Se il danno della famiglia si fa paese

Valeria Parrella esordisce nel 2003 con una raccolta di racconti intitolata Mosca più balena (Minimum Fax 2003) che attirò immediatamente l’attenzione sull’originalità di un talento che sembrava dare il meglio di sé nell’ambito breve e risolutivo della short story. Poco tempo dopo, nel 2005, esce un’altra raccolta di racconti, Per grazia ricevuta (Minimum Fax 2005). Quest’anno Einaudi pubblica la terza raccolta, Troppa importanza all’amore (2015), che riporta sul rivolto di copertina una dichiarazione dell'autrice che non lascia dubbi almeno riguardo alle sue preferenze in fatto di forme stilistiche:

“Quando scrivo racconti sono sempre felice: mi sento in un territorio mio. Credo siano la misura giusta per i nostri giorni, il tempo tronco, caduco, veloce, rubato: leggere, e poi continuare la giornata”.

 

In dodici anni Parrella, oltre che scrivere per il teatro e l’opera, pubblica anche quattro romanzi. L’esordio come romanziera ha luogo nel 2008 con Lo spazio bianco (Einaudi). Il titolo si riferisce a quello spazio tra due blocchi di testo che prelude a un campo di silenzio il quale va oltre la lunghezza di un rigo lasciato in bianco. Un non luogo della pagina che per l’autrice mette insieme il vuoto e il silenzio come oggetti presentati per comunicare l’indicibile di una normalità anomala, come quella del tempo in sospeso tra la nascita e la morte di una bambina che pochi giorni prima la scienza definiva “feto”. Una reticenza carica di significati non propriamente esprimibili che rimane come uno spazio bianco, sia detto con gli aggettivi utilizzati dall’autrice, come l’istante tronco di un tempo caduco che comunque prosegue un racconto e lo rende romanzo, nonostante qualcosa rimanga incagliato in una sua necessaria indecifrabilità.

 

Tuttavia chi legge inizia a intendere l’importanza capitale di questo spazio bianco solo alla fine del romanzo. La scena è quella di un esame fuori tempo massimo in cui l’alunno è più vecchio della professoressa e la professoressa è reduce da un fatto straniante come quello di essersi da poco giocata, nell’ambito di uno stesso parto, l’eventualità della nascita e della morte della propria figlia. L’alunno si blocca, non sa come proseguire il tema d’esame: metterci un verbo al futuro che allude alla certezza che ci sia un futuro non fa al caso suo, né è il caso di utilizzare un verbo al presente perché il presente sembra finito senza che si sappia alcunché su cosa va a cominciare appena un attimo dopo. “Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi” (p. 112), gli dice Maria.

 

Lo spazio bianco è però anche un romanzo che sottolinea soprattutto come certe prese di coscienza che sembrano personali comportino invece un passaggio molto complesso nell’ambito tanto di una maturazione individuale quanto di una maturazione collettiva. E non è ancora tutto: oltre alla storia di una nascita avventurosa, in questo romanzo Parrella racconta quel passaggio simbolico attraverso il quale una figlia diventa una madre. Una madre di oggi però, che non sia soltanto frutto di un passaggio di testimone generazionale, né il cui essere madre denunci sconfitte o vittorie nei confronti della società attuale o precedente.

 

Maria, la protagonista, all’inizio della storia sembra ingrossare le fila di certe figlie, personaggi da romanzo, il cui rapporto con l’origine, rappresentata dalla propria madre, rispecchia anche una sorta di relazione irrisolta con i propri luoghi di provenienza. Madri e luoghi d’origine inespugnabili malgrado la sopraggiunta età adulta che minacciano di restare un nodo nevralgico, un intreccio di fughe e cattività spese in un immobilismo psicologico che diventa tanto un fenomeno letterario quanto sociale. Questo è vero anche per Maria, almeno finché resta incinta e quasi inavvertitamente compie i primi sei mesi di gravidanza.

 

Dai pochi accenni sappiamo che il padre del bambino che aspetta già non esiste più nella vita di Maria. Sappiamo che Maria, insegnante di scuola serale per stranieri e italiani con necessità di diploma, è felice, o ci si aggiusta, rispetto all’eventualità di avere un figlio tutto per sé. Del resto questo rientra nel cliché del suo personaggio: “femminista con quel fare sottile che non si dichiara mai, avevo marciato a mio modo attraverso gli uomini per non perdermi niente” (p. 89). La gravidanza arriva felicemente a “quarant’anni, quando si placa l’ansia di fare tutto, e si può cominciare a prendere fiato” (p. 16).

