De Benedetti. La situazione è grammatica

Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare gli errori

La prima cosa che si prova dopo aver letto il libro di Andrea de Benedetti uscito da poco per Einaudi (La situazione è grammatica. Perché facciamo errori. Perché è normale farli) è un gran sollievo. Intanto perché il tono è ironico ma le questioni sono serie, così scopriamo che la grammatica non è così respingente come certi manuali di scuola elementare volevano farci credere (basta dare un’occhiata al sito dell’Accademia della Crusca per accorgersi che linguisti e lessicografi sono gente che non si annoia). E poi perché l’autore restituisce a ogni singolo parlante qualcosa che gli spetta di diritto e che fa di lui un individuo irripetibile e unico: la libertà di sbagliare (esiste generalmente un solo modo per scrivere bene una parola, ma ci sono infiniti modi per sbagliarla).

 

De Benedetti, che in questo senso è un garantista, ci rassicura: gli errori li facciamo tutti. Perché il linguaggio è prima di tutto arbitrio, e quindi è fallibile per essenza. Li facciamo tutti perché non esiste lingua senza un soggetto che parla, e un soggetto che parla è afflitto da sintomi e malfunzionamenti d’ogni tipo che però, proprio come gli errori linguistici, sono prima di tutto occasioni di conoscenza e indicatori preziosi di vitalità.

 

È per questo che ogni errore ha un alibi o quantomeno un movente. Se i bambini alle prese con la grammatica incappano da generazioni sempre nelle stesse trappole, è perché dietro agli errori c’è una logica, un approccio al mondo, forse addirittura un’etica (la tentazione di un facete o di un dicete, per esempio, è dovuta al peso delle radici latine dei verbi).

 

Attraverso aneddoti ed esempi tratti da conversazioni quotidiane, giornali, siti internet, programmi tv, tweet e social network, de Benedetti si fa strada nella giungla morfologica della lingua italiana passando in rassegna le nostre abitudini linguistiche e mettendoci di fronte a situazioni in cui ognuno di noi può ritrovarsi facilmente. L’incomprensibile venerazione per la d eufonica, i bisticci col t9, l’abuso delle maiuscole, la punteggiatura emotiva, gli errori percepiti (come la scomparsa del congiuntivo, che invece è in splendida forma) e quelli insospettabili (il piuttosto che con valore disgiuntivo, denunciato ultimamente anche da Luca Mastrantonio in Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato, Marsilio, che ha ricevuto una bella recensione di Guido Vitiello), quelli quasi inevitabili (il che polivalente, ormai in uso sia nel parlato che nello scritto) e quelli capaci di uccidere la libido («Vuoi che mi tolgo il reggiseno?», dove un indicativo basta a distruggere il mistero che il congiuntivo avrebbe lasciato intatto). C’è poi l’errore «che è errore a Milano ma non a Palermo», o quello considerato tale a fine novecento ma che oggi non scandalizza più nessuno su whatsapp.

 

Capiamo allora che la fonetica non è una scienza esatta (se dico àmaca invece che amàca è perché in italiano sulla base della grafia è impossibile prevedere su quale sillaba cadrà l’accento), l’ortografia è incoerente e sadica (se per sbaglio scrivo eccezzione invece di eccezione è perché il suono di quella z effettivamente è più lungo) e la grammatica tutta è piena di buchi e d’incoerenze (perché buongiorno si scrive attaccato ma buona giornata no?).

 

«Chi parla male pensa male», diceva Michele Apicella in Palombella rossa di Nanni Moretti, e forse è per questo che correggere – sostiene de Benedetti – ci fa sentire persone migliori.

Ma una lingua senza errori, non c’è dubbio, è una lingua più povera, e decidere di bannare da facebook gli amici che scrivono qual è con l’apostrofo invece che senza non ha molto senso: fra dieci anni potrebbero avere ragione loro.

 

Perché nell’evoluzione di una lingua è spesso la consuetudine a prevalere sulla logica, e nel conflitto tra uso e regola, alla lunga è l’uso che vince. Insomma val più la pratica. De Benedetti ce lo aveva già detto qualche anno fa nella sua Piccola grammatica immorale della lingua italiana. Val più la pratica (Laterza 2009), affiancando sempre alle sue fonti di riferimento i dati forse più realistici per farsi un’idea – poco importa se giusta o sbagliata – dello stato attuale della lingua, come i risultati di alcuni termini di ricerca su Google o la frequenza con cui compaiono certe parole. Una specie di indagine sociale quindi.

 

Possiamo comunque rasserenarci: la lingua cambia perché cambiano gli uomini, e anche un anacoluto ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Ce lo insegnano i poeti (ed è un po’ lo stesso motivo per cui Alfred Hitchcock per esempio non avrebbe mai rinunciato, nei suoi film, a un’inquadratura bella per sceglierne una più verosimile).

 

Se già “leggere è un rischio”, come riassumeva Alfonso Berardinelli in una breve ma acuta raccolta di saggi del 2012 (Leggere è un rischio, Nottetempo), nondimeno è un rischio scrivere. Perché anche mettere o non mettere una virgola può cambiare il destino di un messaggio, e niente come un punto a fine frase può scalzare l’incertezza dei puntini sospensivi o l’entusiasmo spesso fuori luogo di un punto esclamativo (è buona cosa poi diffidare di chi mette ogni cosa tra virgolette, perché forse non sa bene ciò che vuole dire o peggio ancora non vuole assumersene la responsabilità).

 

A dispetto dell’irritazione di accademici integralisti e professori bacchettoni – i “neo-cruscanti”, coloro che rabbrividiscono di fronte a un accento scritto male o a una congiunzione dopo il punto fermo – de Benedetti sembra invitarci a mollare la presa nei confronti della grammatica. La si vuole normativa invece è inaffidabile. La si crede dogmatica ma sorprende per la sua duttilità. La si pretende infallibile e la si scopre imperfetta e piena di crepe. Si cerca una regola, si trova un’eccezione.

 

Davanti al bivio senza uscita degli ausiliari da abbinare ai verbi atmosferici (ha piovuto o è piovuto?) o a quelli modali (ho dovuto o sono dovuto andare?) conviene allora rassegnarsi: la grammatica una risposta a tutto non ce l’ha, e in assenza di regole immanenti e criteri universali il confine tra giusto e sbagliato diventa molto sottile. Un po’ come avviene in medicina o ancor più in psicoanalisi, dove ogni caso è un caso unico. In fondo perdoniamo anche Saviano quando confonde tema con tematiche.

 

E se gli strafalcioni degli altri continuano a farci ridere – in tv, sui social, nei libri e nei giornali – probabilmente è perché la situazione non è poi così drammatica. Almeno fin quando a commetterli non siamo noi.

 

Il libro: Andrea De Benedetti, La situazione è grammatica. Perché facciamo errori. Perché è normale farli, Einaudi, Torino 2015, pp. 136, 12,00 €

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