Solaris

Due libri di Guido Mazzoni e Daniele Giglioli

Svariati sono i punti in comune fra Stato di minorità di Daniele Giglioli e I destini generali di Guido Mazzoni, due tra i primi titoli della nuova collana di Laterza «Solaris»: denominazione – sia detto per inciso – assai impegnativa, che attraverso l’omaggio a Stanisław Lem (più che a Tarkovskij o a Soderbergh) si pone nella prospettiva di interrogarsi su un pianeta misterioso e indecifrabile, quale per molti aspetti è diventato ormai, nella coscienza comune, il nostro mondo.

 

Innanzi tutto va detto che in entrambi i casi si tratta di letture insieme affabili, eleganti e istruttive, che sollecitano riflessioni di ampio respiro partendo – secondo i canoni del genere saggistico – da impostazioni dichiaratamente soggettive. In secondo luogo, né l’uno né l’altro inducono all’ottimismo; nel primo circolano umori malinconici e tendenti allo sconforto, nel secondo prevale una perplessità smarrita, talvolta attonita. Peraltro, i due titoli sono orientati in maniera opposta. L’espressione «stato di minorità» designa la condizione in cui, a giudizio di Giglioli, ci troviamo, o pensiamo di trovarci; i «destini generali» rappresentano invece gran parte di quello che, secondo Mazzoni, è sfuggito al nostro orizzonte – e che dovremmo adoperarci per recuperare, se solo sapessimo come.

 

Dal film Solaris Andrej Tarkovskij, 1972

 

Il problema che si pone Giglioli è che cosa accade quando in una società l’agire politico è sentito come impossibile: «non perché proibito ma perché ineffettuale, senza esito, svuotato di ogni concretezza». L’argomentazione istituisce un’antitesi tra la condizione presente e quella del secondo Novecento, considerato come età privilegiata (e perduta) del pensiero critico. Il Novecento è stato il «secolo del Partigiano»: il secolo delle scelte e dell’orgoglio di scegliere, del «prendere parte, prendere partito». Di contro, l’ideologia odierna, bollando ogni divisione come deleteria e riprovevole, rifiuta o demonizza il conflitto: sintomo rivelatore, «l’unanimismo dello stucchevole “Siamo tutti X” (americani, ebrei, palestinesi, Charlie, poliziotti, Maometto…», la formula con cui – sostiene Giglioli – «la muscolatura liscia del nostro pigro spirito pubblico reagisce ogni volta che c’è da esprimere solidarietà». Ma dietro questa esibizione di concordia cova la rinuncia alla lotta contro i poteri dominanti: o per dir meglio, l’obnubilamento dell’esistenza stessa di un predominio. E di conseguenza anche la messa fuori gioco, tanto più radicale quanto più implicita, della possibilità di opposizione – donde il senso di impotenza e regressione sintetizzato dal titolo. Ecco la conclusione: «Rispetto alle fantasie di onnipotenza novecentesche, il pensiero critico del nostro tempo rischia sempre di essere confinato in quella che Melanie Klein chiamava la “posizione depressiva”: fragilità, senso di colpa, lutto, perdita dell’oggetto buono. L’abbiamo fatta grossa, ora tocca farsi piccini».

 

Una precisazione indispensabile riguarda il tema di fondo. Giglioli non dice che l’azione politica sia, in quanto tale, impossibile (tesi alquanto più ardua da sostenere): ciò di cui parla è l’avvertimento soggettivo di tale impossibilità. E allora il punto cruciale è: di chi sta parlando, oltre che evidentemente di sé stesso? a nome di chi parla? Dalla risposta dipende buona parte del peso della trattazione. Se la percezione dell’agire politico come qualcosa di intrinsecamente inutile riguarda la maggior parte dell’opinione pubblica, o la parte più attiva o più colta della cittadinanza, è un conto; se è appannaggio di qualche frangia nostalgica dell’intellettualità di sinistra, è un altro. Ma il quesito, salvo errore, rimane inevaso; e a noi resta il dubbio che questa atrabiliare diagnosi sia gravata da un’ipoteca idiosincratica un po’ eccessiva.

 

Nel finale Giglioli cerca di abbozzare una pars construens, «mutuata dal femminile». Tre gli spunti: 1) il buon uso «del proprio essere parte, del proprio essere di parte» (in effetti le donne, a differenza degli uomini, non hanno mai avuto la pretesa di rappresentare la totalità del genere umano); 2) l’idea che nessuna vittoria sia definitiva, nessuna conquista irrevocabile (qui invece non mi pare di ravvisare alcuna specificità di genere); 3) la prerogativa di generare da sé la nuova vita, cioè «quel “nascere” che giustamente Hannah Arendt pone a paradigma della condizione umana: capacità di essere cominciamento, iniziativa». Nemmeno in questo caso, in realtà, la specificità femminile appare ovvia. Il passo citato della Arendt, in clausola alle Origini del totalitarismo, si richiama a una sentenza agostiniana assolutamente memorabile, ma di certo non riferibile alle donne solo: Initium ut esset, creatus est homo («affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo»: De Civitate Dei, XII, 20). Insomma, benché saggi e condivisibili di per sé, questi tre principî appaiono un po’ sospesi a mezz’aria, sia quanto alla loro natura femminile, sia quanto alla loro funzionalità sul piano dell’agire politico che si vorrebbe recuperare.

