Aldo Buzzi: un autoritratto epistolare

«Il cane come sta? Scrive?». «Sì, mi è appena arrivata una cartolina: 'Caro padrone' scrive 'io sto bene e così spero di te'». «Non scrive altro? ». «Mi sembra già una gran cosa che un cane scriva. Non sono molti i cani che scrivono ai padroni» [...] «Ma allora, col tempo, si potrà raccogliere un epistolario... Che dice?... Forse da pubblicare... Sempre meglio delle lettere di...»

 

Questo surreale dialoghetto dal vago sapore gogoliano (tratto da Un debole per quasi tutto), nel quale Aldo Buzzi (1910-2009) ironizza sugli eccessi di certe raccolte epistolari, extrema ratio di famelici “curatori” dal rigore filologico più o meno dubbio, mi è tornato in mente leggendo le recenti Lettere sul brodo, edite da Archinto pochi mesi fa. Per fortuna, questo smilzo volumetto (poco meno di 150 pagine) è tutt'altra cosa. Amorevolmente curato da Patrizia Caglioni e Marina Marchesi (figlia della compagna di Buzzi, Bianca, e pertanto da lui definita “la mia non-figlia” oppure “la figlia della mia non-moglie”), raccoglie un nucleo di lettere (una quarantina, più le altrettante risposte) che Buzzi ha scambiato, dal 2007 alla morte, con Mario Nicolao, poeta e saggista; il tutto arricchito da un'appendice di scritti inediti o introvabili, fra i quali due dello stesso Buzzi, che prolungano in qualche modo il piacere di questo scambio culturale, gastronomico, esistenziale.

 

Uno scambio tanto prezioso quanto, per forza di cose, esiguo: mentre era in vita, Buzzi non ha mai raccolto un proprio epistolario e la maggior parte della sua corrispondenza (con nomi come Munari, Fellini, Soldati, Mastronardi, Chiara) giace tuttora inedita. Certo, nel 2002 ci ha lasciato le splendide missive che l'amico Saul Steinberg gli aveva inviato nell'arco di mezzo secolo (Lettere a Aldo Buzzi 1945-1999, Adelphi); ma, come diceva lui, non si trattava di un autentico carteggio, quanto piuttosto di una sorta di (auto)biografia costruita attraverso le lettere, «togliendo ripetizioni, lasciando gli errori buoni e levando quelli inutili […] così il testo corre senza pause, pause solo respirare». Un'autobiografia che tuttavia, proprio nel montaggio “cinematografico” dei testi, rivela in absentia il profilo del compilatore, un architetto-scrittore che per larga parte della sua lunghissima esistenza ha preferito rimanere gaddianamente nell'ombra: prima tuttofare sui set di Lattuada e Comencini, poi traduttore e editor per Rizzoli e, infine, raffinatissimo prosatore per Scheiwiller e Adelphi.

 

Aldo Buzzi, dicembre 2007, ph. James Marcus

 

E in certa misura si può dire che anche queste Lettere sul brodo finiscono per tracciare indirettamente, al pari di quelle steinberghiane, un ritratto del Buzzi degli ultimi anni: un intelletto vivace e ancora curioso di tutto, benché l'età lo confinasse sempre più spesso nel suo appartamento di Lambrate, fra gli acquerelli della mamma pittrice e le cornici delle porte dipinte di verde (unici “vezzi” di un arredamento che ormai tendeva sempre più all'essenziale), forse un po' più solo dopo la scomparsa, nel 2005, dell'amata compagna, ma confortato da una serie di presenze amiche che fanno capolino con discrezione lungo il carteggio, da quelle più assidue (tra le quali spicca la "figlioccia" Marina) alle più rare, come gli happy few che, letti (e ammirati) i suoi libri, si recavano a rendergli omaggio di persona.

 

Un ritratto obliquo, mai di fronte, spesso di sbieco, essenziale e allo stesso tempo iperdettagliato, in una parola “buzziano” (aggettivo, sia detto per inciso, che il Nostro dichiara di non sopportare: «Ma capisco che non c'è altro modo. Dovrei cambiare cognome»). Pagine in cui l'ossessione divertita per le sottigliezze linguistiche (proverbiale l'amatriciana che diventa “matriciana”, secondo quella che, ne L'uovo alla kok, è «la tendenza naturale di ogni parola derivata a acquistare una sua propria forma autonoma») si alterna a una scrittura sobria, asciutta, talvolta aforistica: «Ci sono venticinquenni che sono già delle Signore» (2 giugno 2008), «La patria è sempre più un problema. Credo si possa amarla odiandola anche» (19 settembre 2008, riferendosi a uno degli scrittori da lui più amati, Thomas Bernhard), «L'Italia non va presa sul serio, è una specie di spettacolo» (19 maggio 2009, ultima lettera).

