Animali domestici e squali equilibristi

Animali domestici (Adelphi 2015) di Letizia Muratori e L’equilibrio degli squali (Einaudi 2008) di Caterina Bonvicini sono due romanzi le cui autrici appartengono a una precisa generazione, quella delle nate negli anni Settanta e, almeno dal punto di vista anagrafico, inevitabilmente figlie di un periodo storico cruciale cui entrambe le trame di questi libri fanno riferimento in modo indiretto.

 

Che siano figlie di padri inutili come la dolce Chiara ritratta da Muratori, o figlie di madri peggio che problematiche come quella di Sofia, protagonista del romanzo di Bonvicini, è comunque l’ottica dell’eterna figlia quella con cui le protagoniste di questi due racconti tentano di restituire a chi legge, attraverso linguaggi molto diversi tra loro, una sorta di necessaria allucinazione. Uno shock che ridoni un minimo di vitalità a quell’impoverimento cui le minuterie quotidiane paiono destinate, e che insieme le salvi dalla remissività di crederle irrilevanti.

 

Ma Muratori e Bonvicini provano questa rianimazione anche assecondando ambizioni narrative più vaste. Nel 2004 entrambe le autrici compaiono su un’antologia di racconti edita per Einaudi. Il pretesto di quella raccolta era di far parlare di sesso scrittici italiane allora trentenni. Entrambe le nostre autrici misero al centro dei loro due racconti gli animali.

 

Quella sul tema della diversità nell’accezione del non umano è anche un’indagine che Monica Farnetti (Monica Farnetti, Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, La Tartaruga 2008) ha compiuto su determinati aspetti della scrittura di alcune grandi autrici del passato recente. Un certo modo di trattare il tema dell’animalità, secondo questo punto di vista, può consentire alla scrittrice di assumere una postura interlocutoria tra l’umano e il non umano, puntando a stabilire un equilibrio alternativo di cui soprattutto un racconto inventato può giungere a essere la forma più opportuna per una ricerca letteraria del tutto fuori catalogo. Questo tipo di lavoro, secondo Farnetti, certe autrici come per esempio Anna Maria Ortese o Clarice Lispector lo hanno potuto compiere attraverso la capacità visionaria di relazionare la propria scrittura a un’alterità irriducibile, come quella animale. Facendolo, tuttavia, senza perdersi e senza perderla.

 

Nel caso di Muratori e Bonvicini animalità e quotidianità risultano spesso poste in una commistione dirompente che scoppia come una bomba nelle mani di chi ha maturato la consapevolezza di dover stabilire un equilibrio in cui non vada perduto il legame fragilissimo e originario tra la scrittura e il proprio sentimento di alterità a essa connesso. E soprattutto senza dimenticare quanto una scrittura etichettata come visionaria, proprio perché appartiene alla fragilità di equilibri incerti stabiliti tanto con il proprio quanto con l’altrui, sia foriera di spiacevoli fraintendimenti riguardo una definizione condivisa di realtà. “Ma attenzione” è infatti il monito che Bonvicini mette in bocca a Sofia, fotografa artistica di matrimoni “essere contorti non significa essere visionari. Eh no, quella è un’operazione per sua natura eversiva, e non va bene. Devo mantenermi cautamente nella finta originalità. Tutto deve suggerire qualcosa di noto, sennò la gente si spaventa. Le visioni rimandano a una realtà, le cose artificiose allontanano dalla realtà. Ed è gradita la seconda.” (L’equilibrio degli squali, p. 42).

