Paolo Zanotti. Il testamento Disney

Che cosa ci fanno Paperoga, Paperetta, Pluto, Eta Beta e Gastone per le strade di Genova? Si avvicina il Carnevale? Si è finalmente realizzato il progetto originario di costruire sulla Riviera ligure e non a Parigi il grande centro di divertimento ormai noto come EuroDisney (un progetto, si ricorderà, naufragato per i consueti ostacoli della burocrazia italiana)? O invece ci troviamo sul set di una nuova serie televisiva per il canale satellitare della multinazionale americana?

 

Nulla di tutto questo. Più semplicemente siamo entrati nell’ultimo, stralunato romanzo di Paolo Zanotti. Adoperare ora parole come queste può apparire una concessione al generale cordoglio – de mortis nisi bonum –, ma Zanotti, scomparso alla fine del 2012 a quarantuno anni, è stato davvero uno dei narratori italiani della sua generazione più promettenti e più ammirati da colleghi e critici. Al momento della pubblicazione, nel 2010, il suo romanzo di esordio, Bambini bonsai, venne accolto con ampio consenso, e solo la morte improvvisa gli ha impedito di completare il nuovo libro al quale lavorava da tempo, KH, una riscrittura della enigmatica vicenda di Kaspar Hauser già portata sullo schermo da Werner Herzog.

 

Per fortuna, come succede con gli scrittori arrivati tardi alla pubblicazione, una serie di inediti variamente compiuti ma sempre notevoli ha cominciato a uscire dai proverbiali cassetti (una immagine quanto mai vieta, che Zanotti, critico delle formule linguistiche logore ma cultore degli oggetti desueti avrebbe allo stesso tempo amato e detestato: si tratta più semplicemente dell’hard disk di un computer). È probabile che il suo capolavoro rimarranno gli undici o dodici racconti pubblicati su rivista negli anni del lungo apprendistato, principalmente su Il Caffè Illustrato. Ma accanto ad essi ci sono anche dei testi più lunghi, come questo Testamento Disney, edito ora presso Ponte alle Grazie, dove nei prossimi anni dovrebbe giustamente uscire l’edizione integrale dell’opera di Zanotti.

 

Ed eccoci dunque a Paperoga & C. per i carruggi di Genova. I nomi dell’universo Disney sono naturalmente soltanto dei soprannomi, scelti da un gruppo di amici quasi trentenni alla svolta del secolo e del millennio in base alla loro somiglianza psicologica con questo o quel personaggio. I cinque – ma sono stati sei, prima che Anna detta Zanobia scomparisse senza lasciare traccia, un vero e proprio motivo ricorrente della narrativa di Zanotti questo – hanno fondato un club che in realtà è molto di più: una sorta di mondo parallelo nel quale ci si dedica alle attività più balzane pur di sottrarsi a una realtà detestata, temuta e sostanzialmente negata. Individuare altri umani adatti a interpretare questo o quel personaggio Disney.

 

Verificare l’attendibilità delle leggende urbane di cui abbondano le pagine di cronaca dei quotidiani cittadini. Raccogliere le tracce lasciate dagli alieni di X-Files nell’entroterra ligure. Tutte azioni per cui si può rievocare la memorabile frase di apertura dell’altrettanto memorabile Perdita e recupero del capello di Julio Cortàzar: “Per combattere il pragmatismo e l’orribile tendenza al conseguimento di fini utili…“.

 

Perché questa mascherata? Non sanno i cinque amici che, come ricordano saggiamente gli adulti ai bambini, il gioco è bello quando dura poco? Paperoga e gli altri invece non la pensano così. E quello che colpisce il lettore è anzitutto l’oltranza con cui, pagina dopo pagina, in spregio a qualsiasi ragionevolezza proseguono nella loro finzione. Di battuta in battuta, i membri della “banda Disney” di Zanotti possono risultare sinceramente esasperanti anche ai meglio disposti nei loro confronti – e questo è, senza dubbio, il vero limite del libro, che a tratti richiede al lettore una speciale riserva di pazienza verso l’ennesimo calembour.

 

Allo stesso tempo, con un romanziere smaliziato e iperconsapevole quale era Zanotti, non bisogna certo pensare a semplice errore di bilanciamento: Paperoga e i suoi amici ci irritano perché questo è il principale obiettivo della loro finzione.

 

Zanotti, beninteso, non amava l’avanguardia. Invitato un paio di anni fa a RicercaBO da Renato Barilli, dichiarò candidamente che non si era mai pensato come uno scrittore sperimentale.

 

 

Nonostante ciò, i personaggi de Il testamento Disney agiscono con un’oltranza degna di un’accolita di adoratori di Marinetti o di Breton. Soprattutto i cinque amici hanno assimilato uno dei principali insegnamenti di futuristi, dadaisti e surrealisti: più ancora dell’opera è importante il gesto, anche perché l’avanguardia sopprime anzitutto la distinzione tra vita e creazione.

