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Javier Cercas. L’impostore

Tradire la storia per la memoria

Di impostori, che impastano di menzogne la verità sino a costruirci sopra un nuovo abito da indossare, anzi una nuova vita da affiancare o sostituire alla precedente, sono pieni i secoli e i libri. Dal Miles gloriosus di Plauto in poi non c’è epoca che non abbia avuto i suoi millantatori e impostori che suddivisi nelle variegate e affollate categorie di riferimento erano e sono ben decisi a turlupinare il mondo. Chi non ricorda, in una pagina de Il nome della rosa il lungo elenco che ne viene fatto? “bari, birboni, baroni, bricconi, gaglioffi, guidoni, trucconi… e barattieri e gente che viveva sulla credulità altrui”.

 

Tra le figure più diffuse c’è indubbiamente quella del falso cospiratore che mai, sino alla caduta del despota, si è sognato di opporsi davvero alla dittatura. Cospiratore che ha agito così segretamente, sempre e solo tra sé e sé, mai mettendo piede nella realtà ed evitando il benché minimo contatto con gli altri, da rasentare il vertice del congiurato perfetto.

 

Perfetto perché la sua azione accende il dubbio che non abbia lasciato la minima traccia, neppure nei più riservati archivi polizieschi, non perché svolta in modo tanto sotterraneo da risultare inavvertibile ma, più semplicemente, perché mai avvenuta. Ma la figura del falso cospiratore è comunque secondaria rispetto all’assai più diffusa proliferazione, sotto ogni cielo e in ogni epoca, del personaggio del falso eroe.

 

 

Un chiodo piantato a martellate in testa

 

Per quanto riguarda il nostro Paese penso, per esempio, che avendo pazienza e tempo un repertorio dei falsi “mille”, ovvero di coloro che fatta l’unità italiana millantarono, occasionalmente o sistematicamente, di aver indossato la camicia rossa e aver partecipato all’impresa di Garibaldi, supererebbe comodamente il migliaio e potrebbe essere arricchito da fior di discorsi pubblici, commemorazioni funebri, forse anche da qualche titolazione di vie o dedicazioni di monumento a memento di questi patriottici bari mai scoperti. A questo proposito sarebbe ancora più interessante raccogliere i casi, meno numerosi ma altrettanto rivelatori di come va il mondo, “inversi”.

 

Ovvero di alcune autentiche “camicie rosse” che, trascorsi anni dalla loro mitica impresa e dimenticati dai loro contemporanei o, peggio, non più creduti, decisero di uscire a modo loro dalla scena. Mostrando, tanto per togliere ogni dubbio sul loro coraggio, di che tempra fossero. Lo fece ad esempio un garibaldino pavese togliendosi la vita pubblicamente in modo spettacolare: ovvero, senza alcuna indecisione, piantandosi con un colpo preciso e netto di martello un grosso chiodo al centro della testa.

 

Col secolo successivo, anche se gli impostori si spostano massicciamente dal settore bellico a quello economico-finanziario (emblematica la storia del truffatore di grande successo narrata da Thomas Mann nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”), i falsi eroi non spariscono. La rappresentazione richiede però maggiore applicazione rispetto al passato: gli impostori devono selezionare con sempre maggiore cura i luoghi e le imprese sulle quali piantare le bandiere del loro coraggio poiché la burocrazia ha deciso che gli atti di eroismo meritano accurato conteggio e classificazione e minuziosa archiviazione. Quindi sono i periodi di lotta civile, di sconvolgimento politico e istituzionale, di scompaginamento di archivi, di rapida riscrittura collettiva di memorie e di biografie perché è mutato il colore del regime vincente, che vedono prosperare questo tipo di impostori.