 

Animali domestici è diviso in tre parti. Il filo rosso che lega i tre racconti è la voce narrante di Letizia, omonima dell’autrice, che attraverso l’annoso rapporto erotico sentimentale con il padre della sua amica Chiara ci racconta molto più di quanto si potrebbe immaginare. Gli animali domestici cui il titolo si riferisce sono i cani nei quali Chiara ha riposto la sua ragione di vita e di morte. Ne L’equilibrio degli squali, invece, il tema della depressione e del rapporto con la madre dialogano in un mare aperto popolato simbolicamente dalla passione del padre della protagonista per gli squali. L’io narrante del racconto di Bonvicini, la donna un po’ confusa che l’autrice pone in un contesto narrativo così ambizioso e pericoloso guarda caso si chiama Sofia, ossia conoscenza.

 

 

È attraverso lo sperdimento delle loro protagoniste che Muratori e Bonvicini si giocano un equilibrismo cruciale nel corpo a corpo con un’animalità senza confessioni liberatorie, eternamente collusa con il proprio quanto fiutata nell’altrui, senza che la si afferri mai del tutto mentre la si esprime a parole. Nella scrittura di Muratori questo assume fin dal titolo la caratteristica di una bestialità dichiaratamente domestica, ma comunque difficilissima da contenere entro le mura di casa. In Bonvicini la convivenza in alto mare con l’aspetto divorante di quell’animalità si prospetta inizialmente possibile per poi essere sbugiardata dai fatti.

 

Insomma, in questi due libri accade che l’equilibrismo con il non umano, di cui avevamo già notizia, scende di un gradino i massimi sistemi per collocarsi più o meno consapevolmente nelle minuterie più recondite e esilaranti della contemporaneità, allo scopo di sfatare il pregiudizio comune che quell’animalità sia tanto spaventosa da non potersi neanche guardare da sé. In queste pagine accade infatti che quel non umano, croce e delizia delle meglio equilibriste, in qualche modo sia ridotto a una dicibilità. Tuttavia non senza qualche contorsionismo delle autrici, necessario a evitarsi l’etichetta desueta ma pur sempre eversiva di scrittrici visionarie.

 

Un luogo comune è soprattutto un posto accessibile a tutti. Sarà forse un desiderio banale, ma è un posto in cui quasi tutti vogliono andare. Un luogo di cui quasi tutti parlano, e la cosa si arresta a quel chiacchiericcio senza figure che lascia tutte le investigazioni possibili fuori dalla porta di coloro che proprio in questo posto hanno messo su famiglia o vita randagia. Perché come sembra asserire Muratori, tutti noi, come i cani, alla fine siamo domestici o randagi. Almeno questo è ciò che della nostra animalità possono raccontare i luoghi comuni. Luoghi di terra o di mare che indistintamente celano insidie quotidiane di una ferocia tanto sibillina quanto irriferibile, come testimonia il romanzo di Bonvicini.

 

Chissà quante volte siamo morti perdendo tempo in attività di prevenzione, convinti che il pericolo venisse da fuori (Animali domestici, p. 159), si chiede e ci chiede con il suo romanzo Letizia Muratori. Una domanda che sembra seguire come un’eco Caterina Bonvicini nel suo racconto, la cui trama è completamente incentrata su quanto le conseguenze del suicidio di una madre possano generare dinamiche tanto familiari ed elusive da comporre un equilibrio di disastrosa leggerezza, che equilibrio non è.

 

Sembra poi che quel sentimento di alterità, che è il presupposto su cui si fondano queste indagini letterarie svolte sul quotidiano, a un certo punto diventi in questi libri una vera e propria forma di estraneazione non dichiarata. Qualcosa che non si esplicita nell’illustrazione della trama. Diciamo che sembra che le autrici, pur indugiando attraverso la storia di certe convivenze abituali, lascino contraddittoriamente all’atmosfera delle pagine il compito di testimoniare il sentore un po’ risentito di non volerne più sapere. Questa necessità di estraneazione viene focalizzata come un effetto emotivo della trama, senza derive ulteriori se non quelle che tentano in extremis di stabilire un equilibrio con dei precedenti in cui le protagoniste provano comunque a riconoscersi. Fosse l’amante che potrebbe avere l’età di tuo padre o la madre da cui non si otterranno mai più risposte, in questi due libri accade che quel non raccapezzarsi delle protagoniste quando si guardano alle spalle vada a organizzare due storie che finiscono per squadernare in modo ardito anche la struttura dei due romanzi.