 

Certamente i compagni di Paperoga sono meno aggressivi degli Idioti di Lars von Trier, il quale in un film dei tardi anni Novanta aveva messo in scena le imprese di un gruppo di giovani uomini e donne che si fingevano portatori di gravi handicap per disturbare con le loro performance situazioniste la tranquillità della socialdemocratica e sonnolenta provincia danese. Cosa c’è, in fondo, di più inoffensivo dei fumetti e dei cartoni animati, con la loro rimozione del dolore, del sesso e della morte? Il testamento Disney ci rivela invece come anch’essi, alle dovute condizioni, possono essere trasformati in uno strumento di critica del presente.

 

Un altro indizio di lettura può venire dalla condizione sociale dei protagonisti del romanzo: disoccupati intellettuali, precari, ex-giovani relegati ai margini del sistema produttivo. Qualcosa di simile era d’altra parte vero per lo stesso Zanotti: il quale, allievo della Scuola Normale Superiore, con un dottorato, diversi anni di insegnamento a contratto all’università e parecchi saggi tradotti nelle principali lingue di cultura, era finito a fare il correttore di bozze per una non munifica casa editrice bolognese. Gli anni della redazione de Il testamento Disney, a suo tempo sconsideratamente rifiutato dalla totalità degli editori dotati di regolare codice ISBN sotto l’arco alpino, sono proprio quelli in cui si era venuta affermando per un paio di stagioni la così detta “letteratura del precariato”, che a suo tempo giunse a guadagnarsi persino l’attenzione dei notisti politici come testimonianza di una diffusa condizione di malessere. A suo modo, ma con le dovute prudenze, anche il romanzo di Zanotti può essere ascritto a questo filone: a patto cioè di misurare tutta la distanza di questo libro allucinato dalla volgare trascrizione naturalistica di una emergenza sociale (un discorso a parte meriterebbe Cordiali saluti di Andrea Bajani, che per altre vie aggira questa insidia).

 

Tra i tratti più spiccati del carattere di Zanotti, per chi lo ha conosciuto bene, vi era anzitutto una invincibile distanza dalla politica. Uomo quanto mai mite, che non aveva dismesso lo stupore e lo spavento del bambino davanti al mondo feroce degli adulti, Zanotti evitava con grande accortezza la dimensione, a lui del tutto aliena, del conflitto: se necessario, e succedeva spesso, sino a lasciarsi prevaricare (ma mai vincere, questo no, avendo lui negato sin dall’inizio qualsiasi rilievo alla contesa). Per uno di quei meravigliosi paradossi che rendono così preziosa la letteratura, Il testamento Disney risulta però, a una decina d’anni dalla sua stesura, di gran lunga il più politico dei “romanzi del precariato”. Mentre infatti gli altri volumi sulla marginalizzazione dei trentenni puntano alla mera denuncia dell’esistente, Zanotti sceglie di mettere in scena un vero e proprio atto di ribellione contro la società che ha espulso Paperoga e i suoi compagni.

 

I membri della “banda Disney” di Zanotti – ormai lo si sarà capito – sono dei professionisti dell’escapismo. Potremmo anche supporre che qualcuno di loro, non visto dal narratore, prima di fondare il club abbia letto uno dei libri decisivi della recente filosofia politica italiana: Esercizi di esodo di Paolo Virno, del 2002 (ma composto con testi già apparsi negli anni Novanta: la cronologia regge). L’esodo di Virno è quello dei lavoratori cognitivi pronti a dire “preferirei di no” come il Bartleby di Melville, e dietro di loro degli operai statunitensi dell’Ottocento, che, quando si reputavano troppo sfruttati nelle fabbriche della costa orientale, se ne andavano senza rimpianto e senza strepiti a cercare la libertà nel selvaggio West (un fenomeno a suo tempo analizzato con acutezza dallo stesso Marx). L’esodo di Zanotti è ancora più radicale: una fuga dalla realtà stessa, in una infanzia preservata utopisticamente come la quinta essenza di tutto ciò che di buono la vita ha avuto da offrirci. Walter Benjamin avrebbe certamente apprezzato.

 

Rispetto ai suoi antenati novecenteschi, l’avanguardia di Paperoga & C. si distingue perché nella sua critica all’arte e alla società borghese non si riallaccia più a una presunta cultura “superiore” (o a una tradizione marginale: si pensi al culto dei surrealisti per il marchese de Sade), ma assume in toto le icone dell’immaginario pop sino a farne un imprevedibile quanto disturbante strumento di contestazione. In tale scelta non sarà peraltro difficile riconoscere anche una verosimile influenza dell’insegnamento di un teorico del “post-modernismo critico” quale Remo Ceserani, che di Zanotti fu prima professore a Pisa e poi mentore e amico.

 

Di certo, partendo da questa instabile miscela di alto e di basso, l’anti-avanguardista e impolitico Zanotti è riuscito a darci il romanzo probabilmente più radicale e inconciliato di questi anni. Che poi tale romanzo sia anche un commovente epicedio sull’amore, l’amicizia, la paura di crescere e il dolore dello stare al mondo, costituisce un motivo in più per lamentare la sua prematura scomparsa

 

Questo articolo è apparso in versione ridotta su la Domenica del Sole24 Ore

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