 

Da questo punto di vista Enric Marco, personaggio reale al centro del romanzo L’impostore di Javier Cercas, appena pubblicato da Guanda, aderisce perfettamente a queste dinamiche. Dunque a modalità ben conosciute, tipiche degli impostori del Novecento. La vicenda è composta dal puzzle di menzogne orchestrato nel corso dei decenni da Enric Marco: fiero e giovanissimo combattente anarchico contro i franchisti che piegano Barcellona, quindi cospiratore coraggioso contro il dittatore. La sua agiografia, infine, dopo la caduta della quarantennale dittatura di Francisco Franco, si completa con un decisivo tassello di falsità: quello di sopravvissuto alla deportazione in un lager nazista, Flossenburg. E se la finzione sul suo passato di combattente e cospiratore antifranchista lo porta, nel corso del caotico processo di transizione della Spagna verso la democrazia, a rivestire addirittura il ruolo di segretario generale del CNT, il risorto sindacato anarchico, la sbandierata esperienza di vittima dei lager, dove in realtà non è mai stato deportato, gli assegna la presidenza dell’associazione spagnola dei sopravvissuti allo sterminio nazista. In questa veste sta per prendere la parola, sessant’anni dopo la liberazione di Flossenburg, davanti al premier Zapatero e alle massime autorità di Madrid, quando, per opera di uno storico scrupoloso ma emarginato dal mondo universitario, scoppia lo scandalo.

Ed è proprio a questo punto che si inserisce la narrazione di Cercas, magistrale autore di libri irrinunciabili come Anatomia di un istante, sul tentato colpo di stato del colonnello Tejero che nel febbraio del 1981 irrompe sparando nel parlamento spagnolo espresso dal ritorno alla democrazia, e di Soldati di Salamina, incentrato sui compositi risvolti della mancata esecuzione e dell’avventuroso salvataggio di un leader franchista caduto prigioniero dello schieramento avversario durante i giorni cruciali della caduta della Repubblica Spagnola.

 

Javier Cercas

 

 

La finzione salva, la verità uccide

 

Cercas è scrittore che, pur innestando le sue narrazioni su eventi storicamente asseverati, mantiene la convinzione che “la finzione salva, la verità uccide”. In questa certezza è in buona compagnia. Da Cervantes a Stendhal, da Tolstoj a Borges non mancano i numi tutelari che lo possono accompagnare e sostenere in un cammino che lo porta a contatto diretto con Enric Marco, l’impostore, appunto. Anzi, quella di Cercas con Marco è una frequentazione intensa e tutt’altro che scontata, visto che la posta dei loro incontri è il libro che lo scrittore vuol scrivere sulla vicenda. A tempo stesso, però, sulla complicata scacchiera dei loro incontri, sta la determinazione dell’ex-segretario generale della CNT, nonché ex-rappresentante delle vittime dei lager, ormai smascherato pubblicamente, di aver voce nel racconto. Quello che vuole è difendere, se non la narrazione biografica eroica esibita sino al 2005 e travolta dallo scandalo, l’affresco di una lunga vita, la sua, densa di contraddizioni esplosive ma speculare e intrecciata a un lungo tratto di storia spagnola.

 

Tra Enric Marco e Cercas si apre una sfida impossibile e paradossale visto che lo scrittore ha la pretesa di fissare la storia vera di un falso, la biografia di un impostore che gli tiene testa (“anch’io, come te, faccio narrazioni, ma nella vita non sulle pagine di un romanzo” dice a un certo punto Marco). Il cammino di Cercas assume il procedere complicato di una prova iniziatica. Si fa strada attraverso una galleria di mistificazioni, un rimescolarsi continuo tra vero e verosimile, un trasformarsi di fatti reali in invenzioni. A volte inciampa in scoperte impreviste che obbligano a rivedere tutto, realtà e finzioni, da nuova angolazione.

 

Cercas è impegnato nell’indagine finalizzata a scrivere il libro. Al tempo stesso è coinvolto in una ricerca ben più ambiziosa che, pur nel tono dimesso usato per parlare al lettore, è commovente e coinvolgente. Perché Cercas si trova a fronteggiare verità concernenti sì la propria vita e la propria vocazione di scrittore, ma, al tempo stesso, vuole fare i conti con interrogativi fondamentali che incombono sulla storia recente del suo Paese. Domande che Cercas ha il coraggio di non rimuovere, di non attenuare.

 

 

Quanto tutti mentivano

 

Domande ad esempio sul dubbio, che a volte diventa certezza, circa il ruolo che la menzogna collettiva ha svolto nell’accompagnare la transizione della Spagna dalla dittatura alla democrazia (“si sarebbe potuto costruire la democrazia sulla verità?” si chiede Cercas, e poi, a pag. 222, aggiunge: “quando esplose il suo caso, Marco non poté difendersi dicendo di aver fatto soltanto quello che tutti facevano negli anni in cui lui si era reinventato”). Domande scomode – chi le ha poste ad esempio sul ritorno dell’Italia alla vita democratica dopo la dittatura? O a conclusione del lungo ventennio berlusconiano?