 

 

Anche Mazzoni condivide l’idea che a contraddistinguere l’età presente sia l’assenza del negativo nel senso dialettico della parola, ma piuttosto in termini economico-sociali e socio-culturali che non propriamente politici. Inoltre, se ha in comune con Giglioli il rinvio alla dimensione psicologica (anzi, psicoanalitica), la sua prospettiva è cronologicamente più ampia e la sua sintesi più ambiziosa. L’assunto di partenza è che egli ultimi decenni si sia verificata in Occidente una «mutazione antropologica», di cui Pasolini ebbe solo il tempo di cogliere i primi sintomi, ma che era destinata a spingersi molto al di là di quanto egli potesse prevedere, anche per effetto della vertiginosa evoluzione della tecnologia. Nell’era del capitalismo trionfante, l’American way of life si è generalizzata in Western way of life, sì che all’interno dell’Occidente le distinzioni si sono affievolite fino a scomparire; e lo stesso è accaduto alla dimensione antagonistica, tant’è vero che a contestare alla radice l’assetto attuale delle cose è rimasto solo il fondamentalismo islamico. Nella stessa vita psichica delle masse occidentali, sostiene Mazzoni, si è verificata una profonda metamorfosi. L’odierna diffusa middle class ha ben poco in comune con la vecchia borghesia sette-ottocentesca, che era riuscita a perpetuarsi fino alla metà del Novecento; data simbolica («metonimica»), il 1968. Il fenomeno decisivo è stato il prevalere del godimento, o meglio della coazione al godimento, sul desiderio, che implica comunque «relazione con l’altro, desiderio dell’Altro». L’imperativo di sacrificare tutto all’edonismo consumista ha sopraffatto il Super-Io tradizionale, repressivo e censorio: dismessi gli antichi principî di sobrietà, disciplina, autocontrollo, le classi medie contemporanee hanno introiettato gli atteggiamenti trasgressivi delle avanguardie intellettuali, la spregiudicatezza estetizzante degli aristocratici libertini, il vitalismo grossolano, disilluso e nichilista dei ceti popolari.

 

Non possiamo seguire in dettaglio l’argomentazione di Mazzoni, che – al pari di Giglioli – si richiama a una varia pluralità di auctores (qui Lacan, Deleuze-Guattari, Recalcati, Žižek). Il dato essenziale è rappresentato dalla constatazione di una inedita «crisi dei legami», che sembra investire ogni aspetto della vita individuale e sociale. Vanno in crisi i rapporti intrapsichici, cioè il legame con sé stessi, senza che le pulsioni disgreganti provochino dolorose lacerazioni interiori. Si allentano i legami familiari, le famiglie stesse scompaiono (sintomatico l’uso dell’accattivante termine single in luogo dei sottilmente beffardi o allusivi zitella e scapolo). Il trionfo dell’immediatezza annulla l’ordine dei tempi, cioè la connessione del presente con la tradizione del passato e con una prospettiva futura (promessa, redenzione, utopia). Soprattutto, si dissolvono i legami etico-politici. Declinano i partiti, i sindacati, le organizzazioni qualificabili come soggetti politici di massa, che per loro natura richiedono disciplina, delega, rinuncia a qualcosa di sé. La fine della guerra fredda, con la vittoria delle democrazie liberali sul blocco sovietico, sembra aver fatto emergere il «nucleo potenzialmente impolitico o antipolitico» della forma di vita occidentale. Come giudicare questo processo? Il panorama non è privo di sfumature e distinguo: ad esempio, si riconosce che la crisi dell’istituto familiare tradizionale coincide con l’apertura di spazi nuovi all’emancipazione di donne e omosessuali. Ma la valutazione complessiva è senza dubbio negativa. Il dominio dell’individualismo edonistico fa del benessere privato il valore più alto: di contro, risulta sempre più debole il senso delle appartenenze collettive, dei doveri comunitari, dei destini generali.

