Antonio Riccardi. Cosmo più servizi

Immaginate un bricoleur al lavoro che, invece di armeggiare con i pezzi di un vecchio meccano o con i vagoni di un trenino elettrico, prova a disporre sul tavolo pezzi di vita ricomparsi misteriosamente da un lontano passato.

Persone che quelle storie di vita hanno vissuto, uomini, donne ormai decomposti nelle loro sepolture, assorbiti dalla terra, dei quali tuttavia è rimasto qualche brandello di parole, mesti epitaffi funebri ma anche oggetti, scritture autografe, memorie racchiuse nelle testimonianze di chi li ha conosciuti.

 

Ora immaginate che questa accozzaglia di cose e parole prendano la strada di un racconto che trasforma la loro muta presenza in azioni, memorie, desideri, sogni, delusioni. Non pensate però ad un racconto unitario, a un romanzo ma a tante piccole storie, anzi a sequenze di storie, a storie possibili mai concluse, ad accenni di storie possibili. Sarete confrontati con un’archeologia senza importanza, a strani oggetti galleggianti in un mare che si sottrae alla misurazione dello spazio e del tempo.

 

A questo punto siete entrati nel libro di Antonio Riccardi. Un libro enigmatico e insieme ironico a cominciare dal titolo, Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami cimiteri e vecchie zie rimaste signorine.

 

Vi troverete dinanzi un singolare percorso nella memoria: individuale, familiare, letteraria, artistica.

L'esperimento saggistico a cui dà vita questa scrittura disegna una traccia labirintica: brandelli di vita vissuta, ricordata, schegge di storia familiare con linee di fuga che risalgono l'albero genealogico della famiglia del’autore, fanno tappa nell'Ottocento, nella casa avita dei Riccardi, presenza consolidata da molte generazioni a Cattabiano nel comune di Langhirano.

 

Il mondo che emerge dai reperti che l'autore raccoglie con pietas e sorvegliata malinconia sono una Welt von gestern, un mondo di ieri, che tuttavia non si consegna ad un passato senza ritorno ma interagisce con la sua attualissima coscienza del contemporaneo.

 

Lo sguardo che qui incrocia il passato con il presente ci appare come una strana miscela di disincanto e incantamento nostalgico: le avventure della sensibilità che si sono coagulate nelle vite perdute, le inquietudini – bellissimo il capitolo che ne esibisce l'anatomia – dissolte quando i loro protagonisti sono usciti definitivamente di scena, sembrano riaffiorare nella trama delle nuove relazioni dei nostri anni.

Ne emerge un viaggio nel tempo senza meta, improvvisato, fatto di occasioni perdute, dove il passato sembra anticipar il futuro e il presente si rassegna alla sua precaria conoscenza, accecato com’è dall’impeto continuo della vita.

 

C’è tuttavia una peculiarità in questa ricognizione cursoria nel regno dei morti che merita di essere sottolineata: la capacità di mettere al servizio di una storia minore l'arte del collezionista.

Infatti gli oggetti che incontriamo nel libro, dai diorami naturalistici scovati a Parigi, vere e proprie narrazioni irrigidite nella fissità cadaverica di un'allegoria in senso benjaminiano (“Nel diorama si articola e si congela una narrazione”, afferma l’autore), alle ciocche di capelli tagliate ai morenti poco prima di trapassare e custodite in qualche angolo riposto della casa, ai repertori medici, ai reliquiari, ai medaglioni, alle carte private, sono testimoni muti di un tempo trascorso ma anche presenze destate a nuova vita.

 

Il collezionista dispone gli oggetti raccolti secondo un ordine che lui decide di dare ad essi e i reperti raccolti da Riccardi sono alloggiati in un museo vivente dove il passato ci interpella con tutta l'urgenza della vita che in quegli oggetti è ancora racchiusa. Perché “l’unicità di ciascuno sta nella mappa dei suoi oggetti. Perdere quelle cose fatalmente ci mescola ad altri e ci disperde, ci disintegra”.

 

In questo singolare dialogo tra i vivi e i morti accade che i primi siano rassegnati ad un ruolo gregario mentre i secondi diventino i protagonisti della scena. Sono questi ultimi a dettare al collezionista i percorsi della memoria entro i quali collocare le loro tracce, e a guidarlo nella sua missione salvifica.