 

La narrazione ha il ritmo di un cammino, le modalità di una ricerca storica che si racconta intanto che procede ma, ancora di più, assume le caratteristiche di un’investigazione che tanto per cominciare ha bisogno di sopraluoghi. Poiché se letteralmente l’impostore è – etimologicamente, “imponere” – colui “che mette sopra” (la menzogna sopra la verità, per celarla), a maggior ragione bisogna andare ai luoghi, per individuare e togliere ciò che forse è stato sovrapposto. Ecco dunque Cercas che, oltre a raccogliere continue nuove testimonianze, ripercorre Barcellona quartiere per quartiere. Va in ogni posto dove ha vissuto e lavorato il suo “impostore”. E poi consulta documenti, esplora archivi, e, ovviamente, non manca di andare a Flossenburg, in quel lager dove, da deportato, Enric Marco non è mai stato.

 

Fondamentale è il confronto tra lo scrittore e il suo protagonista. L’attenzione di Cercas sull’impostore è totale. Non tanto sulle sue spiegazioni e ricostruzioni menzognere, a volte scontate tanto sono ripetute in un incastro ormai determinato, quanto piuttosto sulle sue reazioni all’emergere della verità. Cercas in certi momenti sembra un naturalista appostato in un habitat sconosciuto, all’opera per studiare una specie rara e combattivamente determinata a non sgombrare il campo. Una specie nella quale, forse, ognuno di noi può riconoscere qualche parte di sé. Soprattutto quando si accorge di utilizzare quella parola, “veramente”, che è la più usata da Marco: “Non “verità”, né “vero”, ma “veramente”. Veramente questo, veramente quello, veramente quell’altro…”. E su questo aspetto Cercas afferra una certezza: “Marco si presentava come un predicatore della verità nascosta o dimenticata o ignorata sugli orrori del XX secolo e sulle sue vittime. Veramente bisogna diffidare dei predicatori della verità. Veramente, così come l’enfasi sul coraggio denuncia il vigliacco, l’enfasi sulla verità denuncia il bugiardo. Veramente, ogni enfasi è una forma di occultamento, o di inganno. Una forma di narcisismo. Una forma di kitsch”.

 

 

Tra narcisismo e kitsch

 

C’è un punto, dopo un avvio che esige dal lettore attenzione e pazienza, in cui L’impostore decolla. È quando Cercas coglie il fluire della vita di Marco tra due argini – il narcisismo, il kitsch – che riassumono e spiegano buona parte del suo agire, delle sue ossessioni (quella mediopatia, per esempio, che fa sì che per vedersi immortalare in una foto su un giornale possa fare di tutto, inventarsi di tutto). Questi due argini operano non solo sulla vita di un Marco ma sono poderosamente all’opera su tutti noi, sull’epoca che attraversiamo. Narcisismo dunque non solo dall’angolazione psicanalitica ma in quella visione che Christopher Lasch aveva fissato nel suo saggio La cultura del narcisismo; e kitsch che va ben al di là dei recinti estetici perché, come ricorda appunto Cercas, il “kitsch è, in poche parole, una menzogna narcisistica che nasconde la verità dell’orrore e della morte: così come il kitsch estetico è una menzogna estetica il kitsch storico è una menzogna storica (una storia che in realtà è una falsa storia). Per questo è pura menzogna (vale a dire puro kitsch) la versione romanzesca e ornamentale della storia che Marco propalava nei suoi racconti tanto di Flossenburg quanto della guerra e del dopoguerra spagnoli, narrazioni zeppe di emozioni e colpi a effetto ed enfasi melodrammatiche, generose in sentimentalismo ma immuni alle complessità e ambiguità della realtà” (pag. 178).

