Sesso per una borghesia senza più corpo

Francesco Pacifico. Class (Mondadori)

New York provincia di Roma. L’immobiità borghese italiana e nello specifico romana dell’ultimo denso libro di Francesco Pacifico, Class (Mondadori, 2014), sembra essere la principale caratteristica di un colonialismo postmoderno tutto vezzi e paroline dolci da viaggiatori d’occidente sempre in poltrona. La poltrona e i divani sono centrali nella narrazione di Pacifico; più dei letti è la divaneria che, dalle case a Manhattan degli amichetti alle cabine business class degli aerei, meglio rappresenta lo sfaldamento esistenziale di una generazione che vorrebbe essere borghese, ma non lo è più nelle pratiche come nei pensieri, una generazione che vorrebbe fare cose e vedere gente, ma gli riesce solo di fare gente e vedere cose.

 

L’immaginario è un filtro per i protagonisti di Class, utilizzato come mappa dentro cui poter raggiungere un grado raffinato di imitazione, evita paranoie e angosce, si pone come una cornice certamente invalicabile ma questo è solo rassicurante per i giovani e belli costretti più a fare i conti con il loro eccesso di opportunità che con le costrizioni tipiche della loro generazione in perenne crisi.

 

Così NewYork è quella realistica e reale dei caffè, delle insalate ricche (e buone), delle gallerie d’arte e degli appartamenti minimalisti, dei dispiaceri amorosi e degli ipod, ipad, iphone, degli amici  conosciuti un’ora prima e degli abbracci e dei divani in cui dormire accucciati e sostare come trenini giocattolo che sempre in circolo girano.

 

Alex KatzAlex Katz

 

La borghesia rappresentata dai giovani virgulti figli di famiglie di intellettuali, avvocati e medici, ossia tutto quello che oggi in Italia può essere incluso a vario titolo all’interno della crassa burocrazia pubblica, assume i toni di un’interclasse aristocratica dalle abitudini popolari per non dire borgatara. È un trionfo di Coca Zero, delle tute in acetato, delle magliette di H&M e della cialtroneria assurta a disinvoltura.

 

Pacifico non manca di giudicare, ma lo fa con la morbidezza necessaria a dei compagni di viaggio ricchi di difetti ma carichi di una disperazione autentica; le sue pagine si soffermano con cura come lunghi piani sequenza sui corpi e sulle loro abitudini, su quell’invecchiamento incerto che qualsiasi trentenne precario di buona o cattiva famiglia vede apparire sul proprio volto, un’indecisione che è un fremito prima dell’abbandono totale alla vita e agli obblighi, alla famiglie e alle proprie origini.

 

Class non pretende di ritrarre un mondo, anzi si esercita su una fettina ristretta ed elitaria, ma dalle abitudini fortemente diffuse; su tutte, farsi mantenere. Il mantenimento non è solo economico, ma è anche sociale e culturale: si fa mantenere chi ha una famiglia che se lo può permettere, si fa mantenere chi ha una famiglia a cui bisogna rispondere in termini di conservazione e tradizione. Fuori, il mondo è quanto di più arduo da affrontare e le armi sono le medesime per tutti: un divano e un paio di cuscini per navigare.

 

Pacifico lavora con precisione e cura, non mette in scena una denuncia, non vuole dimostrare una falsificazione, non è la cornice il suo obiettivo, ma rintracciare il corpo umanistico di Ludovica come di Nicola, e per farlo non risparmia definizioni e vezzeggiativi, non risparmia la durezza etica del suo sguardo, ma mai con il presupposto di condannare. Pacifico rivela le dinamiche di questo gruppo che è stato – per dirla con Sophia Coppola – dei giovani suicidi e oggi appaiono degli invecchiati Bling Ring.

 

Dagli errori non s’impara nulla, ma si pagano e chi può pagare finisce non bene, ma meglio. In questa ottica rassegnata galleggia la morale di un gruppo (o forse meglio di un grumo) stanco e parassitario – principalmente a se stesso – che nemmeno nell’ideazione di uno scherzo finale riesce a restituirsi vitalità, anzi si condanna.

 

La borghesia non è mai nuova, ma come un virus non si arresta facilmente e Pacifico lo sa isolare e raccontare. Class è un romanzo che scivola a tratti furbescamente oltre l’orizzonte del tipico affresco borghese (Alberto Moravia incombe come un avvoltoio su tutti i tentativi di questi anni) e lo fa ribaltando prima New York non più letta come una cartolina, ma come un’abitudine, e infine  svelando l’eterno patto della borghesia che tutto può avere e che tutto ha al solo prezzo di una volgarità raccontata dai baffetti di coca sotto le narici come dai denti sporchi reduci da notti di sesso ridotto a toccamenti umidicci e feste che sono sfondamenti alcolici. Non c’è salvezza per la borghesia, fa dire Bernardo Bertolucci al protagonista di Prima della rivoluzione, ma rimane comunque un po’ di consolazione.

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