Abdicare alla solitudine

Chi manda le onde (Mondadori, 2015), ultimo romanzo di Fabio Genovesi, è una ballata polifonica dalle tonalità acide e lunari, una corale discettazione sulla mancanza e sulla fatalità. Tre voci e cinque protagonisti principali di diverse origini, generazioni e magagne, ma tutti in qualche modo spersi: Luna, nove anni, albina, larga fantasia, occhiali neri e una sprovveduta attrazione per le promesse del mare; sua madre Serena, bellezza maldestramente sepolta dalla diffidenza e dal dolore; Zot, orfano di Chernobyl, anacronistico bambino-vecchio spudoratamente ottimista; Ferro, rigido pensionato trincerato in uno stralunato cinismo e Sandro, utopista precario, insegnante distratto e catechista senza vocazione.

 

Tutti gli altri (Tunué, 2015), primo romanzo di Francesca Matteoni, è uno struggente assolo lucidamente lirico e surreale che canta lo sgretolamento e la ricostruzione. I personaggi sono ritagliati dalla memoria della protagonista in simboli di carta e poesia (Alce, Mangiafuoco, Medusa e tutti gli altri), vivi per intercessione di una voce narrante che vi legge, come su un mazzo di tarocchi, il passato e il destino, le epifanie e le escoriazioni.

 

I due romanzi condividono la stessa geografia – una Toscana che è Versilia turistica e litoranea dove indugiare o rimanere incagliati e un Appennino su cui arrampicarsi per poi volgere lo sguardo altrove –, ma la tensione motrice è di segno opposto: il moto orizzontale di una jeep carica di cinque anime scalcinate che fa il rumore di «qualcosa che si spacca» e somiglia tanto al “suono scassato della felicità” contro quello verticale, interiore della Matteoni, che buca il presente, si inabissa nel profondo, risale correnti ancestrali e ricongiunge le fini con gli inizi. E ancora la forza centripeta di Chi manda le onde, che raccoglie i personaggi verso un comune destino, come le mareggiate trascinano detriti e tesori sulla battigia, contro quella centrifuga di Tutti gli altri, che proietta direttrici divergenti, tutte piantate nel cuore della voce narrante.

 

 

 

Quel che più risalta e permane alla lettura dei due romanzi, però, è ciò che li accomuna e li rende parte di un discorso spietatamente e appassionatamente analitico intorno all'inadeguatezza e allo smarrimento. Simile, dunque, oltre a quello tirrenico, è anche il paesaggio umano, fatto di personaggi manchevoli, difettosi, un po' ammaccati, se non addirittura guasti, quantomeno per il senso comune, per lo sguardo altrui: Luna dalla pelle opalescente, dai capelli bianchi come quelli dei vecchi, intabarrata perfino in spiaggia, perché il sole non la bruci, Zot, russo «radioattivo», con abiti obsoleti quanto il suo italiano e i suoi gusti musicali, Ferro con i fucili accanto alle finestre per frenare l'avanzata sovietica su Forte dei Marmi, Angela con i suoi cinquantasette gatti e i fantasmi di un tempo migliore, Akela con la paura nelle vene e i demoni sotto il cuscino. Entrambi i romanzi raccolgono gallerie di eccezioni, incarnazioni all'eccesso dell'anormalità e della mutilazione (talora anche della mostruosità, come l'uomo-elfo tenuto nascosto in una casa di villeggiatura, con cui la protagonista di Tutti gli altri sogna di condividere il dolore della sopravvivenza e il miraggio dell'evasione). Comune ai due romanzi è quindi un'antropologia delle asimmetrie, delle deformità, il tentativo di spiegare la distanza che ci separa dagli altri, abissale interstizio da colmare per venirsi incontro, per abdicare alla solitudine, per attraversare la diversità e la difficoltà di riconoscersi («da dove viene questa malora che avvelena i ricordi e spinge a sopraffare, togliendo diritto a chi non sa parlare, ubbidendo all'amore della propria specie e pulendo bene il seme dell'infanzia da ogni compassione per chi non è simile», M.).

 