 

Tuttavia accade che di punto in bianco, al sesto mese di gestazione, le cose non vadano come devono. Nonostante gli esiti che sbugiardano quanto pare assegnato fin dal principio siano il cavallo di battaglia del destino, il fatto che improvvisamente le cose si profilino diverse delineando un rapporto altro da quello di semplice causa e effetto, non c’è niente da fare, ci coglie sempre impreparati. Come se sotto la quotidianità ci fosse una seconda realtà acquattata e illeggibile che prepara imboscate perfette che hanno il compito di sbugiardare ogni possibile certezza riguardo noi stessi, gli altri e la vita.

 

Quando Maria viene posta di fronte all’eventualità concreta che la bambina che ha appena partorito potrebbe morire perché è nata troppo in anticipo rispetto ai tempi necessari, Valeria Parrella le fa dichiarare: “A me serviva un esegeta che mi spiegasse cosa tutto questo volesse dire, quale seconda realtà c’era dietro quella che mi si mostrava, quale il modo giusto per continuare” (p. 26) E quale il modo giusto per continuare, se non lasciare uno spazio bianco sul foglio per poi riuscire a riprendere il racconto in una zona della realtà meno cedevole?

 

Parrella si chiede se non serva un esegeta che sia una guida nei significati. Ma più che un esegeta non servirebbe forse un ermeneuta, per dirla alla Panikkar (Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri 2007), un alleato di Hermes il dio messaggero che, invece di orientare nei significati fallaci che la realtà prospetta, introduca la visione alla formulazione di nuovi significati? Ossia più che una guida che paternalisticamente accompagni nel percorso inesplicabile e inospitale del dubbio, potrebbe essere di maggiore utilità un interprete, che agevolando la dicibilità di ciò che appare incomprensibile apra strade sicure verso qualcosa che non può essere ancora rivelato. O una scrittrice che sappia assicurare a uno spazio bianco tutto il tempo e il silenzio necessari per restarci senza troppo smarrimento, e infine comprendere.

 

Quindi, all’atto di renderla madre, il destino pare cambiare improvvisamente idea e catapulta Maria in una sorta di tempo illeggibile e fuori dal tempo. Sua figlia nell’incubatrice ha una doppia età, quella il cui inizio è segnato dal giorno in cui è venuta prematuramente alla luce e quella che risulta dallo scadere di un’epoca gestatoria come data di una nascita presunta che i fatti hanno sabotato. Ma in questa parentesi temporale quale sarà per Maria il giorno in cui finalmente potrà nascere come madre? le sarà permesso dalle circostanze? la bambina resterà in vita? o Maria rimarrà una madre abortita per sempre?

 

La straordinaria metafora che mette in campo Parrella con Lo spazio bianco come una porta, si regge su due cardini cioè due episodi della trama che apparentemente non hanno niente a che fare con la bambina che intanto vive nell’incubatrice come appesa a un filo.

 

Il primo riguarda proprio quella questione storico generazionale che l’autrice rende paradigmatica a modo suo rifacendosi a una circostanza della nostra storia nazionale entrata per forza di cose nella quotidianità di tutti: il sequestro Moro, 16 marzo 1978. L’episodio del libro che Parrella ricuce nelle smagliature della storia nazionale è l’inseguimento e la perquisizione da parte della Polizia dell’auto del padre di Maria per via del trasposto sospetto di un corpo avvolto in una coperta sul sedile posteriore. Corpo che invece si rivela essere quello della piccola Maria febbricitante. Questo particolare già colloca in un momento preciso la coscienza di un’intersezione epocale e importantissima, e dà l’avvio entro il romanzo all’enunciazione di contraddizioni arcinote quanto pervicaci: “C’era una forbice nella mia casa di adolescente, tra le idee che mio padre contrattava al tavolo dei dirigenti di fabbrica e ci raccontava orgoglioso a cena, e i mezzucci con cui insieme a mia madre brigava perché finissi nella migliore sezione della Magistrale. E l’una cosa alimentava e nascondeva l’altra. La provincia tutta, ai miei occhi, era la lente di ingrandimento di questa parodia: il danno della famiglia fattosi paese” (p. 37). Alimentare e nascondere qualcosa e le due azioni poste in una relazione mutua e scambievole per niente limpida, questo è un paradosso che da un affare di famiglia diventava una specie di eredità sociale.

 

Il secondo episodio tanto collaterale quanto cruciale riguarda ancora una volta il rapporto madre figlia. C’è un’istantanea particolarmente significativa che nel romanzo ritrae Maria in uno dei tanti pasti condivisi con sua madre. La donna è ormai anziana e la figlia ha già consumato oculatamente tutte le forme di libertà consentite e imposte alla sua generazione di donne: “Gli ultimi tempi prima che mia madre morisse, quando andavo a trovare una vedova stanca il cui mondo era precipitato nella televisione, mi sedevo a tavola con lei e la osservavo mentre non mi guardava. Sul fondo, dietro i vetri della cucina, oltre lei che scolava la pasta, si stagliava ancora la ciminiera delle conserviere, al cui posto ora c’erano un bingo e un supermercato discount, e mi chiedevo chi di noi due avesse rinunciato di più” (p. 89).

