1961. Pasolini in India ovvero questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani

1. (mappa)

 

 

 

La Malabar Hill con le sue palazzine residenziali degne dei Parioli (p. 8)

un paesaggio da cartolina esotica dell’ottocento, da arazzo da Porta Portese (p. 10)

Sundar viene da Haiderabad, dove ha la famiglia; cerca fortuna a Bombay, come un ragazzo calabrese può venire a Roma (p. 12)

a Bombay, con chilometri di strada nelle gambe, camminavo per il lungomare… imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, muto, la periferia romana (p. 19)

gli uomini obbedivano alla donna anziana, pazienti e subordinati… questa situazione non mi era nuova: anche tra i contadini friulani succede qualcosa di simile, in certe usanze rustiche, sopravvissute al paganesimo (p. 22)

eppure gli indiani si alzano col sole, rassegnati, e rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma qui con risultati incomparabilmente più miserandi (p. 25)

[il santone] camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini (p. 36)

Suor Teresa assomiglia in modo impressionante a una famosa Sant’Anna di Michelangelo: e ha negli occhi la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca (p. 39)

era bramino… un ragazzo borghese europeo (p. 56)

una Fiat fece l’atto di venirci addosso… una cosa degna di Milano o di Palermo (p. 68)

i quotidiani di Bombay o di Calcutta sembrano quelli di Zurigo o Bellinzona (p. 84)

Tagore è un poeta dialettale come Pascarella (p. 84)

Chandury [scrittore indiano] ha l’aspetto di un capostazione veneto collezionista dei quadri dei macchiaioli (p. 87)

Il Taj Mahal è il San Pietro dell’India [è lo stemma dell’Air India ed è il sogno delle Zitelle inglesi] (p. 97)

 

L’odore dell’India di Pier Paolo Pasolini ha come sottotitolo, nell’edizione Pocket Longanesi del 1974, L’incontro di un poeta con una terra da Mille e una notte. La terra che Pasolini incontra in India è l’Italia, più specificamente le periferie e i mercati delle grandi metropoli italiane, tutte nominate: Roma, Milano, Napoli, Palermo. L’incanto del racconto che Pasolini evoca è soprattutto architettonico, artistico, un Piranesi delle antichità greche e romane, ma a colori; un paesaggio metafisico che pare la descrizione di un dipinto di De Chirico, piccoli indiani che paiono figure da stampe europee del Seicento. Le Mille e una notte d’altronde sono un racconto e un incanto d’interni. Solo che questo interno di Pasolini non è una stanza, ma un luogo, casa sua, l’Italia, perché l’italiano è la lingua nella quale pensa e scrive, la lingua nella quale in questo libro soprattutto cammina. È interno perché sta “più dentro”, se fosse un tempo, sarebbe prima. Sarebbe il passato. Pasolini abita il presente col passato e questo passato inquilino altro non è che un’abitudine allo sguardo e l’impossibilità, conseguente, di rinunciare a questa abitudine. Tuttavia l’India è così grande e affollata che il passato, ramificato in immagini, metafore, echi e azioni, si annacqua, e le immagini, le metafore, gli echi e le azioni si rivelano, improvvisamente, fuori proporzione e galleggiano, nelle acque sporche del fiume sacro, poveri resti in mezzo ad altri resti… “c’era qualcosa di analogo: soltanto che ora tutto appariva dilatante e sfumante in modo in un fondo incerto” (p. 19). Pasolini scrive “ogni fatto più insignificante ha un peso di intollerabile novità” (p. 101). L’India è tollerabile fino a quando somiglia a qualcosa di già avvenuto, già visto.

 

L’India è l’occasione di restare dove si è, è la confutazione, il controesempio forse, che il cattolicesimo non è universale, è l’opportunità di utilizzarla come sfondo per ossessioni letterarie o immaginifiche proprie e risalenti. Tornerà in India per girare Il fiore delle Mille e una notte. I compagni di viaggio sono Alberto Moravia che la sera vuole chiudersi in albergo e dormire, ma può parlare con Nehru invece di analizzarlo; ed è famosissimo anche a quelle latitudini perché i suoi libri sono tradotti da Penguin – e in virtù di questa notorietà riesce ad avere sempre una camera d’albergo, anche quando sembra impossibile – ed Elsa Morante. L’igienismo di Moravia è definito con tono di affettuoso dileggio “meraviglioso”, tuttavia, per Pasolini, la devozione degli indiani è “sudicia” e gli stracci di cui si coprono sono “incerati” di sporcizia. Il reportage dell’igienico Moravia si intitolerà Un’idea dell’India. Le idee sono più igieniche degli odori.

Elsa Morante è chiamata Elsa, Alberto Moravia è chiamato Moravia. Entrambi parlano inglese meglio di Pasolini. Entrambi, a Cochin, escono in Ford, accompagnati da un autista, perché Pasolini vuole rimanere “solo” e “sperduto”.