I personaggi di questi romanzi sono tutti smarriti, vittime della loro alterità, disorientati da una sproporzione tra i grovigli interiori e l'ordine impossibile della realtà sociale; un ingorgo di sentimenti incastrato in un corpo di cui bisogna rendere conto agli altri («mentre vivi che cosa sai, riconosci appena che il mondo intorno a te non è te, che gli altri non vedono come te, e finché non muori la tua diversità è il corpo in cui t'inceppi», M.). La materialità, l'urgenza del corpo che ti pianta nella terra quando ti perdi in fatali o salvifiche ascese è lo spietato impedimento per le anime fragili, che faticano a stare in piedi nel mondo, piegate dalle aspirazioni negate, soverchiate dalla commozione come una condanna («non la si vive davvero la vita, la si sottrae e a nostra volta si è sottratti. Siamo un fuoco dentro un vaso di argilla», M.). Così è per il sesso, declinato in entrambi i testi nelle forme di un sacrificio del proprio arbitrio, dell'incapacità di affrontare la vita e dell'impotenza delle proprie intenzioni. Il rapporto carnale è per le protagoniste femminili dei due libri malìa, incantesimo, fascinazione irresistibile, ma anche assenza di controllo, annullamento di sé nell'altro, evasione (e per entrambe coinvolge uno sconosciuto dai tratti misteriosi, affabulati: un vagabondo randagio e conturbante che sembra detenere il segreto e la saggezza dell'intimità). Per entrambe il tentativo di far entrare dentro di sé il coraggio dell'abbandono, la rinuncia definitiva alla vita per scavalcarla è vano; la libertà assoluta non tarda a chiedere il conto ed entrambe tornano indietro, portando con sé i segni di quella rinuncia, il non poter prendere parte a quel mondo altro, fatto solo per spiriti impossibili e condannati e la consapevolezza di rimanere incastrate in quell'intercapedine tra la propria bruciante verità e quella di «tutti gli altri».

 

«Gli altri» sono sommariamente distinti tra pazzi e crudeli; le comparse che popolano le pagine di entrambi i romanzi, se non sono altre falene pronte a bruciare delle proprie ossessioni, sono nemici spietati e feroci (spesso crudeli figure infantili) contro cui intraprendere uno scontro vano. Tutti i personaggi partecipano a loro modo a questa contesa ancestrale contro se stessi, contro ciò che di sé riluce negli altri e tutti i personaggi partono da una posizione assolutamente sfavorevole. Per questo in entrambi i libri si respira un'atmosfera visionaria, la tentazione di cedere a un mondo popolato da mostri, demoni e divinità che diano forma a ossessioni e debolezze, a una religione della sconfitta, a un dio delle cose ammaccate, incomplete, non belle, non giuste, che vegli sulle imperfezioni e dia spiegazione della parzialità del mondo. «Le persone più larghe della vita cercano di compensare le ristrettezze della realtà con gli spazi enormi della fantasia» (G.), e così Luna raccoglie i regali del mare come fossero risposte e Francesca insegue animali-totem nelle foreste del Nord («sento la sorpresa inquisitiva, la ricerca di una comprensione, le cose violentemente vive stupirsi della loro crudeltà, della bellezza», M.), fioriscono simboli e rimandi a una a provvidenza un po' traballante, invocata perché giustifichi il dolore e ricompensi ingiustizie e lacerazioni, una fantasia che metta ordine nel mondo, un ordine anche impreciso, improbabile, quel che basta a permettere di leggerlo, di starci dentro.

 

E se anche quella divinità malferma viene a mancare, sembra non ci sia niente da fare se non optare per il suicidio oppure abbracciare con abbandono la difformità, scegliendo tra i mille nomi della follia quello che più si intona al proprio sguardo spaventato. I romanzi di Genovesi e Matteoni, però, sembrano voler suggerire una terza strada: se è vero che nella gioia e nell'illuminazione si è come san Paolo, “disarcionato e solo”, nella disperazione si può forse trovare l'altro, un altro altrettanto sperso e contuso, in cui riconoscere e accettare sé stessi, con cui ripristinare i guasti, baciare i vuoti, accarezzare le storture. Vincere, quando si parte con un così grosso svantaggio con la vita, richiede il coraggio di una resa: «coraggio è vedersi per quello che siamo, toccare la nostra matrice nei suoi tratti scabrosi, dove meglio ci forma. C'è coraggio nella sconfitta quando fermi nella lotta, nella ricerca di una fede, nella resa a un abbraccio che ci consoli di tutto, la chiusura della carne sui nostri ideali come sui nostri rancori» (M.). La soluzione sta nel rinunciare a tagliare il traguardo e accontentarsi di una direzione («una strada davanti e una direzione nel cuore. E non serve altro, a un uomo che ha voglia di sperare», G.); nell'accettare che nella realtà c'è poco di quel lieto fine che si pretende giusto e normale e che la felicità assomiglia molto di più al sorriso pieno di un bambino russo che canta Tony Dallara, ed è come «un cartellone gigante con una pubblicità che ti dice di essere felice. Ma il cartello sta piantato in un paese tutto distrutto e scassato, pieno di cose rotte, macerie, polvere e alberi secchi» (G.).

 

E per questo entrambi i libri finiscono con una nota aerea e leggera (un palloncino e una nuvola), con quella calviniana leggerezza che è “planare sulle cose dall'alto e non avere macigni sul cuore”, una rasserenata accettazione dopo la turbolenta rivolta contro il mondo: contro la disperazione, l'insolente, sfacciata bellezza che brucia gli occhi e buca il petto, che salva e non lascia morire.

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