rende un’espressione colorita ed enfatica”. Fioretto ci avverte che la parolaccia in questione ha subito una desemantizzazione, uno slittamento semantico. Tante cose sono cambiate dall'incipit-scandalo di Porci con le ali del 1976: in quarant'anni il vituperio ha fatto strada, arricchendosi di varie sfumature e tipologie tra cui l'offesa, la difesa, o anche la trasformazione in intercalare.

 

Le parolacce sono da considerare come un costrutto sociale e culturale, la voce di un popolo, ma soggette alla censura dei manuali di grammatica. Per comprendere a pieno una lingua straniera, infatti, bisognerebbe conoscere le fondamenta del suo turpiloquio, per evitare le male parole inconsapevoli. L'esempio più lampante è servito a tavola, insieme ai bicchieri: quando brindiamo ed esclamiamo «cin cin» inneggiamo al pene, utilizzando un termine del linguaggio infantile giapponese. L'ho imparato al pranzo della mia laurea triennale, al momento del brindisi di rito, grazie a una disgustata cameriera giapponese che mi prese in disparte per dirmi di non ripetere mai più questa pratica sconveniente in un ristorante nipponico. Pensiamo ad anni di figuracce all'attivo di tutti gli italiani che hanno levato oscenamente calici di sake nella terra del Sol Levante e l'aulico «prosit» ci sembrerà la soluzione migliore, a meno che non corrisponda a qualche offesa intraducibile in un'altra lingua. 

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