Giulio Milani. La terra bianca

Ha tutto inizio a milletrecento metri di quota, nel corso di una inattesa tormenta di neve, quando si tiene un incontro organizzato dall'Archivio Germinal sul tema del Terzo valico e del Tav. Sono gli anarchici a organizzarsi sull'emergenza cave. Con le prime piogge, nelle città gemelle di Massa e Carrara si era manifestato il fenomeno dei fiumi bianchi, conseguenza dello sversamento della "marmettola", residuo industriale del marmo estratto lì, nelle Alpi Apuane, alta Toscana, terra di confine, una delle aree più inquinate d'Italia, anche a causa delle polveri sottili prodotte dal traffico incessante dei camion che trasportano blocchi di marmo grandi come container, e dell'ininterrotto saccheggio della montagna che fa da contorno alla devastazione ambientale che dal Golfo di La Spezia arriva a comprendere l'intera Versilia. Il movimento discute di lotta di classe, di necessità del controllo delle produzioni e delle fabbriche da parte dei lavoratori e delle popolazioni esposte ai rischi delle attività nocive, di primato dei diritti fondamentali e indisponibili come la salute.

 

Massa Carrara, luglio 1988, ph. Archivio Unità


È una storia lunga quella narrata da Giulio Milani in La terra bianca, marmo, chimica e altri disastri (Laterza 2015), una vicenda esemplare che nasce da un reportage narrativo e prende forma in un'inchiesta in prima persona, costruita su analisi delle fonti, verifica del racconto dei testimoni, ma nella quale non mancano momenti di confronto narrativo. Una storia che inizia la mattina del 17 luglio del 1988 quando nello stabilimento Farmoplant della Montedison esplode il serbatoio di un pesticida altamente nocivo. La stampa nazionale parla di una "nuova Seveso". I conti con questa vicenda, racconta Milani, non li ha fatti nessuno. Non li hanno fatti i partiti politici che avevano troppo da perdere per le gravissime compromissioni con la Montedison; non li hanno fatti i tecnici, che hanno protetto la Montedison in ogni modo, consentendo bonifiche molto allegre; non li hanno fatti le istituzioni che avevano voluto quella fabbrica presentata alla popolazione come innocua, senza chiarire che cosa avrebbe prodotto. E non li ha fatti il sindacato che ha difeso la fabbrica col paraocchi tacendo sui continui malfunzionamenti degli impianti.


Venticinque anni più tardi, è uno scrittore a tentare un resoconto indagando su quello e su altri disastri ambientali dell'area. Come il caso della ex Rumianca, Enichem, fabbrica di prodotti chimici, testimone un ex operaio: "Nessuno vuole sentire. La gente ha paura. Ma i familiari delle vittime dovrebbero unirsi in comitato e chiedere giustizia [...] Nessuno ci diceva nulla, capite? Chi doveva fare i controlli sanitari passava per gli uffici e poi se ne andava. [...] E di settecento operai siamo rimasti in dodici, malconci". Quindici anni di battaglie per farsi riconoscere l'invalidità permanente e una analisi epidemiologica che conferma tra gli ex dipendenti una elevata mortalità per tumore, in particolare a polmoni, vescica e fegato. Per non parlare della contaminazione ancora presente in tutta l'area e della concentrazione in falda di sostanze cancerogene con valori ottocento volte superiori alla norma. La storia di questo operaio, uno dei molti, è tanto più tragica perché "la fabbrica dei veleni", come era chiamata l'ex Rumianca, ha distrutto l'esistenza dell'intera famiglia. Prima il padre, morto negli anni cinquanta alla linea di produzione dell'arsenico, poi la madre, alla quale in occasione della morte del marito era stato offerto in compensazione un posto, divorata infine dai veleni e morta negli anni sessanta di cirrosi epatica fulminante. La svolta nel racconto di Milani arriva quando il narratore entra in contatto con un ex operaio e col fratello, il quale aveva combattuto per la chiusura della fabbrica Montedison, tra i primi la mattina del 17 luglio 1988 a chiedere informazioni sull'esplosione del serbatoio della Farmoplant.

