Orazio Labbate. Lo Scuru

Una stagione all'inferno

Quanto pesa un libro? «21 grammi» direbbe Sean Penn, con il suo volto perennemente inquieto. E «Quante vite viviamo? Quante volte si muore?» si chiede il suo personaggio, un matematico in fin di vita, nell’omonimo film di Iñárritu. «Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c'è in 21 grammi? Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro?»

 

Anche il lettore del primo romanzo di Orazio Labbate, Lo Scuru (Tunué, 2014) potrebbe porsi queste domande. Si può dire che il libro pesa davvero 21 grammi. E tuttavia non è un respiro l’anima di questo libro, le parole non svolazzano leggere per l’aria, non equivale al peso di «un colibrì» o di «una barretta di cioccolato». Tutt’altro: l’anima (e la lingua) del romanzo è nera, buia, tortuosa e la storia è quella di una stagione all’inferno.

 

Il protagonista si chiama Razziddu Buscemi. Racconta la sua storia poco prima di morire, seduto sotto il suo portico a Milton, West Virginia, mentre guarda la prateria e il campo di granoturco di fronte a sé. Da bambino viveva a Butera un piccolo paese in Sicilia, affacciato sul Mediterraneo, ormai ridotto a un cimitero d’acqua, e sovrastato da un cielo greve, violaceo, privo di luce. Il ritmo dei giorni è scandito da formule magiche, riti religiosi, superstizioni e l’incombente presenza della morte. Razziddu vive con la madre e la nonna. Non ha conosciuto il padre scafista, scomparso in mare. Fa il chierichetto e convive con il suo peggiore incubo: la statua del Signore dei Puci, nascosta dentro la sacrestia.

 

Difficile dimenticarla: «un mostro con i capiddi rossi infernali e la fàcci dello scheletro e la testa con le spine e gli scavi della facci come un teschio di bue delle campagne di Gela. Era il Cristo dei Puci. Il Signore dei Puci. La statua del Giovedì Santo alla cui vastasaggine magica ero condannato», racconta Razziddu. Egli è lo “scuru”, il suo “scuru”, incarnazione delle paure, del male, del dolore. Poi gli anni trascorrono. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta è segnato da un cambio di voce: dall’ingenua e passiva narrazione in prima persona, lo scrittore sceglie di passare alla terza persona, quasi a sottolineare un intervallo soggettivo e temporale che delimita lo spazio di un cambiamento: l’adolescente Razziddu ora può rivedere il tempo dell’infanzia, un tempo lontano, ma sempre presente, simile a se stesso, che stagna come un’ombra scura sulla sua vita.

 

 

Lo può fare con uno sguardo distante, nello stesso modo in cui uno spettatore, da lontano, vede rappresentata su uno schermo la sua storia, il proprio “circolo ermeneutico” (che sulla copertina del libro ha la forma circolare di una corona di spine), un viaggio di andata e ritorno verso se stesso. «In principio, il mio verbo, era confuso, un fantasma piccolo, tormentato dalla religione», scrive Labbate, «nel sentiero della maturità ne uccisi il disordine con la spirtìzza della ragione e la luce del fuoco».

 

Tuttavia nulla è facile. E Orazio Labbate compie una scelta e coraggiosa: decide di narrare il suo percorso iniziatico con una lingua dove prevale il dialetto siciliano, un idioma ibrido, in cui il passato si trasforma in materia, in suoni scuri e poi in parole. Una lingua medusea che pietrifica il flusso narrativo e si costituisce come un edificio letterario indistruttibile: la gabbia dello scrittore, del suo protagonista e del lettore, un codice da decifrare e da sperimentare, che riflette lo “scuru”, ovvero il vuoto di senso, le paure, l’anatomia di un luogo immutabile e arcaico, da comprendere e poi abbandonare, pena la reclusione nel proprio passato.

 

Solo così ognuno di noi può giungere alla rivelazione, alla luce, al grande falò acceso per disperazione e generosità dal giovane protagonista. La catarsi, che ha la forma impalpabile del fuoco, è anche una catarsi linguistica, una luce che illumina la pagina e rende tutto più comprensibile. Ormai manca poco alla fine del romanzo. Razziddu ha oltrepassato la sua linea d’ombra. Resta solo la fuga, non come gesto irresponsabile, ma come scelta consapevole in direzione di un altrove che rappresenta l’alterità assoluta.