 

Letizia Muratori investe in un racconto in cui, pur avendo dal principio alla fine la stessa voce narrante, il punto di vista si sposta dal fallimento del precoce matrimonio di Letizia allo sbando della comunità canina che Chiara ha raccolto intorno sé con evidenti fini sostituivi. Quella ritratta in questi due disastri personali è un’unica soggettività femminile postadolescenziale che veleggia anagraficamente verso una maturità per niente idealizzata, di cui l’autrice rende conto di un possibile approdo come fosse la presa d’atto di un sentimento di irreparabilità che viene da lontano.

 

Va bene, Edi Sereni è una persona di cui Letizia, nonostante tutto, non può fare a meno. Ma è anche e soprattutto il ritratto decadente e impietoso di un uomo di piccolo potere che per di più è mezzo impotente. Perciò è anche grazie a Edi e alla sua neanche conclamata impotenza che certe dipendenze di vecchio stampo ci appaiono esorcizzate soprattutto dall’ironia. E che dire di Chiara, la figlia di Edi, che trova sorprendentemente un simile tra gli umani, e se lo sposa? Muratori non troverà azione più esplicita di quella in cui Chiara getta il suo bouquet ai cani per farci capire che non è il caso di illudersi: ormai neanche per lei c’è più speranza.

 

Anche il romanzo di Caterina Bonvicini si apre con la fine precocissima di nozze convolate in età immatura. Sofia, figlia quasi allegra di madre suicida, sposa un matto vero, con tutto il corollario che questo comporta: pompieri a tarda notte, ricoveri coatti, psicofarmaci e cliniche psichiatriche. Tuttavia sarà quel matto che si dimostrerà latore di una saggezza che consentirà a Sofia di realizzare la verità: i due suoi amanti che in realtà sono paraculi invece che depressi come vorrebbero far credere, stanno lì a significare che non è più il caso di giocare con il fuoco della malattia mentale. Anche se quella porta il nome di tua madre. Tutto ciò mentre il papà di Sofia scherza in mare aperto con l’animale più terribile di tutti gli immaginari: lo squalo. Sarà proprio l’accorta dimestichezza paterna che alla fine ci mostrerà gli squali del titolo essere solo i pesci che sono, nonostante il timore che non devono smettere di incutere.

 

 

Anche i genitori di Letizia sono solo i genitori che sono, ossia due ex-sessantottini tra i più quieti. E nonostante anche la madre di lei sia in odore di depressione, è la scapestrata e sedentaria Letizia che si accolla l’onere di dare il via a quella forma di casino assai subdola che certe bonacce nostrane richiedono perché tutto non appaia normale, come in effetti è lungi dall’essere.

 

Sono i legami sentimentali di queste figlie, insomma, che non trovano equilibrio. Ma lo cercano, e questa investigazione cala le vicende narrate in un clima eternamente adolescenziale che, se per un verso restituisce a chi legge il sentore di una freschezza senza tempo, dall’altro ci costringe a realizzare la gravità di un’inconcludenza un po’ cialtronesca d’insieme, proprio perché innestata nelle piccole circostanze che fanno il grosso dell’esistenza. Muratori e Bonvicini ci consegnano racconti piccoli per quanto incandescenti, assecondando ognuna a suo modo un’attenzione alla rielaborazione della contemporaneità secondo una prospettiva e linguaggi spiccatamente anti ideologici. Per di più lo fanno con la leggerezza di chi non ne ha affatto l’aria. Sarà perché i loro quadri nascono da una predisposizione non casuale a scavare la propria trincea nel posto più pericoloso di tutti: quello esposto al fuoco amico dei rapporti che contano di più nel privato di ognuno di noi.

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