 

Siamo arrivati al punto centrale del libro di Cercas che, in realtà, non è una requisitoria contro Enric Marco ma una dura invettiva contro il proliferare, da un quarto di secolo a questa parte, di quella superficiale cultura della “memoria storica”, trasformata presto in “industria della memoria”, che ha preso il posto della “ricerca storica”. Trionfo della “memoria storica” nelle rievocazioni a date fisse. E nelle ricostruzione di atmosfere di un passato riproposto à la carte. Per non parlare della fabbricazione di eroi di cartapesta promossi a maestri di buoni sentimenti e di buone azioni; della sentimentalizzazione di vicende maledettamente complicate e che non possono essere semplificate pena la loro falsificazione o la loro trasformazione in una fiaba, bella e struggente sino a quando l’impostura regge. Una fiaba, come quella dell’eroe coraggioso sopravvissuto a Flossenburg e quindi chiamato a mettere in scena la propria vita esemplare in centinaia di scuole, davanti a migliaia di ragazzi commossi e applaudenti. Forse non è un caso che Enric Marco decida di perfezionare in ogni dettaglio, rafforzando gli aspetti più emotivi, la sua “vera storia di falso deportato”, dopo aver visto un film sui lager, “La vita è bella” di Benigni.

Narcisismo, kitsch, e una “memoria storica” ben più efficace della “ricerca storica” nel soddisfare quelle esigenze di spettacolarizzazione della vita e delle emozioni che sono imposte, a partire dalla metà del Novecento dalla “società dello spettacolo”.

 

 

L’impostore del secolo? Ovvio, è quasi centenario

 

L’elemento che forse manca nella narrazione di Cercas è l’intuizione afferrata da Guy Debord nel 1967 e descritta nel suo libro La società dello spettacolo. Un tempo le cose accadevano. Prendevano posto spintonando l’esistente con la ruvidezza e il coinvolgimento che hanno solo le cose vissute da vicino. Ora le cose accadono ancora ma, oltre ad accadere, nella società dello spettacolo entrano in scena. Grazie, o meglio, per l’imporsi ossessivo e irresistibile dei media vecchi e nuovi, e dell’uso sempre più dominante delle immagini (quelle che muovevano la mediopatia di Enric Marco che tampinava ogni telecamera pur di rubare un’inquadratura). Le cose accadute si trasformano. Diventano narrazione che riduce le distanze facendo apparire tutto prossimo e comprensibile e svelato. Quasi preso per mano e condotto a conclusione.

 

Nella “società dello spettacolo” ci siamo dentro tutti: nessuno, per restio che sia, può sottrarsi a questo flusso di notizie-rappresentazioni che lo investono senza sosta, senza concedere tempo alla riflessione, alla comparazione, all’interrogazione che attende e fatica per ottenere risposte adeguate. Il flusso del racconto, poliedrico e magnetizzante, non si deve sospendere mai perché altrimenti l’effetto ipnotico che esercita su tutti noi si interromperebbe.

 

Enric Marco quando è stato travolto dallo scandalo aveva superato gli ottanta anni. Era pieno di energia, scattante, una “turbina umana” lo definisce Cercas. Per essere degli efficaci impostori è necessario evidentemente restare vivi e voler occupare a ogni costo il proprio posto sul palcoscenico della vita. Nell’era della società dello spettacolo si ha bisogno di testimoni che calchino la scena. E, scrive Cercas, quando “Marco interpretava il suo ruolo di deportato e soprattutto di campione della memoria degli orrori del XX secolo, in Spagna e forse in tutta Europa, il ricatto del testimone era più potente che mai, perché non si vivevano tempi di storia ma di memoria”.

 

Ora Enric Marco ha novantaquattro anni. Questo fa comprendere come per essere l’impostore di un secolo non occorra solo governare la menzogna e saperla – veramente! direbbe il protagonista di questo libro – trasformare in verità.

È necessario anche una cosa feroce e misteriosa: sopravvivere. Sopravvivere agli altri, quelli che la storia ha sommerso e quelli che il trascorrere degli anni ha portato via. Forse voleva dire questo Primo Levi quando, in Se questo è un uomo, ha scritto quella frase su cui Cercas si arrovella e ritorna più volte, interrogandosi sul significato: “Quanto è accaduto non deve essere capito, nella misura in cui capire è giustificare”.

 

 

 

Il libro: Javier Cercas, L’impostore, Guanda 2015, pp. 416, € 20,00

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