 

Per questo la tentazione, per fare solo alcuni esempi, è quella di affermare che Labbate discende da Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino e dagli abracadabra di Carlo Levi. E forse anche da Laura Pariani, con i suoi luoghi perduti in una dimensione antropologica ormai inesistente. E perché no, da certe atmosfere gotiche, che già si leggono in Giovanni Verga (le miniere nere di Rosso Malpelo, che fanno venire in mente gli oscuri cunicoli della scrittura nella Tana di Franz Kafka) o venate di ironia, ma pur sempre noir, di Luigi Pirandello, a cui il lontano fischio di un treno (destinazione manicomio) fa immaginare al contabile Belluca «città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari», o ancora la magia indifferente della luna, nel suo «fresco luminoso oceano di silenzio», dinnanzi a cui Ciàula si mette a piangere senza saperlo. Tanti di questi personaggi vorrebbero fuggire dalle proprie prigioni: la famiglia, la miniera, Aci Trezza, i riti macabri; altri decidono di gettarsi addosso la morte da soli, come fa la Lupa, incarnazione di un desiderio senza via d’uscita o lo stesso Malpelo. Razziddu dialoga con tutti e compie l’impresa: raccoglie l’eredità degli abitanti del “paese dei gatti”, direbbe Murakami e con il suo gesto liberatorio riscatta anche le loro esistenze letterarie. Poi fugge in America (dove altrimenti?), il “verde seno del Nuovo Mondo”, la chiama Jay Gatsby, la terra dove il fuoco brilla di una luce nuova, come nel romanzo La strada di Cormac McCarthy. E forse di una lingua nuova, che lentamente si sostituisce ai suoni di quella antica.

 

Lo scuru è tutto questo. Un romanzo dove le vicende narrate sono indistinguibili dalla forza del suo impasto linguistico, dove la storia è anche la storia della sua lingua e forse dell’impossibilità di fuggire o del piacere prolungato di restarvi invischiati, come accade con i miraggi ingannevoli che provengono dal proprio passato, dai luoghi e dai volti di cui non è possibile liberarsi. Solo l’ostinazione di fissare sulla pagina la propria “langue” direbbe Saussure, gli potrà consentire di trovare una “parole” del tutto rinnovata. Solo un gesto disperato può salvare il protagonista dalla pena della sua storia e dalle forze ancestrali delle origini.

 

Ora il vecchio Razziddu può finalmente morire, ma non è una morte tragica o colma di rimpianti. Egli prepara il suo congedo dal Mediterraneo, nel ventre di un’America priva di forma (e di lingua). Gli rimane un’ultima cosa: dire addio alla sua terra. Lo fa senza rancore, con le parole e i ricordi d’infanzia, ora rischiarati da una nuova consapevolezza, dal riverbero di quel grande fuoco, lontano dall’odio dello “scuru” e dal volto scheletrico del Signore dei Puci: «Ti amo cielo scolorito. Ti amo bitume dentro i rosoni di graminacee di Falconara. Ti amo dolore quando ancora potevo piangere ed ero bambino. Ti amo mamma tra le nuvole di Milton. (…) Ti amo curva di arenaria che mi facevi vedere limpidamente la luna, a destra, su Gela. Ti amo luna che hai la faccia scura. Ti amo stella nella camera buia del mio universo isolano. Ti amo papà che mi hai dato la malattia dell’indipendenza, della rabbia e dei fantasmi. (…) Ti amo fuoco che mi hai purificato».

 

Chissà quale futuro c’è nelle pagine di Orazio Labbate? Che forma prenderà la sua lingua, quale dei molti “scuri” deciderà di illuminare o in quali angoli di sé proverà a perdersi? Non è forse questo il destino di ogni scrittura? E infine quanto valgono 21 grammi? Valgono la lettura di questo libro, valgono l’inquietudine dello scrittore, valgono il peso di una lingua buia e la liberazione da quel buio, sono un istante, un frammento di testo, 21 grammi di luce.

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