 

Parrella ribadisce che, per immettere un abbozzo di coscienza individuale nelle casistiche che storia e vita quotidiana sconnessamente prospettano, bisogna soprattutto smettere di credere che esista, come da più parti viene suggerito, un nesso strettissimo tra cause e effetto (p. 42). L’infelicità o la felicità di sua madre non hanno come causa il fatto che lei sia stata sempre accompagnata ovunque fosse necessario andare, dallo stesso uomo per tutta la vita. La questione non è così semplice da aver potuto determinare a posteriori, per Maria, una scelta univoca e divergente mediante la quale sentirsi integrata nel proprio mondo, un mondo diverso da quello in cui la scelta matrimoniale di sua madre aveva fatto sentire più o meno integrata la ragazza che era stata. “Ma sentivo che l’errore c’era comunque: a sposarsi a restare soli, a fidanzarsi ad amare, a innamorasi e a sospettarsi, a sfidarsi, a vincere e a perdere, a proteggere e a farsi proteggere. E io non sarei mai stata pronta a difendere nessuna di queste cose” (p. 89).

 

Quanto accade è sempre tremendo: non farsi vincere dalla tentazione di dimenticarne presto l’orrore di quanto ci è contemporaneo o l’incertezza che comunica, praticare l’incomprensibile responsabilità di restare nel presente. E in cima a ogni cosa non dimenticare il morire. Tutto questo ne Lo spazio bianco riesce a rendere alla resistenza femminile il valore simbolico di una seconda nascita, proprio perché il nascere non è governato soltanto da un rapporto di causa e effetto. Maria diventa madre il giorno che accetta questo, a prescindere se sua figlia ce la farà o meno.

 

“Crescere figli di operai negli anni Settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. Perché a vedermi da fuori io lo sentivo, di essere la prima persona della mia famiglia che non avrebbe avuto le braccia corrose dal succo di pomodoro” (p. 57). Sembra che in questo romanzo Parrella voglia anche intendere che il passaggio da una classe sociale all’altra, che molti italiane e italiani avevano vagheggiato, perseguito, preteso per se stessi e per i propri figli, sarebbe dovuto coincidere con un maturazione emotiva e culturale che qualcosa ha ritardato.

 

Sarà per esempio proprio quella forbice di cui parla l’autrice, quell’alimentare ideologie abbracciando comportamenti enfatici che ci rendano largamente riconoscibili. E contemporaneamente quel nascondere effetti collaterali, non così scontati sul piano della quotidianità di rapporti amorosi e familiari. Sarà proprio questo a mettere necessariamente in discussione il tempo smisurato e i percorsi alternativi. Strade che legano tutte le cause annoverabili agli effetti quasi mai del tutto conclamati, affacciati sulle nostre esistenze. E che alle volte vanno oltre quelle e raggiungono prima il destino dei nostri figli piuttosto che il nostro.

 

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta appena uscita Troppa importanza all’amore la protagonista è infatti una ragazza poco più che adolescente che per quasi tutto il racconto sta zitta. In realtà la protagonista sembrerebbe la madre che si strugge per tutta la durata di una vacanza in famiglia col pensiero rivolto altrove e sempre lontano da quel presente di cui sopra. La mamma pensa di continuo all’amante assente, diventato nonno da poco, con il quale vanta a se stessa una relazione che ha raggiunto una solidità quasi matrimoniale.

 

In questo racconto accade che la ragazza, sorbendo la minestra in un hotel austriaco, faccia inavvertitamente rumore con la bocca e la madre la fulmini. È a questo punto che veniamo a conoscenza che protagonista del racconto non è la storia d’amore extraconiugale di una signora matura, ma lo sfogo di una figlia che sa tutto sia di sua madre sia di suo padre, il quale a sua volta sa e tradisce. Ma soprattutto questa figlia sa tutto della libertà, che è qualcosa di molto diverso da quello che i suoi genitori conoscono dell’essere liberi e che, più che con le corna, ha a che fare con la capacità di starsene quietamente presenti a quello che si fa. “Ma io, mentre guardavo fuori dal finestrino, in treno, io pensavo solo a quello che vedevo. Vedevo la città, e poi più niente. Per lunghi tratti solo la notte, poi ancora avvicinarsi un chiarore della campagna e sapere che laggiù c’era un’altra città, con uomini e donne come voi, che dormivano su un fianco stringendosi la mano e pensando a qualcun altro” (Troppa importanza all'amore, p. 99).

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