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Giovanna De Angelis. La frattura

Quando gli accadimenti della vita reale si intrecciano a quelli che vengono raccontati nelle opere di fiction, possono generarsi ambigui conglomerati che, in un unico e indistinto faldone, accorpano il valore dell’opera stessa alla non necessaria compassione per quella che, nel caso specifico, è la vicenda personale di Giovanna De Angelis, scomparsa a Roma nel 2013 a seguito di una malattia, editor per case importanti come Einaudi e Fazi, autrice (insieme a Stefano Giovanardi) di una Storia della narrativa italiana del Novecento 1900-1922, e apprezzata saggista, critica e studiosa di letteratura.

 

La Frattura, pubblicato da Elliot, è il suo unico romanzo. Racconta di Francesca, giovane traduttrice sposata a Cosimo e legata a doppio filo a Diego, un ricercatore universitario con famiglia a carico verso il quale nutre una sorta di devozione fisica che non riesce a darle tregua. Nemmeno quando, improvvisamente, nella sua vita subentra lo spettro di una malattia. È su quest’ultimo elemento, forse, che si intrecciano le vicende della protagonista a quella dell’autrice; se non è utile né rispettoso considerare quanto possa essere stato duro per lei imbastire un romanzo che parli di malattia durante il suo calvario, non si può egualmente negare il severo, anomalo rigore con il quale La Frattura si consegna ai suoi lettori.

 

Lo accompagna in apertura, emblematica, una citazione de La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj: «Ed essi non sanno nulla, non vogliono sapere, non hanno pietà». Essi tornano anche nella vita di Francesca: non sono fantasmi del passato, ma aliti di morte che appartengono al suo presente e lo soffocano quasi involontariamente. Sua madre e sua suocera, biunivocamente incapaci di amare in maniera sana i propri figli, il suo professore di riferimento, Nicola Scicchitano, che escogita sistemi per «non arrivare mai alla sostanza reale delle cose», la pimpante Lilli, perfetta testimonial al manuale della migliore amica, e Diego, l’amante che la prende con urgenza sul parquet e la lega a sé con tollerata accondiscendenza.

 

La Frattura non è (solo) un romanzo sulla malattia: attraverso un impietoso viaggio tra passato e presente, in un motivato collage che comprende pagine di diario, epistolari e narrazione ordinaria, emerge soprattutto, nella volontà di Francesca, «un improvviso bisogno di precisione, di parole esatte e pronunciate correttamente».

 

De Angelis la asseconda senza mai essere indulgente, rendendo con un lessico ricercatissimo e perfettamente funzionale gli smottamenti interiori vissuti dalla protagonista, abitante tra gli abitanti di una Roma che non è rumorosa né barocca, non decadente e quasi mai assopita. È una città che si snoda tra stivali e trattorie, formaggi a pasta dura e cellulari, valorizzata e glorificata dalla raffinata ed egualmente rigorosa forma d’espressione dell’autrice. Persino il gesto più insignificante, come la distruzione di un piccolo ammasso di pane inumidito, acquista, nell’esistenza della donna e nelle pagine della De Angelis, autorevole dignità letteraria: «Francesca prese il tovagliolo e, con delicatezza, ne premette un lembo sulla figurina, riducendola inesorabilmente a una frittella dai bordi frastagliati».

 

Ed emerge, tra i molti elementi che affiorano durante la lettura, una saldatura tra corpo e pensiero che dilania l’esistenza di Francesca, come conseguenza ultima della malattia e dell’immotivata affezione nei ricordi di Diego: la parola rende omaggio alla fisicità («Questo povero corpo che non può nutrirsi perché la bocca è ridotta a una corona di spine»), e vicendevolmente il corpo incide sui pensieri («Oggi ho ottenuto un antidolorifico per la bocca e una dieta liquida. Il mio corpo festeggia»). È già una bella conquista.

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