 

La nube tossica e la fuga della popolazione dalla città appartengono alla memoria collettiva, come testimonia un articolo di Giuliano Fontani su "Il Tirreno" nel decennale della tragedia: "Una nube giallastra invase l'area dello stabilimento, si diresse verso il mare, si abbassò fino alla chioma degli alberi. La gente si svegliò in preda a un incubo. Prima ancora di qualsiasi piano di evacuazione si mise in marcia un esercito di sfollati. Migliaia di persone fuggirono in auto, verso Viareggio come La Spezia, a Parma come a Reggio Emilia, sulle strade della montagna o in autostrada che qualcuno, in preda al panico, imboccò controsenso." E continua Fontani: "Ciò che non era accaduto fin lì, nonostante la volontà popolare espressa nel referendum, si verificò in un attimo, travolgendo anche le resistenze di chi lottava per conservare il posto di lavoro. Fu il primo caso di dipendenti che chiedevano la chiusura dello stabilimento. L'avversione della gente nei confronti della fabbrica dei veleni, che si era fatta negli anni sempre più evidente, esplose all'indomani dello scoppio in una clamorosa contestazione nei confronti di tre ministri – Ruffolo, Lattanzio e Ferri – al termine di una riunione in prefettura. La polizia caricò la folla, provocando un ulteriore risentimento tra i manifestanti e il giorno successivo, in occasione dello sciopero generale di tutta la provincia, la tensione si allentò soltanto quando il sindaco Pannacchiotti annunciò di aver firmato l'ordinanza di chiusura della fabbrica e dell'inceneritore".

 

Dal tg1 dell'epoca


È questa la realtà del nostro paese, "dove attualmente ci sono 800.000 invalidi e 130.000 vedove e orfani che percepiscono una pensione e dove nel ventennio 1946-1966, si sono verificati 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e 966.880 invalidi," ci ricorda Angelo Ferracuti nel suo Il costo della vita. "Anche con l'Ilva a Taranto", racconta uno dei protagonisti del libro di Milani, "è successa una cosa simile, ma rispetto alla stagione della Farmoplant, dell'Enichem, dell'Acna di Cengio, quella vertenza ha dimostrato che la consapevolezza dei lavoratori in materia di problemi ambientali è molto aumentata. Lo si deve certamente alle lotte di quegli anni, e anche al sacrificio degli operai della Farmoplant." Nelle lotte dei lavoratori falciati dai tumori, racconta Milani, cresceva il rifiuto di barattare la propria vita con un magro salario perché la "delocalizzazione degli impianti con il sistema delle gabbie salariali abbatteva il costo del lavoro al punto che un operaio di Porto Marghera costava quattro volte il suo omologo a Brindisi [...] Così mentre a Massa ci si avvelenava con l'arsenico e coi pesticidi, a Brindisi ci si intossicava soprattutto col cloruro di vinile monomero, col benzene e le ammine. Quando in moltissime occasioni, i filtri del reparto di produzione di Pvc andavano fuori servizio, il camino dei forni poteva imbiancare diversi ettari di terreno a valle, tanto che si diceva che 'era nevicato.' Nello stabilimento invece la polvere cancerogena si accumulava sulle travi e sugli spigoli, formando uno spessore di dieci, venti centimetri che ricadeva di continuo a ogni alito di vento. Ma gli operai entravano per pulirle, anche all'interno delle autoclavi, dove la temperatura non scendeva mai al di sotto dei 40 gradi: si formavano delle croste di vinile che venivano spaccate con mazzetta e scalpello, puntualmente senza protezioni, e la polvere veniva inalata anche per l'azione diretta del ventilatore impiegato per arieggiare".


Ma se la consapevolezza degli operai è cresciuta negli anni, le condizioni di salute e di sicurezza di chi lavora nelle cave non sono migliorate di molto. E a questo proposito Milani cita un'intervista di Marco Rovelli a Giovanni Pedrazzi, ex segretario Cobas del marmo di Carrara, contenuta nel libro Lavorare uccide: "Da una parte l'escavazione selvaggia, con le creste dei monti che si abbassano. Dall'altra il lavoro sempre più precario". L'industria mineraria, l'edilizia, la chimica, la cantieristica, ma anche il settore metalmeccanico, la stessa ceramica, sono stati impestati per decenni da ogni genere di veleno industriale. Poi l'amianto o il cromo esavalente o altri materiali ancora hanno presentato un conto di migliaia di vittime. È ormai chiaro che tra profitto, ricchezza individuale e benessere collettivo esiste una incompatibilità di fondo. È al cambiamento di priorità che dobbiamo guardare.

 

 

Il libro: Giulio Milani, La terra bianca, marmo, chimica e altri disastri, ed. Laterza, pp. 220, giugno 2015.

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