 

Il discorso di Mazzoni è più chiaro e concreto di quello di Giglioli, anche grazie alla predilezione dell’autore per il procedimento retorico della divisio o partitio (la suddivisione per punti). Non di meno, mi pare che anche nella sua diagnosi manchi qualcosa. A parte il fatto che l’emancipazione femminile e omosex sono eventi enormi, dei quali è difficile sopravvalutare la portata, al declino degli istituti sociali tradizionali fa riscontro una serie di forme nuove di socializzazione e di impegno che dovrebbero pure entrare in gioco. Penso ad esempio al grandioso fenomeno del volontariato, in decisa controtendenza rispetto alla dissoluzione dei legami; o alla diffusione dei media sociali, che, al di là dei molti usi rozzi o immondi della rete, sarebbe davvero improprio declassare a semplici strumenti di alienazione.

 

Il limite principale di questi due saggi mi pare sia però un altro, che riguarda non tanto il merito delle argomentazioni, quanto lo sfondo sulle quali si collocano. Spesso Giglioli e Mazzoni sembrano discorrere della società occidentale come se fosse isolata e autonoma: il che, evidentemente, non è. Beninteso, non faremo loro il torto di pensare che lo ignorino. Ma se non si tiene sempre ben presente questo dato si rischia di scambiare un segmento o una scorza della società per la società nel suo insieme. Parliamoci chiaro: i proletari di oggi non sono i pochi operai ancora impiegati nelle fabbriche site a pochi chilometri dalle nostre case, ma quelli che lavorano nelle catene di montaggio di grandi città asiatiche di cui nemmeno conosciamo il nome, in condizioni che muoverebbero a indignazione qualunque contemporaneo di Charles Dickens. E non sarà un caso che sia Giglioli sia Mazzoni si richiamano all’idea di Kojève della fine della storia, poi ripresa da Fukuyama. Se l’agire politico può sembrare svuotato di senso, se la storia appare bloccata o senza sbocchi, è perché l’orizzonte sociale della riflessione è troppo ristretto. In una prospettiva più ampia, non solo la storia non appare finita, ma è verosimile che stia giusto per (ri-)cominciare. Su scala globalizzata, siamo ritornati né più né meno all’Ancien Régime: una piccola élite di privilegiati ricchissimi, e masse oppresse che sopportano condizioni di vita incredibilmente dure – come i nepalesi negli Emirati, schiavi moderni ai quali è concesso interrompere il lavoro quando la temperatura dell’officina raggiunge i 50 gradi. Qual è il nostro ruolo, in questo quadro? Quello che ci sapremo costruire, naturalmente. Magari cominciando a pensare che rispetto al moderno mondo globalizzato noi ci troviamo in condizioni simili a quelle dei negozianti, dei locandieri, dei violinisti che abitavano a poche centinaia di metri dalla reggia di Versailles.

 

Certo, è difficile dire in che anno ci troviamo; l’Ancien Régime è durato a lungo. Forse siamo intorno al 1715, e da qualche parte del mondo ha cominciato da poco a parlare, chissà in quale lingua, il bambino che un giorno sarà un nuovo Diderot. Forse siamo nel 1642, alla vigilia dell’avvento di un autocrate che non sarà francese e non si chiamerà re, ma avrà più potere di Luigi XIV. O forse siamo nel 1783, quando l’eruzione vulcanica di Laki provocò la morte di un quarto della popolazione islandese, e il Mississippi gelò a New Orleans. Le gravi anomalie meteorologiche ebbero conseguenze graduali, ma nell’insieme enormi: molte migliaia furono in tutta Europa le vittime della siccità e della carestia. Allora, nessuno fu in grado di mettere in relazione il dissesto climatico con i sommovimenti politico-sociali sui quali la nostra stessa idea di storia si è fondata; se a noi capiterà qualcosa del genere, ci sarà più facile cogliere il nesso (magra consolazione, peraltro).

 

Mi rendo conto però che queste note non rendono ragione a Mazzoni e Giglioli. Se il loro giudizio clinico sul presente non finisce di convincere, il percorso argomentativo rimane tuttavia affascinante. In particolare, in entrambi i libri i brani più felici mi paiono i commenti a testi letterari, che mostrano quale potenza e intensità possano esprimere le immagini escogitate da poeti e narratori. Gran parte di Stato di minorità consiste in una protratta glossa a Ensaio sobre a lucidez (Saggio sulla lucidità), il romanzo in cui José Saramago rappresenta un paese dove alle elezioni tutti votano scheda bianca. Un nodo importante dei Destini generali è costituito dal raffronto tra una poesia di Philip Larkin, High Windows, e il John Lennon di Imagine. La celebrazione del valore della letteratura è indiretto, mediato; probabilmente, preterintenzionale. Eppure è questa l’impressione che a lettura conclusa rimane.

 

 

I libri:

Daniele Giglioli, Stato di minorità, Laterza 2015, pp. 112, € 14,00

Guido Mazzoni, I destini generali, Laterza 2015, pp. 122, € 14,00

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