 

Appare così in tutta la sua impotenza l’azzardo dei contemporanei a tracciare le linee interpretative del passato: come un’opera d’arte che si sottrae al gesto egemone del critico e rivendica la sua libertà di farsi conoscere così gli oggetti salvati rivelano da sé la verità che racchiudono.

 

Il viaggio di Riccardi fa tappa, e non poteva non essere così, nei cimiteri monumentali misurandosi con quell’arte minore che sono le statue che chiudono le sepolture, in taluni casi veri e propri prodigi di arte plastica al servizio del ricordo del defunto. E non si tratta di una prevedibile iconografia della devozione, in taluni casi appare improvvisa la potenza narrativa di un gesto, di una postura, come ad esempio la rappresentazione di una defunta sul letto di morte con tutta la carica sensuale dei suoi giovani anni.

 

Al Monumentale di Milano lo scultore liberty Piero da Verona scolpisce per la tomba di Maria Beruccini, nata nel 1888 e morta alla vigilia della Grande Guerra, “il corpo nudo della ragazza adagiato sul letto gualcito e lo forma, curva dopo curva, nel continuo dalla mano destra fino al piede sinistro, dalla corona dei capelli sciolti al fianco appena alzato, cavandolo da una pietra porosa e senza riflessi”.

 

 

A partire da qui si apre una sequenza di immagini e di storie di rara potenza, icasticamente sospese tra verismo e simbolismo dentro la cornice liberty che sembra liberare le sue migliori energie nell’invenzione plastica della morte.

Anche in queste immagini che sigillano frammenti di esistenze passate l’icona si trasforma in narrazione, la fissità della statua nella mobilità dell’accadere per poi rifluire nuovamente nell’immobilità perenne di ciò che è stato e mai ritornerà in vita.

 

“Il segreto di Maria Beruccini non riguarda solo la sensazione che si prova di fronte all’ingiuria di una morte in giovane età e al colmo della bellezza. Nel suo caso c’è di più. Su un lato del sarcofago, non molto visibile da subito, c’è scritto qualcosa che evidentemente la riguarda: «Non dire ad alcuno perché sono morta»”.

 

È difficile definire questa scrittura perfettamente sintonizzata con le presenze materiali del passato, di cui ausculta attentamente le intermittenze minime rifuggendo da ogni enfasi e adagiandosi su un tono medio, elegantemente affabulatorio. È certo che Riccardi mette a disposizione della sua curiositas funeraria una serie di risorse tipicamente letterarie che danno movimento e colore alla sua scrittura che è saggismo nel senso più proprio del termine: tentativo di conoscenza senza alcuna certezza o garanzia di raggiungere la meta.

 

Se ne apprezza soprattutto l’understatement e la capacità di stemperare la malinconia nell’ironia o di neutralizzarla con la meraviglia.

 

Fra le storie più potenti che si aggrumano nella fissità di un’immagine c’è quella di un singolare personaggio il cui gusto del meraviglioso raggiunge vette estreme. Si tratta di Girolamo Segato (1792-1836), “chimico e naturalista, viaggiatore instancabile, cartografo, incisore, egittologo” il cui epitaffio recita: “gloria insolita dell’umana sapienza”. L’insolita gloria di Segato è legata alla sua capacità di pietrificare i corpi: “l’uomo che forse ha praticato più di chiunque altro la trasmutazione in pietra del corpo umano, intero o a pezzi.” La storia di Segato è fatta di invenzioni prodigiose, di scienza e di azzardo, anche la sua vicenda giace sepolta nell’oblio della Storia.

 

La ‘salvezza’ che Riccardi offre ai suoi numerosi personaggi in realtà è effimera, si intuisce che la pietas del raccoglitore si rivela impotente dinanzi ai resti raccolti: dopo la ricomposizione che li ha sottratti per un attimo all’oblio, le macerie della storia, quelle che l’angelo benjaminiano osserva dal turbine della tempesta che lo trascina verso la fine del mondo, disperderanno assai presto quei miseri resti.

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