 

L’incredulità editoriale di questa impermeabilità di Pasolini all’India si riverbera nella quarta di copertina della stessa edizione dove si legge: “Quel suo incontro con genti e costumi, tanto diversi e tanto remoti della Roma di Ragazzi di vita, lasciò un segno indelebile nella fantasia del poeta…” indelebile perché il segno che lascia, è un solco già tracciato. Ribadisce “Solo a piedi riesco a riconoscere le cose” (p. 40).

 

Pasolini è impermeabile perché le cose, visibili e invisibili, gli entrano dentro non per osmosi, ma per gravità, gli cadono addosso, lo ammaccano. Come ha osservato Federico Zeri, Pasolini era come un bronzo greco caduto da un treno, aveva qualcosa di ammaccato. L’odore dell’Indiaquell’odore di poveri cibi e di cadavere, che, in India, è come un continuo soffio potente… – è diventato un po’ alla volta una entità fisica quasi animata… sembra interrompere il corso normale della vita nel corpo degli indiani (p. 54). Sembra che il senso col quale scrive – e guarda e odora e ascolta e assapora – Pasolini, sia il tatto. L’unico vero senso reciproco.

 

 

2. (essere nello stato penoso in cui mi trovo io)

 

Quando nell’ottobre 2013 sono stata per una settimana in Tanzania, per lavoro, mi sono ripromessa di non rimettere mai più piede nell’Africa nera. Avevo accettato perché dico sì a tutto quello a cui vorrei dire no, visto che i miei timori sono tutte avventatezze. Tuttavia avevo passato molti giorni a immaginarmi con un completo di lino, un panama, forse anche a dorso di un cammello, o di un cavallo arabo, con lunghe sciarpe a proteggermi dal sole e occhiali Persol, probabilmente. Mi piacciono i Persol con un Tè nel deserto. Avrei fumato sigarette ingiallite dal vento che smussa le dune. La mia idea di Africa era coloniale, colpevole forse ma, al massimo, nella misura in cui poteva esserlo Tempo di uccidere di Flaiano. Era anche un’idea da viaggiatore aristocratico di primi novecento, à la manniere de Annemarie Schwarzenbach per esempio, caratteristiche che mi mancavano quando sono atterrata a Mwanza e che continuano a mancarmi adesso. Nelle mie fantasmagorie africane, credo fossi anche bionda. Il Tanzania non è il Nord Africa, posti dove non sono mai stata e che ho intravisto solo nei film e solo letto nei libri, e il distretto di Shynyanga, mia ultima destinazione, a 250 kilometri dal Lago Vittoria, non aveva niente del Cairo, di Tunisi o di Tangeri, nemmeno dei servizi RAI su Hammammet. A Shynyanga non c’erano bar o giornali, non c’erano alberghi e non c’era nemmeno la luce elettrica dopo il calar del sole. C’era solo un ospedale nel quale nascevano seicento bambini al mese. Troppa vita e troppo futuro per un occidentale. Di certo, per me. La differenza tra la verità della mia immaginazione e la realtà della Tanzania (cinque ore di volo dal Cairo) tuttavia non mi aveva annichilito, mi ero anzi ritrovata piuttosto pronta, laureata in grammatica del disagio. Il mio disagio non era scomposto, ma proporzionato e ordinato, si posava piuttosto leggiadro su nomi, cose città persone, fiori, frutti, da guardare per sentirmi davvero fuori posto. E in pericolo. Il pensiero successivo alla mia mano che allontanava il succo rosso rubino che mi era offerto come benvenuto – un colore visto mille volte e bevuto mille volte – è stato sono intimidito, non capisco nulla di questo personaggio – un gestore d’albergo qualsiasi, anzi, indistinguibile, canonico. Con grande esattezza, sapevo cosa e dove dovevo guardare per essere intimidita. Poi un’eco più forte, improvvisa come il temporale che, nel frattempo e in pieno sole, stava allagando le strade di terra rossa “Moravia conosce abbastanza il mondo per non essere nello stato penoso in cui mi trovo io.” Anche il mio stato penoso era “letto”. Veniva dall’odore dell’India di Pasolini.

 

 

3. (advertising)

 

Pasolini è il contrario di Ikea, l’antipodo di McDonald – tutti i magazzini Ikea sono blu e giallo, tutti hanno un percorso preordinato, tutti finiscono con cibi svedesi in deliziose scatole di latta; l’odore del McDonald’s è più identificativo del profumo degli stores di Abercrombie&Fitch – Pasolini rende evidente che tutto quello che ritrovi di simile al tuo paese, al tuo luogo natio, in un paese per religione, geografia, classe sociale media, e clima molto diverso dal tuo ce lo hai messo tu. Non è lì, non è autoctono e non ci sarà mai senza di te. La somiglianza è nell’occhio di chi guarda, come la metafora, la miseria, la misericordia. Se fosse una major, Pasolini sarebbe più simile alla Coca-Cola, una formula magica, una ricetta segreta, tarata paese per paese, in tutto il mondo, sempre nella la stessa bottiglia. Perché la novità non sia intollerabile a ogni sorso.

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