Raffaele La Capria

«Dove comincia l’opera di La Capria?». Terminando la sua memorabile introduzione alla prima edizione del «Meridiano» di Raffaele La Capria, Silvio Perrella aveva trovato una risposta dal sapore vagamente taoista, privilegiando il movimento e la metamorfosi ai danni di un’idea tradizionale di «opera» lineare nel suo progresso e raggelata in una successione di titoli. L’opera di La Capria, infatti, a parere del critico, «comincia da dove finisce, e da lì riparte da capo».

 

Era il 2003, e il «Meridiano» in questione festeggiava degnamente gli ottant’anni appena compiuti dello scrittore napoletano. Tutto sommato, poteva sembrare una partita chiusa, e chiusa in bellezza. Non perché, ovviamente, non si possa scrivere ancora, e scrivere cose importanti, dopo gli ottant’anni e la pubblicazione di un «Meridiano». Si dice che Giorgio Caproni considerasse un segno di malaugurio la raccolta delle sue poesie complete. E rimise tutto in questione con un ultimo capolavoro, capace di modificare il senso di tutto quello che aveva fatto.

 

Ma il caso di La Capria, meno incline a cogliere presagi funesti nelle occasioni della vita, non solo è diverso, ma unico negli annali della nostra letteratura. Tanto da rendere assolutamente necessaria questa nuova edizione delle Opere «rivista e accresciuta», come recita il sottotitolo. Paradossalmente, se La Capria avesse deciso di andare in pensione a ottant’anni, non scrivendo più nemmeno un rigo, con una decisione simile a quella presa di recente di Philip Roth, anche in quel caso i suoi lettori più fedeli sarebbero stati in grado di cogliere nell’assenza il fantasma di una presenza, come il dolore prodotto da un arto amputato.

 

Perché è assolutamente impossibile immaginare un La Capria in grado di scrivere, e che trovi un buon motivo per astenersene. Altro che pensione! Sono fermamente convinto che La Capria scriverà anche in Paradiso, quando traslocherà dall’altra parte, dedicando agli angeli e ai cori dei beati osservazioni mai concepite da nessun teologo. Ma per capire bene l’importanza della scrittura di La Capria nell’ultimo decennio, non basta affermare che tra il 2003 e il 2014 sono state scritte e pubblicate alcune delle sue pagine più importanti, come L’amorosa inchiesta del 2006, senza dubbio uno dei suoi libri miliari, e una manciata di prose brevi straordinarie, prima fra tutte, a mio parere, quella struggente Ultima passeggiata con Guappo (che è il nome del cane più amato) apparsa per la prima volta, come un perfetto fiore di carta ed inchiostro, nelle pagine dell’Estro quotidiano.

 

Non si tratta, insisto su questo punto decisivo, di un semplice allungarsi di una bibliografia già di per sé straordinaria all’altezza del 2003. Conviene ancora una volta seguire le indicazioni di Perrella, che mette in luce la figura della spirale come emblema di un modo di procedere che, pur andando avanti, torna sempre nella direzione della sua origine. Il fatto è che La Capria, con tutti i suoi anni, non ha raggiunto nessuna di quelle pacificate saggezze senili che sono l’esito quasi scontato di tantissime carriere di scrittori e pensatori.

 

Se a un certo punto c’è stato qualcosa come un patto con la vita, è rimasto identico a se stesso nel mutare delle contingenze, nella felicità e nel dolore. In questo patto c’è molto di buono, a partire da quella potenza dell’anima tipicamente mediterranea che è la capacità di afferrare il bello, nel momento che passa, perché quando è passato non c’è più nulla da fare. Ma questa stessa suprema capacità di felicità, non può che accompagnarsi ad una, non diversamente innata, predisposizione all’ansia. Non sto facendo dell’inutile psicologismo, perché questi due poli, la felicità e l’ansietà, determinano il movimento fondamentale della scrittura di La Capria, sono i due poli del suo inimitabile campo magnetico.

 

 

La Capria è un uomo che sente intensamente che la bellezza della vita ha un prezzo, e questo prezzo consiste nel fatto che in essa tutti i problemi rimangono aperti, ogni soluzione consistendo in un fantasma provvisorio, nell’illusione di una perfezione momentanea. Ed è da questo stato d’animo che, a metà strada fra gli ottanta e i novanta, La Capria si è accinto a quell’impresa che ha voluto intitolare L’amorosa inchiesta. Il titolo viene da un’ottava di Ariosto, che racconta di quando Orlando parte alla ricerca di Angelica – è appunto questa l’«amorosa inchiesta».

 

Ma nei versi di Ariosto c’è un altro particolare che di sicuro ha colpito La Capria: l’eroe si accinge alla sua impresa «tra il fin d’ottobre e il capo di novembre», quando le piante perdono le foglie e gli uccelli migrano. Non c’è un’immagine più adeguata alla vecchiaia di La Capria: tutto consiglierebbe di restarsene a casa davanti al fuoco, eppure si parte ancora, perché finché si vive ci sono conti da regolare, e tutto ciò che si è imparato va imparato ancora una volta. L’amorosa inchiesta consiste di tre lettere, inviate a un amore di gioventù, alla prima figlia, al padre.

 

In un certo senso, questi tre legami così importanti sono considerati dallo scrittore alla stregua di fallimenti, e l’autobiografia che ne scaturisce è tanto più vera quanto noi siamo sempre costretti ad ammettere che la nostra vita è fatta anche di tutto ciò che non siamo riusciti a fare, non siamo riusciti a scrivere. Ma se non avessimo quest’ombra, questa quantità perduta di pienezza, noi non saremmo quello che siamo e molto probabilmente non saremmo nulla.


Fa bene Silvio Perrella a raggruppare sotto il titolo complessivo L’amorosa inchiesta non solo il libro che porta questo titolo, ma tutto quanto La Capria ha scritto in quest’ultimo decennio. Anche libri come A cuore aperto e Doppio misto trovano la loro ragion d’essere in questa caparbia volontà di andarsene in giro nella stagione sbagliata. Perché davvero La Capria non sa vivere diversamente, ed è questa la suprema garanzia della necessità di ciò che scrive.

 

Il suo mi sembra un caso esemplare di quella che Michel Foucault, in un grande libro, ha definito «la cura di sé», intesa non solo come costante attenzione ai propri limiti e alle proprie possibilità, ma anche come esercizio spirituale che ha bisogno, per esistere davvero, di tramutarsi in una forma, di venire scritto senza mai stancarsi di cercare la soluzione più efficace. E se qualcuno chiedesse a La Capria qual è la posta in gioco di tutta questa sua «inchiesta», credo che una definizione splendida la troverebbe in una delle sue prose più recenti, intitolata Novant’anni.

 

E’ la speranza improvvisa e immeritata, che lo assale certe mattine aprendo la finestra, di un «lieto fine indefinibile». Nessun altro lieto fine lo interessa davvero. Se è indefinibile, infatti, significa che c’è ancora qualcosa di sorprendente da aspettarsi, qualcosa che sarà «lieto» proprio perché non eravamo riusciti a immaginarlo. E La Capria non intende perdersi lo spettacolo.           

 

Articolo precedentemente apparso sul Corriere della Sera

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