 

Come ogni libro buzziano degno di tale epiteto, sono tuttavia due i perni attorno ai quali ruotano le Lettere, ovvero la letteratura e la gastronomia: da una parte i Vers de circonstance di Mallarmé («Quei versi possono sembrare vuoti e sono invece pieni dell'essenza misteriosa della poesia... Non so: in queste cose, come con le pitture, vado a naso o a orecchio», scrive Buzzi il 26 dicembre 2007), dall'altra una lectio sulla ricetta migliore per la preparazione del brodo. Ma dal momento che stiamo appunto leggendo un libro buzziano, si vede altrettanto bene come i due perni siano in fin dei conti poco più che pretesti per “parlare d'altro”, o, per dirla con Steinberg, «di niente, il soggetto migliore». (A onor del vero, occorre dire che non sempre Nicolao possiede l'economia espressiva dell'anziano corrispondente, e si ha l'impressione, di quando in quando, di un'erudizione un po' troppo ostentata... Peccati veniali, in ogni caso).

 

Buzzi ritratto da Saul Steinberg per il volume Dal Vero, 1983

 

Ecco allora sfilare come su un proscenio situazioni e personaggi – celebri e non – che l'arte digressiva di Buzzi evoca via via, con l'abilità del consumato maestro di cerimonie, per il divertimento dell'interlocutore (e del lettore): troviamo un chirurgo di Sarnico che scriveva lettere con l'intestazione “Egregio Sig.or” per abbreviare (commenta Buzzi: «Non si vede alcun guadagno tranne nell'oscurità») e un macellaio «che aveva incominciato l'università, ma morto il padre è tornato macellaio». Poi tocca a Carlo M. Cipolla, ribattezzato, alla Steinberg, “Doctor Onion”; a William Gaddis, «di idee un po' strane», conosciuto a Key West in Florida, dove, nella cucina del suo bellissimo appartamento, «il figlio cucinava il pesce mentre si mangiava il primo»; e a Gabriele Baldini, fissato in un formidabile schizzo biografico: «Mi portava a sentire le lezioni di Ungaretti all'università. Qualche volta lo accompagnavamo a casa in carrozza. Dopo la nomina a accademico d'Italia ci mostrò la tessera ovale di pelle che gli permetteva di viaggiare gratis in prima classe sui treni che gli invidiavo molto. Poi andò in Inghilterra e tradusse tutto Shakespeare». C'è spazio anche per la rievocazione di un lontano soggiorno parigino, non lontano da Place Pigalle: «Zona piacevole di alberghi a ore, buona cucina e abitati da musicisti neri jazz ancora non affermati […] Dalle finestre uscivano suoni di sassofoni, trombe e clarinetti, come in un disegno di Steinberg». E infine c'è Baudelaire, ritratto nei suoi ultimi anni, quando, ormai immobilizzato sulla poltrona a rotelle, esclamava soltanto «Sacré nom!»: «Io», chiosa Buzzi con amarezza, «lo ripeto mentalmente in continuazione».

 

In effetti, con l'avvicinarsi della conclusione, si fanno strada tra le righe, con frequenza sempre maggiore, le note gravi della vecchiaia e della morte. Una vecchiaia che è soprattutto stanchezza («Sto passando un periodo di stanchezza che non accenna a migliorare», scrive Buzzi il 28 aprile 2008, correggendosi subito dopo, con il consueto understatement: «Avevo scritto terribile ma non mi piace drammatizzare») e paura della solitudine: «Certo essere l'ultimo è brutto […] Devo dire che ho il terrore della morte da solo» (novembre 2008).

 

Si chiude il libro nel medesimo stato d'animo che Nicolao dice di aver provato una volta conclusa la lettura delle lettere di Steinberg: «Dolore doppio, perché avrei continuato volentieri a oltranza e poi perché l'Eroe muore […] Come se fosse un libro di fiction e non materia umana trascritta». E mi trova concorde anche quando, più avanti, osserva come un epistolario sia una sorta di «monumento verbale» che un uomo scolpisce, quasi senza rendersene conto, con l'aiuto del Tempo – e insieme, aggiungerei io, contro il Tempo. Un modo come un altro, insomma, di prolungarsi la vita.

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