David Forgacs. Margini d'Italia

Coloro che (come l'autore di questa recensione) avvicinassero il testo di David Forgacs, Margini d'Italia (Laterza 2015), in cerca di "una storia alternativa, parallela ma secondaria a quella considerata ufficiale, che 'riscattasse' le persone dai margini o li 'salvasse'" resterebbe deluso. "Farlo," dice l'autore nella sua premessa, "in questo caso, avrebbe significato semplicemente riprodurre la logica della marginalità, rimettere in atto quei gesti di comprensione o solidarietà, dare sostanza alla fantasia che qualcuno possa essere simbolicamente tolto dai margini e dare credito all'idea che le persone osservate nei cinque casi che ho studiato fossero o siano davvero, in qualche modo, 'fuori' dalla società, o comunque veramente subalterni, secondari, meno importanti di quelli che si trovano al centro. Il mio obiettivo non è quello di raccontare la loro storia ma di illustrare come altri li hanno descritti e di dimostrare che la formazione dell'Italia moderna si è realizzata anche attraverso la creazione discorsiva di gruppi marginali e socialmente esclusi".

 

David Forgacs

 

Margini d'Italia è un’indagine tra aree e gruppi sociali che hanno cominciato con l'essere definiti marginali o periferici a partire dall'unificazione del paese. Questa marginalizzazione non nasce unicamente da concrete politiche ma anche dal considerare aree geografiche e persone come distinte dal centro della società. L'analisi prende in considerazioni cinque casi: le periferie delle maggiori città negli anni successivi all'unificazione, le colonie dell'Africa orientale negli anni Trenta, le aree arretrate del Sud negli anni Cinquanta, gli ospedali psichiatrici prima della riforma degli anni Settanta del Novecento, i campi nomadi negli anni Duemila.

 

Nel libro è narrato, tra l'altro, il formarsi della baraccopoli di San Lorenzo a Roma, la prima, dove operai migranti italiani furono confinati fin dal 1871; racconta come il regime coloniale italiano abbia registrato una serie di documenti che faranno da concime al Manifesto della razza (1938); riferisce la nascita di un'area ancora marginale nel Meridione d'Italia (con l'ausilio di Carlo Levi e dal suo Cristo si è fermato a Eboli e con la ricerca antropologica di Ernesto De Martino, all'interno della quale Forgacs vuole collocarsi); parla del rapporto tra malattia mentale ed esclusione sociale e delle inumane condizioni in cui era costretta l'istituzione manicomiale italiana e del suo smantellamento; infine, fa una breve storia dei campi nomadi, che riporta là dove tutto è cominciato, nella periferia romana di cui tanto si dice in questi nostri giorni, a conferma che niente è radicalmente mutato nella struttura sociale del paese.

 

Margini d'Italia offre una prospettiva all'esclusione sociale nella formazione nazionale e contribuisce a riportarla al centro, quando afferma che "la povertà urbana [...] è il risultato della crescita impetuosa della città, di una economia di bassi salari e di un mercato delle abitazioni private incontrollato", o quando narra come "gli abitanti indigeni [delle colonie italiane], definiti subordinati e inferiori da una grande mole di racconti e immagini, tanto nella cultura erudita che in quella popolare, furono esclusi dai diritti goduti dai colonizzatori e catturati e uccisi quando opponevano resistenza". O ancora, che "i contadini poveri [...] vennero tagliati fuori dal processo di costruzione della nazione, oppure furono coinvolti in essa con la forza, o considerati depositari di una cultura arcaica [...] sfruttata come attività turistica", o infine quando presenta malati di mente "rinchiusi e zittiti", o migranti rom emarginati e cacciati. È in particolare nel capitolo dedicato ai manicomi che il testo rivendica attualità e dunque autenticità.

 

"Due persone guardano l'obiettivo attraverso una rete metallica: un uomo e una donna, o due donne – difficile capirlo [...] Quella sulla sinistra è per metà in ombra, e sembra avere qualcosa in mano, forse una sigaretta. La faccia dell'altra è parzialmente coperta da una mano [...] Dietro le due figure, un cortile con alberi e in lontananza un lungo edificio, di fronte al quale altre persone sono sedute sulle panchine".

 

È la descrizione di una delle fotografie contenute nel memorabile Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin. Le due persone sono nel parco di un manicomio. E altre immagini fanno vedere gabinetti sporchi, uomini con teste rasate, donne trasandate vestite con vestaglie, accasciate sulle panchine o sdraiate a terra. Il titolo Morire di classe, e il fatto che il libro sia pubblicato in una collana di testi politici, attirano l'attenzione su un prospettiva che avrebbe altrimenti potuto passare inosservata, perché quei pazienti avrebbero potuto essere scambiati per generici degenti di una casa di cura. Sono invece tutte o quasi persone di classi sociali basse.

 

Una serie di statistiche delle ammissioni negli ospedali psichiatrici negli Stati Uniti dal 1909 al 1952 confermò l'ipotesi che la "schizofrenia fosse eccessivamente concentrata tra i poveri". Come diceva il narratore de L'uomo senza qualità di Robert Musil in occasione di una visita a un manicomio austriaco prima della Grande guerra, i manicomi erano ricoveri per poveri. Le persone malate di mente provenienti da famiglie benestanti venivano in genere trattate in istituti privati e con metodologie differenti. Nell'introduzione a Morire di classe, Basaglia e Ongaro sostenevano che esistono "due psichiatrie – quella dei ricchi e quella dei poveri". I manicomi servivano, dicevano, a raccogliere gli scarti ormai improduttivi dell'economia capitalista. Nel 1975 Basaglia e Ongaro scrivevano: "Il manicomio non è l'ospedale per chi soffre di disturbi mentali, ma il luogo di contenimento di certe devianze di comportamento degli appartenenti alla classe subalterna".

 

E terminato il libro, viene da chiedersi, con il suo autore, se l'identità più profonda di una nazione, la sua identità inconscia e non quella pubblicamente riconosciuta, non sia forse composta anche dai gruppi definiti marginali, dai respinti, dai non integrati, dai non assimilati, e non unicamente da quelli accolti di buon grado.

 

 

Il libro: David Forgacs, Margini d'Italia, Laterza, Bari 2015, € 15,99, pp. 368.

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